Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 31 luglio 1996 il sig. M.R. convenne l’AGIP PETROLI S.p.A. avanti l’allora Pretore di Genova, giudice del lavoro, al fine di sentirla condannare, previo accertamento dell’illegittimo demansionamento da lui subito, al risarcimento in suo favore, anche in via equitativa, del danno patrimoniale da impoverimento professionale e ai diritti della personalità, del danno biologico, e, in particolare, di quello alla libertà e dignità sociale, all’identità personale e alla vita di relazione, quantificati nella somma complessiva di L. 916.139.000, o in quell’altra somma maggiore o minore di giustizia, oltre i danni successivi maturandi e oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali; il Sig. M. chiese altresì la condanna dell’Agip alla cessazione della condotta lesiva dei diritti del ricorrente, adibendo quest’ultimo allo svolgimento di mansioni idonee alla salvaguardia della professionalità, della personalità, dell’integrità psicofisica del medesimo.

Con sentenza definitiva del 18/10/2000 il Giudice adito condannò l’Agip Petroli S.p.A. a corrispondere al ricorrente a titolo di danno da dequalificazione subito per il periodo dal 4/9/1986 al 9/4/1992 la somma complessiva di L. 45.000.000, nei limiti della eccepita prescrizione, oltre interessi legali dalla data della sentenza al saldo.

Con sentenza 6/20 giugno 2001 n. 530 la Corte d’Appello di Genova ha respinto l’appello del M..

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per Cassazione il M., con tre motivi.

La società intimata si è costituita con controricorso, resistendo; ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 2103, 2112 e 2934 cod. civ., comma 2 (art. 360 c.p.c., n. 3), censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso la dequalificazione nella fase di passaggio da Mach s.p.a. ad Agip Petroli s.p.a..

La doglianza si riferisce ai seguenti fatti, per come descritti nella parte narrativa della sentenza impugnata, sulla base del ricorso introduttivo del giudizio: Il M. fu assunto in data 23.10.1969 dalla società BP Italiana in qualità di Assistente Commerciale Extra Rete, responsabile per le province di La Spezia, Massa Carrara e Lucca; dopo la trasformazione di BP Italiana in Mach S.p.A., questa ultima società entrò in crisi e fu commissariata con tutto il Gruppo Monti di cui faceva parte, e posta in amministrazione straordinaria; in sede ministeriale furono raggiunti accordi sindacali tra le aziende del Gruppo Monti (fra le quali la Mach), l’ENI e l’Agip Petroli S.p.A.; ai sensi dei Protocollo d’intesa del 15.12.1980, in caso di acquisizione dei pacchetti azionar delle aziende in crisi, ai dipendenti delle stesse dovevano essere garantiti adeguati posti di lavoro “corrispondenti alla professionalità dei lavoratori, salva l’assunzione da parte degli stessi dell’obbligo di frequentare corsi finalizzati alla riqualificazione, alla formazione ed all’aggiornamento”; ai sensi dell’accordo 15.7.1981, che aveva disciplinato l’inquadramento dei lavoratori nelle imprese cessionarie in base a specifiche categorie di aggancio, ai lavoratori che, come il ricorrente, erano inquadrati nel livello 2 categoria A1, doveva essere attribuita la categoria di aggancio C; con verbale di conciliazione sindacale sottoscritto in data 19 gennaio 1982 dal M., da Mach S.p.A. e da Agip Petroli S.p.A. in conformità con i citati accordi sindacali era stato pattuito: a) la cessazione del rapporto di lavoro tra Mach S.p.A. e il ricorrente alla data del 31.1.1982; b) la novazione del rapporto stesso alle condizioni contenute negli accordi sindacali, con corresponsione di una somma a saldo, stralcio e transazione di qualunque spettanza; c) la costituzione a decorrere dal 1.2.1982 di un nuovo rapporto di lavoro tra il ricorrente e Mach S.p.A., con decorrenza ex novo dell’anzianità di servizio e con garanzia del solo livello salariale contrattuale maturato alla data del 31.1.1982; d) la rinuncia del M. alla possibilità di far valere in futuro l’unicità del rapporto di lavoro ai sensi degli artt. 2112 c.c. e 61 CCNL Petrolieri Privati; in data 30.12.1982 la Agip Petroli S.p.A., già cessionaria del pacchetto azionario della MACH S.p.A. dal 12.3.1982, aveva incorporato la MACH; il ricorrente, in forza del rapporto novato, aveva lavorato dal 1.2.1982 al 29.12.1982 alle dipendenze della MACH, continuando a svolgere mansioni di Assistente Commerciale Rete identiche a quelle svolte in precedenza; in data 29.12.1982 il ricorrente aveva sottoscritto un verbale di risoluzione per mutuo consenso del rapporto di lavoro con la MACH, e fu assunto dalla Agip Petroli il 30.12.1982 con inquadramento nella categoria C. ciò posto il ricorrente lamenta la dequalificazione a suo dire subita nel periodo 1 febbraio/30 dicembre 1982. Essendo stata la relativa domanda respinta dal primo giudice, ha investito della questione il giudice d’appello, il quale ha così motivato: “infondata è l’argomentazione secondo la quale dovevano essere valutate e comparate le mansioni svolte precedentemente l’assunzione in Agip: basta la semplice lettura del Protocollo d’intesa del 15.12.80, dei successivi accordi collettivi nazionali 15.7.81 e 9/10.12.81, ed infine del verbale di conciliazione sottoscritto anche dall’appellante il 19.1.1982 per comprendere che effettivamente e non simulatamente o fraudolentemente era intervenuta cessazione del precedente rapporto con la Mach e che la novazione del rapporto avveniva alle condizioni dei sopracitati accordi sindacali: in particolare, tra l’altro, era stato convenuto che, oltre all’estinzione del rapporto di lavoro con esonero dall’applicazione dell’art. 2112 c.c., con le relative conseguenze, le mansioni dei lavoratori assunti dalla Agip “saranno determinate in relazione alle esigenze della società che assume”, ferma restando la categoria di aggancio C per coloro che, come il M., fossero già inquadrati al livello 2. Non vi è dunque ragione alcuna per dover valutare ai fini del decidere le precedenti mansioni, essendo state svolte nell’ambito di un rapporto di lavoro del tutto estraneo a quello presso Agip, non essendo stato garantito o comunque convenuto che le mansioni presso Mach avessero un qualche rilievo nel successivo rapporto: infatti, la lettura dei suddetti documenti è espressione della volontà di garantire il solo posto di lavoro – e non altro – ai dipendenti del Gruppo Monti, nell’ambito di una complessa e rilevante manovra di salvataggio anche dei livelli occupazionali, effettuata nel rispetto delle condizioni stabilite dalla legge e nelle sedi previste”.

Il ricorrente censura tale motivazione, rilevando che il verbale di conciliazione individuale sottoscritto dal M. individua, rispettivamente, il 31.1.1982 come data di cessazione del rapporto di lavoro in essere con la MACH, ed il 1 febbraio 1982 come giorno di decorrenza degli effetti della novazione stipulata con la MACH stessa in vista della successiva prosecuzione del rapporto con l’AGIP. In forza di tale novazione, il ricorrente ha espressamente accettato di rinunciare ai soli diritti sanciti dagli artt. 2112, 2103 e 2120 c.c., “in ipotesi connessi con l’attività prestata presso la MACH spa a tutto il 31 gennaio 1982”. Tuttavia, dopo la stipula del ridetto verbale di conciliazione, il ricorrente dal 1 febbraio 1982 (data di decorrenza del rapporto di lavoro novato) fino al 30 dicembre 1982 (data di formale assunzione all’AGIP) ha continuato a svolgere per la MACH le identiche mansioni di Assistente Commerciale Rete esercitate anteriormente alla novazione del rapporto. Da ciò conseguirebbe che il continuativo esercizio per undici mesi delle mansioni di Assistente Commerciale rete avrebbe fatto acquisire ex novo al ricorrente la relativa qualifica ed il diritto, ai sensi della menzionata norma, di essere adibito dall’incorporante AGIP a mansioni identiche o perlomeno equivalenti.

Il motivo è palesemente infondato, perchè non censura la ricostruzione dei fatti operata dalla sentenza impugnata, peraltro per come narrati nel ricorso introduttivo del giudizio, ed in particolare che l’assunzione da parte dell’Agip avvenne il 30 dicembre 1982, con facoltà della società che assumeva di determinare le mansioni in relazione alle esigenze della società, con l’unico obbligo di inquadrare il lavoratore nella categoria di aggancio e per coloro che, come il M., fossero già inquadrati al livello 2.

Costituisce poi interpretazione degli accordi intervenuti, neppure censurata ex art. 1362 cod. civ., la valutazione del giudice d’appello, secondo cui questi non garantivano che le mansioni presso Mach avessero un qualche rilievo nel successivo rapporto; e che la lettura dei suddetti documenti costituisce espressione della volontà di garantire il solo posto di lavoro (ed anche l’inquadramento) ai dipendenti del Gruppo Monti, nell’ambito di una complessa e rilevante manovra di salvataggio anche dei livelli occupazionali, effettuata nel rispetto delle condizioni stabilite dalla legge e nelle sedi previste.

Tale interpretazione non contrasta con alcuna norma di legge, essendo consentiti accordi sindacali di deroga ai precetti dell’art. 2112 cod. civ. in caso di crisi aziendale. Infatti la L. n. 428 del 1990, art. 47, comma 5, (che il D.Lgs. n. 18 del 2001, art. 2, ha lasciato inalterato) interpretato privilegiandone il significato maggiormente conforme al diritto comunitario in materia di salvaguardia dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda (direttiva 14 febbraio 1977 n. 77/187, a sua volta interpretata in base alle sentenze della Corte di giustizia della Comunità europea 25 luglio 1991, n. C – 362/89, D’Urso, e 7 dicembre 1995, n. C – 472/93, Spano, e alla più recente direttiva 29 giugno 1998 n. 98/50), consente modificazioni peggiorative del trattamento dei lavoratori, in deroga all’art. 2112 cod. civ., allo scopo di salvaguardare le opportunità occupazionali, quando venga trasferita l’azienda di un’impresa insolvente (Cass. 6 novembre 2003 n. 16673, 16 maggio 2002 n. 7120, 2 marzo 1999 n. 1756, 18 febbraio 1997 n. 1462).

All’interno dello stesso motivo il ricorrente censura la statuizione della sentenza impugnata in punto di prescrizione, la quale ha così motivato: “se è pur vero che il diritto alla qualifica appartiene al novero dei diritti imprescrittibili, tuttavia nel caso in esame, essendo stata formulata domanda di risarcimento danni da dequalificazione, vale a dire la richiesta di una prestazione patrimoniale e non quella di essere abibito a mansioni proprie della qualifica professionale, il decorso della prescrizione doveva essere interrotto dalla costituzione in mora. Nel merito, la lettura delle missive prodotte in causa non consente di ritenere che avessero avuto efficacia interruttiva della prescrizione, non contenendo alcuna espressione riconducibile a messa in mora: nelle lettere inviate all’azienda il M. lamenta unicamente la gravosità del lavoro svolto lontano dalla sede di residenza della famiglia, dal punto di vista sia patrimoniale che personale; anche nella missiva 7.9.95, in cui richiedeva, tra l’altro, il riconoscimento del 5^ livello, manca una qualche richiesta che possa essere interpretata come costituzione in mora, idonea ad interrompere il termine prescrizionale, cioè come inequivoca manifestazione di volontà di far valere il proprio diritto: come affermato dalla Cassazione con sentenza 24.9.1999 n. 10504, “affinchè un atto possa acquisire efficacia interruttiva della prescrizione, a norma dell’art. 2943 c.c., comma 4, esso deve contenere anche l’esplicitazione di una pretesa, vale a dire una intimazione o richiesta scritta di adempimento, idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto passivo, con l’effetto di costituirlo in mora”.

Il ricorrente contesta la imprescrittibilità del diritto, e la valutazione degli atti di costituzione in mora.

Sotto il primo profilo nulla è possibile aggiungere alla chiara distinzione della sentenza impugnata; sotto il secondo profilo, si è ancora una volta in presenza di inammissibile richiesta di rivalutazione dei fatti. Il primo motivo va pertanto respinto in toto. Devono essere infine respinti anche il secondo motivo di ricorso, con cui il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 cod. civ., per non avere il giudice d’appello riconosciuto l’esistenza di un mobbing, ed il terzo, con cui il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2087, 2043 e 2059 cod. civ., per il mancato riconoscimento del danno biologico; ( art. 360 c.p.c., n. 3), in quanto investono valutazioni di fatto del giudice del merito. Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese processuali seguono la soccombenza e vengono liquidate in Euro 52,00 oltre Euro tremila per onorari di avvocato, oltre accessori.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a pagare le spese del presente giudizio liquidate in Euro 52,00 oltre Euro tremila per onorari di avvocato, oltre accessori.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Lavoro, il 4 luglio 2006.
Depositato in Cancelleria il 4 ottobre 2006