Svolgimento del processo

Con ricorso al Pretore di Modena in funzione di giudice del lavoro la s.p.a. Atlas Ceramiche propose opposizione avverso l’ingiunzione, emessa dal direttore della sede di Modena dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul lavoro, con la quale le era stato intimato di pagare al predetto Istituto la somma di L. 12.563.021 a titolo di premio supplementare per l’assicurazione contro la silicosi relativo al periodo 12-7-75 31-12-78, oltre alle penalità ed agli interessi di mora.

Costituitosi l’Ente convenuto, il Pretore, dopo avere disposto una duplice consulenza tecnica al fine di accertare, con la prima, la natura delle lavorazioni eseguite nello stabilimento della società ricorrente e, con la seconda, l’eventuale sussistenza del rischio di silicosi per i dipendenti addetti alle lavorazioni medesime, accolse l’opposizione con sentenza in data 17-1-1980 e, conseguentemente, dichiarò che la società Atlas Ceramiche non era tenuta a versare all’INAIL i contributi per l’assicurazione contro la silicosi.

Tale decisione, su appello dell’INAIL, venne riformata dal Tribunale di Modena, il quale, con sentenza 7-21 gennaio 1981, respinse l’opposizione all’ingiunzione e condannò l’appellata società a rifondere alla controparte le spese dei due gradi di giudizio.

Premessa l’esposizione dei principi dettati dalla legge in materia di indennizzabilità delle malattie professionali e, in particolare, della silicosi, il Tribunale rilevò, alla stregua degli accertamenti tecnici espletati in prime cure, che nello stabilimento della Atlas Ceramiche veniva seguita una delle lavorazioni elencate nella Tabella All. 8 al D.P.R. 30-6-1965 n. 1124 (punto d) e che esisteva dunque “una presunzione legale di rischio oggettivo” di silicosi connesso al tipo di attività svolta ed alla situazione di lavoro.

L’esistenza del rischio presunto comportava, come necessaria conseguenza, l’obbligatorietà dell’assicurazione contro la suddetta malattia professionale e del pagamento del relativo premio supplementare. Era erronea, ad avviso del giudice di appello, l’opposta soluzione adottata dal Pretore, secondo cui non sarebbe dovuto all’INAIL il premio supplementare per essere stato accertato, mediante la seconda consulenza tecnica, che nello stabilimento della società appellata le percentuali di silice libera aerodispersa restavano nettamente al di sotto dei valori minimi, oltre i quali insorge il rischio il silicotigeno. Non aveva, infatti, considerato il primo giudice che la disposizione dell’art. 153 del D.P.R. n. 1124 del 1965 (modificato dalla legge 27-12-1975 n. 780), posta a fondamento della decisione impugnata,”non richiede l’accertamento in concreto del rischio, ma si limita a stabilire i criteri per la determinazione o quantificazione del premio di volta in volta dovuto”, con riferimento ai soli “operai addetti specificamente e direttamente a quelle lavorazioni che si presumono per legge pericolosi”.

Contro la suindicata sentenza la s.p.a. Atlas Ceramiche ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre mezzi di annullamento.

L’INAIL ha resistito con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, denunziando violazione e falsa applicazione dell’art. 10 della legge 27-12-1975 n. 780 in relazione agli artt. 140 – 141 – 153 D.P.R. 30-6-1965 n. 1124, la soc. Atlas Ceramiche censura l’impugnata sentenza per avere il tribunale erroneamente ritenuto che “l’estensione generalizzata dell’obbligo assicurativo a tutte le lavorazioni previste nella tabella All. 8” comportasse automaticamente l’obbligo della corresponsione del premio supplementare, a prescindere dall’accertamento dell’esistenza in concreto di rischio silicotigeno. Prima dell’entrata in vigore della legge n. 780 del 1975 – argomenta la ricorrente – non vi era dubbio che dovesse essere accertata caso per caso la pericolosità delle lavorazioni nelle quali si usavano materiali che potevano dar luogo ad inalazione di polvere di silice libera in misura tale da determinare il rischio di contrarre la silicosi; e soltanto quelle far tali lavorazioni che concretamente presentavano il suddetto rischio, a norma dell’art. 143 del citato T.U., “davano luogo all’obbligo di corresponsione di un premio suppletivo, indicato negli artt. 153 e 154 della medesima legge”, il cui ammontare “era determinato in relazione all’incidenza, sul complesso delle mercedi erogate a tutti gli operai dallo stesso stabilimento, dei salari specifici riflettenti gli operai esposti al rischio della silicosi”, di talché solo questi ultimi risultavano assicurati contro la suddetta tecnopatia. Con l’abrogazione dell’art. 143, operata con la legge n. 780 del 1975, l’obbligo assicurativo “é stato esteso a tutte le lavorazioni comprese nella Tabella 8, a prescindere dalla percentuale di silice che può essere liberata e dalla effettiva sussistenza di un rischio silicotigeno”: il che comporta un “innegabile vantaggio soprattutto per quanto si riferisce alla eziologia professionale delle malattie eventualmente contratte nell’esercizio delle lavorazioni indicate”; ma l’art. 153 del T.U., nel testo modificato dalla citata legge n. 780 del 1975, disponendo che il premio supplementare deve essere stabilito con riferimento ai salari degli operai “esposti ad inalazione di silice libera o di amianto in concentrazione tale da determinare il rischio”, dimostra che deve aversi tuttora riguardo “al rischio concreto (e non presunto) di silicosi”, ai fini della corresponsione del premio supplementare. Ne consegue che nel caso in cui non esistano – come nella fattispecie – “operai concretamente esposti al rischio di silicosi …, l’incidenza dei salari specifici sul totale sarà uguale a zero” e pertanto “il datore di lavoro non sarà tenuto alla corresponsione di alcun premio supplementare”, in conformità “alle regole fondamentali di ogni tipo di assicurazione, sia volontaria che obbligatoria”, le quali esigono che il premio sia proporzionale al rischio effettivo.

Con il secondo mezzo la ricorrente denunzia “omessa, contraddittoria e comunque insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia” e rileva che il Tribunale di Modena, dopo avere affermato che l’obbligatorietà dell’assicurazione contro la silicosi, “con rischio presunto”, comporta necessariamente l’obbligo del versamento del relativo premio, ha ammesso, con evidente contraddizione ed illogicità, che per la determinazione del suddetto premio “debbano essere utilizzati i criteri previsti dall’art. 153 del T.U., i quali hanno come punto di riferimento soltanto gli operai addetti specificamente e direttamente alle lavorazioni considerate morbigene”. Così ragionando, il giudice di appello ha omesso di considerare che, secondo quanto è emerso dalla consulenza tecnica disposta dal Pretore, nello stabilimento della Atlas Ceramiche non esistano operai concretamente esposti al rischio di silicosi e, di conseguenza, non esiste neppure “un ammontare di salari cui commisurare il premio” asseritamente dovuto.

Con il terzo motivo, denunziando violazione e falsa applicazione degli artt. 1882 e segg., 1895 e segg. cod. civ. in relazione all’art. 1886 cod. civ. nonché omessa ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, la ricorrente si duole che il tribunale abbia affermato che nell’assicurazione contro la silicosi il rischio deve necessariamente identificarsi con l’evento dannoso, laddove, secondo l’insegnamento di questa Suprema Corte, è sufficiente, perché sorga l’obbligo assicurativo, la mera possibilità che l’evento dannoso si verifichi.

Alla stregua di tale principio il rapporto di assicurazione contro la silicosi sorge, come previsto dall’art. 140 del T.U., “per la sola adibizione degli operai alle lavorazioni indicate, in quanto sussiste la possibilità, anche se remota, che un lavoratore contragga la silicosi pur mancando l’esposizione ad inalazione di silice libera in misura pericolosa: rischio che vine coperto dal normale premio ordinario corrisposto dai datori di lavoro. Qualora invece il rischio di contrarre silicosi sia effettivo e valutabile con i criteri previsti dall’art. 153 del T.U….., la legge ha previsto l’obbligo per i datori di lavoro interessati di corrispondere il premio supplementare”. Per non aver colto questa fondamentale distinzione il Tribunale, ad avviso della ricorrente, è giunto alla erronea conclusione che il premio supplementare è sempre dovuto, perché l’esistenza del rischio della silicosi è presunta per legge quanto vengano eseguite determinate lavorazioni considerazioni morbigene.

Le suesposte censure, che per la loro connessione vanno esaminate congiuntamente, sono fondate.

La motivazione della sentenza del Tribunale di Modena si esaurisce, in sostanza, nel rilievo che l’art. 153 del T.U. n. 1124 del 1965, modificato dall’art. 10 della legge 27-12-1975 n. 780, non richiederebbe “l’accertamento in concreto del rischio”, questo essendo “presunto per legge” quanto il datore di lavoro svolga una delle lavorazioni elencate nella tabella alleg. 8, e si limiterebbe a “stabilire i criteri per la determinazione o quantificazione del premio di volta in volta dovuto”.

Tale apodittica affermazione è non solo inidonea a spiegare adeguatamente le ragioni per le quali il giudice di appello ha ritenuto di non condividere l’opposta soluzione adottata dal Pretore, ma è frutto di una superficiale interpretazione della norma sopra menzionata, che manifestamente contrasta con il tenore letterale e con la ratio della medesime.

Non può disconoscersi che la legge di riforma n. 780 del 1975 ha notevolmente esteso l’ambito della tutela assicurativa contro la silicosi e l’asbestosi, abrogando – tra l’altro – l’art. 143 del T.U., il quale disponeva che “ai fini dell’applicazione delle norme di legge e della tabella delle lavorazioni per le quali è obbligatoria la assicurazione contro la silicosi e l’asbestosi” (all. 8), le rocce, gli abrasivi e gli altri materiali indicati nella medesima tabella si consideravano “contenenti silice libera o amianto” quanto questi fossero “presenti in percentuale tale da poter dare luogo, avuto riguardo alle condizioni delle lavorazioni, ad inalazione di polvere di silice libera o di amianto tale da determinare il rischio”.

Eliminata la necessità di tale accertamento sui materiali e modificato altresì l’art. 140 del T.U. (il quale più non richiede, per la indennizzabilità delle suddette tecnopatie, che queste siano contratte, oltre che nell’esercizio, anche a causa delle lavorazioni tabellate), deve ritenersi presunto per legge il nesso di casualità fra l’esercizio di tali lavori e l’insorgenza della silicosi e dell’asbestosi. Ciò, peraltro, non autorizza ad affermare che il datore di lavoro, per il sol fatto di svolgere una delle attività previste dalla tabella alleg. 8, sia sempre ed automaticamente obbligato a corrispondere all’INAIL il premio supplementare di cui all’art. 153 del T.U., a prescindere da qualsiasi accertamento circa la concreta esistenza del rischio.

Invero, il legislatore del 1975 ha dettato, in ordine al pagamento del premio supplementare, una particolare disciplina (che, per la sua specialità, deroga alle disposizioni di carattere generale contenute nel T.U.: v. art. 141), modificando il 1° comma dell’art. 153 e disponendo che detto premio va “fissato in relazione all’incidenza dei salari specifici riflettenti gli operai esposti ad inalazioni di silice libera o di amianto in concentrazione tale da determinare il rischio, sul complesso delle mercedi erogate a tutti gli operai dello stesso stabilimento, opificio, cantiere eccetera” (art. 10 L. n. 780-75).

Tale disposizioni – contrariamente a quanto assume il giudice del merito – non si limita a stabilire il criterio di massima per la determinazione della misura del premio supplementare, ma introduce anche, sia pur solo in relazione all’obbligo di corrispondere il premio stesso, una condizione limitativa analoga a quella cui era subordinata, vigente l’art. 143 del T.U., l’applicazione dell’intera normativa sull’assicurazione contro la silicosi e l’asbestosi e della tabella alleg. 8. La determinazione dell’ammontare dei “salari specifici” comporta, infatti, necessariamente l’indagine circa il numero degli operai effettivamente esposti ad inalazioni di silice libera o di amianto in concentrazione pericolosa. Ne consegue che, anche dopo la riforma del 1975, il premio supplementare non può ritenersi connesso ad un’asserita presunzione assoluta di rischio (di cui non v’é traccia nella disciplina positiva dell’istituto), ma è dovuto solo quando risulti accertato in concreto che, per effetto dello svolgimento delle lavorazioni tabellate, si verifica nell’ambiente di lavoro una dispersione di silice libera o di amianto in concentrazione non inferiore a quella normalmente idonea a determinare, per il personale addetto, il rischio (inteso come possibilità effettiva) di contrarre la silicosi o l’asbestosi.

Nell’adottare la formula sopra riportata il legislatore, opportunamente astenendosi da rigide indicazioni circa il grado di concentrazione ritenuto pericoloso, ha inteso fare implicito riferimento – come, del resto, in passato agli effetti di cui all’art. 143 del T.U. – ai dati risultanti dalle tabelle di massima concentrazione ammissibile (M.A.C.) dei vari agenti nocivi nell’ambiente di lavoro: tabelle che sono sottoposte a verifiche ed aggiornamenti continui da parte degli studiosi di igiene e medicina del lavoro e che indicano, alla luce delle più recenti conoscenze scientifiche (e sia pure in termini non assoluti), i valori – limite (numerici e ponderali) di concentrazione atmosferica di gas, vapori, polveri ecc., alla quale possono essere esposti, per turni di 8 ore lavorative giornaliere e 40 ore settimanali e per l’intera vita lavorativa, individui sani, senza riportare – salvo casi di reattività o predisposizione particolari – alterazioni del loro stato di salute.

Dalle considerazioni fin qui svolte può già trarsi la conclusione che si è nella norma in esame un insuperabile dato testuale – non adeguatamente valutato del Tribunale di Modena – che impedisce di condividere la soluzione accolta nella impugnata sentenza, essendosi nella fattispecie incontestabilmente accertato che nello stabilimento della società ricorrente la concentrazione di silice libera aerodispersa era inferiore al livello oltre il quale il rischio di contrarre la silicosi diventa reale ed effettivo. Se non vi sono, infatti, operai dell’Atlas Ceramiche esposti ad inalare biossido di silicio in concentrazione pericolosa, viene per ciò stesso a mancare la possibilità di istituire il rapporto fra i “salari” dei lavoratori soggetti al rischio di contrarre la silicosi ed il “complesso delle mercedi” erogate a tutti gli operai dello stesso stabilimento (il calcolo – come sottolinea la difesa della società ricorrente – darebbe in ogni caso risultato negativo); e, di conseguenza, è praticamente inapplicabile la tabella dei tassi di premio supplementare” di cui ai DD.MM. 19-5-1945 e 14-11-1978, la quale, in attuazione del criterio di massima dettato dall’art. 153 del T.U. , gradua i tassi di premio in ragione dell’incidenza percentuale di “salari specifici” sul complesso delle mercedi”, con scaglioni compresi fra la 0,01 ed il 100 per cento.

Né potrebbe indurre in contrario avviso il rilievo che, pur in presenza di un concentrazione di silice libera o di amianto inferiore al limite di rischio, esiste – come la dottrina medica non manca di segnalare – la possibilità innanzi cennata che lavoratori particolarmente suscettibili all’azione della sostanza nociva (a causa di alterazioni genetiche del corredo enzimatico, di menomazioni funzionali d’organo o sistemiche o per altri fattori anomali) contraggono la silicosi o l’asbestosi.

Invero, a prescindere dalla considerazione che questa particolare reattività può, in gran parte dei casi, essere tempestivamente svelto mediante esami appropriati alla visita di assunzione del lavoratore o in quelle successive (v. artt. 157 e segg. del T.U.), non par dubbio, alla stregua della formulazione della norma in esame, che il legislatore ha inteso escludere la sussistenza dell’obbligo del pagamento del premio supplementare in simili ipotesi, in cui la possibilità del verificarsi dell’evento dannoso esula dall’ambito della normalità, essendo legato alla presenza di fattori eccezionali di carattere prevalentemente soggettivo, non rilevati alle visite periodiche di controllo prescritte dalla legge.

E’ opportuno, peraltro, ribadire che, a seguito dell’abrogazione dell’art. 143 e della sostanziale modifica degli artt. 140 e 144 del T.U. (v. artt. 1, 2 e 3 della legge n. 780 del 1975), il fatto che il datore di lavoro non sia tenuto al pagamento del premio supplementare non è di ostacolo alla indennizzabilità della silicosi e dell’asbestosi anche nei casi-limite sopra indicati, ove sia dimostrato che il lavoratore ha contratto la malattia nell’esercizio dei lavori specifici nella tabella alleg. 8 e che rientrino tra quelli previsti dall’art. 1 del T.U.. Come risulta, infatti, dalla esposizione che precede, la legge regola diversamente la sfera di operatività della tutela assicurativa, fondata sulla presunzione assoluta di derivazione causale della tecnopatia dello svolgimento dell’attività tabellata, e l’obbligo del pagamento del premio supplementare, tuttora subordinato all’accertamento dell’esigenza di un rischio effettivo nell’ambiente di lavoro.

Né tale affermazione contrasta – come l’INAIL infondatamente sostiene – con il principio, desumibile dall’art. 39 del T.U., della “corrispondenza fra la determinazione delle prestazioni assicurative e quella dei contributi … necessari a fra fronte a tali prestazioni (v. memoria). Deve, a tal riguardo osservarsi che – come autorevole dottrina ha esattamente evidenziato – il suddetto principio opera nell’ambito dell’istituto giuridico complessivo dell’assicurazione sociale obbligatoria, non già in quello del singolo rapporto assicurativo (come invece avviene nell’assicurazione privata). Va inoltre ricordato che la valutazione statistico-attuariale del fabbisogno finanziario per far fronte agli oneri relativi alle prestazioni viene effettuate in relazione alla specifica disciplina di ciascun gestione, tenendo conto della peculiarità della medesima.

Non può essere, infine, trascurato il rilievo che l’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali (nella quale – come dispongono gli artt. 140 e 144 del T.U. – sono comprese la silicosi e l’asbestosi) già comporta il pagamento di un premio, fissato dalla tariffa con tassi differenziati per “grandi gruppi” di lavorazioni e suscettibile di aumento o riduzione entro il limite del 30% in rapporto all’entità del rischio esistente in ciascuna impresa (v. i DD.MM. innanzi citati). A tale premio, per così dire, normale, destinato a coprire il rischio delle malattie professionali in genere per i vari settori di lavorazioni, può aggiungersi – ma solo eventualmente – il premio supplementare per la silicosi e l’asbestosi a carico dei datori di lavoro che svolgono le attività indicate dalla tabella alleg. 8, allorché si verifichi la condizione a tal fine prevista dalla legge, cioé – come si è spiegato – nella sola ipotesi in cui il rischio di contrarre tali malattie assuma rilevanza e concretezza per esservi nello stabilimento un certo numero di operai costretti ad inalare silice libera o amianto in concentrazione superiore a quella massima che, secondo le indicazioni della scienza medica, può considerarsi normalmente non nociva.

Non è superfluo, a questo punto, precisare che il risultato della interpretazione letterale della norma in questione risulta confermato dalle esegesi logica e storico-sistematica della disposizione stessa.

Come si evince dai resoconti dei lavori parlamentari relativi alla discussione della legge di riforma del 1975, la Commissione Lavoro e Previdenza Sociale della Camera dei Deputati, nella seduta del 19-11-1975, aveva approvato in sede legislativa un testo, risultante dalla unificazione di tre distinte proposte di legge in materia di prevenzione ed assicurazione obbligatoria per la silicosi e l’asbestosi, nel quale l’art. 10 era diversamente formulato: si lasciavano, infatti, “ferme … le disposizioni degli artt. 153 154” del T.U. n. 1124 del 1965 e si provvedeva alla copertura degli oneri derivanti dall’applicazione della legge in discussione e del precedente D.P.R. 9-4-1975 n. 482, fino all’entrata in vigore di una nuova tariffa dei premi “da emanarsi con effetto non posteriore al 1° gennaio 1979”, mediante “una addizionale sui premi dell’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali”, nella misura del 5% per l’anno 1976 e del 7,50% per ciascuno degli anni 1977 e 1978 (v. atti della VI legislatura – Comm. XIII, pagg. 583 e segg.). Tale disposizione venne emendata dal Senato, “allo scopo di ottenere una più razionale distribuzione del carico contributivo” (v. Atti della VI Legislatura – resoconto della seduta del 17-12-75, pag. 24763) ed assunse la formulazione, divenuta poi definitiva a seguito dell’approvazione della Camera dei Deputati, che prevedeva una sensibile riduzione dell’addizionale sulle retribuzioni soggette al premio dell’assicurazione contro gli infortuni, il raddoppio del premio supplementare per l’assicurazione contro la silicosi e l’asbestosi, nonché la sostituzione del 1° comma dell’art. 153 del T.U. con la disposizione fin qui esaminata. Spiegò il relatore Sen. Ferralasco che, nell’assicurare la copertura finanziaria dei nuovi oneri, si era “evitato … di gravare unicamente sul settore interessato, che attraversa un periodo di crisi particolarmente grave nella pur grave crisi generale, introducendo un principio in certo senso rivoluzionario di mutualità fra tutte le varie branche del sistema industriale” e riconoscendo, “con questo nuovo tipo di distribuzione del carico contributivo…, la qualifica di malattia sociale” alla silicosi ed all’asbestosi (v. Atti da ultimo citt., pag. 24765). A sua volta, il Sottosegretario di Stato per il Lavoro e la Previdenza Sociale, On. Anselmi, ribadì che “gli oneri relativi alle prestazioni dovute ai lavoratori sono a carico soltanto delle aziende soggette al rischio specifico e, pertanto, le stesse non avrebbero potuto sopportare alla materia. Per ovviare a tali inconvenienti è stato previsto un miglioramento della mutualità, chiamando a contribuire anche le aziende non soggette al rischio specifico” (Atti citt., pag. 24781).

Orbene, appare evidentemente in contrasto con il dichiarato intento del legislatore di non gravare in misura eccessiva le aziende, già in crisi, del “settore interessato” l’opinione, implicita nella sentenza del Tribunale di Modena, secondo cui la legge n. 780 del 1975 avrebbe introdotto nella speciale normativa sull’assicurazione contro la silicosi e l’asbestosi una presunzione assoluta di rischio, anche ai fini del pagamento del premio supplementare, con il risultato di estendere l’obbligo ai datori di lavoro dello specifico settore che prima ne erano esenti e di far lievitare i tassi di premio. Né si concilierebbe con il fine suddetto il raddoppio del premio supplementare, disposto dal Senato, se contestualmente, e con la stessa norma concernente la copertura dell’onere finanziario, non fosse stato previsto un preciso limite all’obbligo di corrispondere il premio stesso, ripristinando a questo solo scopo – come già si è detto – una condizione analoga a quella in precedente contenuta (con riferimento ai materiali impiegati nella varie lavorazioni di cui alla tabella 8) nell’art. 143 del T.U..

Non sembra possa revocarsi in dubbio che il senato, con una più attenta valutazione dei problemi relativi agli aspetti finanziari della legge al suo esame, si avvide che, abrogata quest’ultima norma (art. 143) ed eliminato, di conseguenza, il preesistente limite all’applicabilità dell’intera disciplina di cui al capo VIII – titolo I del T.U., tutti i datori di lavoro del “settore interessato”, non esclusi quelli che non erano in precedenza soggetti al pagamento del premio supplementare per l’accertata insussistenza delle condizioni stabilite dall’art. 143, si sarebbero trovati indiscriminatamente esposti ad un ulteriore più rilevante onere contributivo, anche in previsione del fatto che i tassi del premio sarebbero risultati sicuramente aggravati se, fra i “salari specifici” degli operai esposti al rischio di contrarre la silicosi o l’asbestosi, fossero stati compresi quelli dei lavoratori che inalavano silice libera o amianto in qualsiasi concentrazione, anche minima o irrilevante. E proprio per evitare tali conseguenza sicuramente non volute, attese le sopra riportate dichiarazioni di autorevoli parlamentari, il Senato modificò l’art. 10 nel senso innanzi precisato, circoscrivendo la portata dell’obbligo del pagamento del premio supplementare e ponendo come indefettibile presupposto dell’obbligo stesso l’accertata esistenza di un rischio effettivo, e non solo presunto, in ossequio al principio (che è, del resto, alla base di qualsiasi forma di assicurazione, comprese quelle sociali obbligatorie) della corrispondenza fra entità del rischio assicurato e premio.

Alla stregua delle suesposte considerazioni risulta evidente che il Tribunale di Modena, oltre a non avere adeguatamente motivato la propria decisione, è incorso nella violazione e falsa applicazione dell’art. 153 del T.U. n. 1124 del 1965 (modificato dall’art. 10 della legge n. 780 del 1975) e dei principi giuridici che regolano il pagamento del premio supplementare per l’assicurazione contro la silicosi e l’asbestosi.

Merita, quindi, accoglimento il ricorso della soc. Atlas Ceramiche e l’impugnata sentenza va cassata, con rinvio della causa ad altro giudice d’appello, che si designa nel Tribunale di Bologna, il quale tenendo conto dei rilievi che precedono ed uniformandosi agli enunciati principi di diritto, procederà a nuovo esame della controversia e provvederà anche sulle spese del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

La Corte: accoglie il ricorso; cassa l’impugnata sentenza e rinvia la causa al Tribunale di Bologna – Sezione Lavoro, il quale provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma l’11 ottobre 1985.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 17 GENNAIO 1986