Svolgimento del processo

Felicia Lo Paro nata l’8.5.1933 a S. Fratello, ivi residente, bracciante agricola, all’esito negativo della domanda di pensione d’invalidità da lei presentata il 25.8.1976, con ricorso del 15.2.1980 chiedeva al Pretore di Patti l’accertamento del diritto contestato.

L’INPS resisteva alla domanda opponendo ancora una volta che le infermità denunciate non erano provate né comunque riducevano a meno della metà la capacità di guadagno dell’assicurata.

Il pretore, espletata indagine medica, con sentenza 7.12.78 – 30.1.79 rigettava la domanda.

Il Tribunale di Patti, sull’appello della assicurata, rinnovata la consulenza tecnica, rigettava l’impugnazione con sentenza 28.10.81 – 12.11.81.

Riteneva il giudice del gravame che la doglianza dell’appellante secondo cui il primo giudice aveva basata la propria decisione su una errata ed insufficiente consulenza medico-legale dalla quale non erano state tenute nel debito conto le gravi e non emendabili malattie da cui la stessa appellante era affetta, risultava destituita di ogni fondamento, perché il primo consulente tecnico, i cui accertamenti diagnostici e le cui valutazioni conclusive erano stati confermati dal nuovo C.T., dopo avere proceduto alla raccolta dei dati anamnestici ed all’esame obiettivo della Lo Paro, aveva concluso nel senso che essa era affetta soltanto da “modesta lomboartrosi e lievi note di nevrosi” ed era in buone condizioni generali.

Tale quadro morboso, come bene aveva rilevato il C.T., non indicava certamente nella misura voluta dalla legge sulla capacità di guadagno della Lo Paro in occupazioni confacenti alle sue attitudini di bracciante agricola, non essendo stata riconosciuta a carico degli altri organi ed apparati alcuna disfunzione di particolare rilevanza fra quelle indicate nel ricorso.

Né il Tribunale riteneva di discostarsi da tali conclusioni perché esaurienti e convincenti sotto il profilo diagnostico ed esatte sotto quello logico-valutativo.

L’appello doveva essere pertanto rigettato, con condanna della proponente alla refusione delle spese del grado, ivi comprese quelle dalla nuova C.T., essendo palese nella stessa il pervicace intendimento di completare una pensione non dovuta.

Contro tale decisione la La Paro ha proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi, cui l’intimato resiste con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente denuncia: violazione e falsa applicazione dell’art. 10 R.D.L. 14 aprile 1939 n. 636 e successive modificazioni (art. 360 comma I n. 3 c.p.c., omessa e, quanto meno, insufficiente motivazione (art. 360 comma I n. 5 C.P.C.) per avere il giudice d’appello ritenuta la stessa ricorrente affetta soltanto da “modesta lombo-artrosi e lievi note di nevrosi ed in buone condizioni generali, omettendo, senza motivazione, di estendere l’indagine ad altre condizioni morbose “documentate” nell’atto d’impugnazione, quali l’ipertiroidismo, evidenziato da una scintigrafia eseguita alcuni anni prima; la cardiopatia, attestata da referto dell’INAM; la malattia atrosica che richiedeva una indagine strumentale; l’ipoacusia con turbe neurotiche e sindrome vertiginosa che richiedeva una indagine specialistica.

Il motivo è infondato.

L’accertamento, compiuto dal giudice d’appello in esito ad una nuova indagine medica, confermativa della precedente C.T. e secondo cui la ricorrente è affetta soltanto da “modesta lombo-artrosi e lievi note di nevrosi” e versa in buone condizioni generali, non essendo stata riconosciuta a carico degli altri organi ed apparati alcuna disfunzione di particolare rilevanza fra quelle indicate in ricorso risulta invero sufficientemente motivato se privo, altresì, di vizi logici e manifesti errori di fatto o tecnico-scientifici e, come tale, è incensurabile in questa sede di legittimità.

Devesi, d’altra parte, ritenere non sussistente l’asserito difetto d’indagine circa “ulteriori condizioni morbose” che la ricorrente inappropriatamente definisce “documentate nell’atto di appello” e che invece trovano riscontro soltanto nella documentazione sanitaria della fase amministrativa semplicemente richiamata dall’appellante nell’atto di gravame.

Il Tribunale, come già accennato, sulla scorta della consulenza tecnica che era stata rinnovata nel giudizio d’appello e che confermava le conclusioni del primo ausiliare, ha, invero, escluso che Lo Paro sia affetta da altre disfunzioni fornite di una apprezzabile rilevanza clinica, in aggiunta a quelle incluse nel quadro diagnostico.

Tale esclusione aderisce, fra l’altro, alle risultanze cliniche e strumentali della fase amministrativa e successive che si assumono obliterare e che anche il nuovo C.T. ha mostrato, invece, di prendere in considerazione, richiamando come concordanti con l’obbiettività clinica, i referti degli esami consegnategli dalla Lo Paro e concernenti l’ipertiroidismo e l’affezione artrosica, nonché i risultati dell’esame elettrocardiografico e della visita cardiologica escludenti la presenza di una cardiopatia.

Relativamente a tali affezioni ed alle altre che il giudice del merito avrebbe omesso di prendere in considerazione, la ricorrente non indica, d’altra parte, gli elementi d’ordine logico e tecnico-scientifico che, a suo dire, rendevano necessari i nuovi accertamenti, limitandosi essa a richiamare solo risultanze già oggetto di valutazione da parte del C.T. ed a definirle apoditticamente idonee a giustificare la rinnovazione degli accertamenti specialistici.

Sul piano logico e tecnico-scientifico resta perciò non validamente contraddetto il giudizio di completezza degli esami clinici e strumentali, che è implicito nella affermazione del giudice d’appello secondo cui la nuova consulenza tecnica risultava esauriente e persuasiva sia sotto il profilo della diagnosi sia sotto l’aspetto della coerenza logico-giuridica delle valutazioni conclusive.

Il primo motivo deve pertanto essere rigettato. Merita invece accoglimento il secondo mezzo d’impugnazione, con cui la ricorrente in sostanza denuncia una motivazione insufficiente circa la ritenuta sussistenza delle condizioni di legge (art. 152 D.A. C.P.C.) per la condanna al pagamento delle spese processuali della controparte, pronunciata dal giudice d’appello in base alla considerazione che era palese nella appellante il pervicace intendimento di completare una pensione non dovuta.

Preliminarmente deve essere esaminata e disattesa l’istanza del controricorrente che chiede dichiararsi cessata la ragione del contendere sul capo di sentenza relativo al regolamento delle spese, per intervenuta sua rinuncia al credito relativo.

La dichiarazione in tal senso formulata in controricorso proviene infatti da difensore non investito dello specifico potere dispositivo che è richiesto dall’art. 84 comma 2° del C.P.C. e che secondo il prevalente orientamento di questa S.C., trascende le facoltà collegate al conferimento della procura speciale per il controricorso, trattandosi perciò, di atto inidoneo a far cessare la ragione del contendere sul punto (cfr. Sez. Lav. 28.4.1984 n. 2664; 16.7.1983 n. 4921; 11.6.1983 n. 4683; 18.2.1983 n. 2659).

Per quanto riguarda il merito della questione sottoposta al suo esame, rileva la Corte che l’affermazione del giudice d’appello secondo cui la condanna della Lo Paro al pagamento delle spese del giudizio trova giustificazione nel palese suo intendimento, perseguito con pervicacia, di lucrare una pensione non spettante, essendo fondata esclusivamente sul rilievo (parzialmente implicito) di una mal risposta ostinazione della stessa Lo Paro nel suo proposito di ottenere una prestazione cui non aveva diritto, in spreto all’esito negativo del giudizio di I grado e della nuova C.T. espletata in grado di appello, manifestamente non esaurisce il “thema decidendum” posto dalla norma dell’art. 152 Disp. Attuaz. C.P.D. in relazione al caso di specie.

Il carattere manifestamente infondato e temerario della pretesa non poteva, infatti, desumersi semplicemente dal fatto del mancato accoglimento della domanda anche in appello, senza alcun accertamento specifico in ordine allo stato soggettivo della proponente, diritto ad evidenziare un suo comportamento processuale imprudente o avventato ovvero elementi di mala fede o colpa grave, associati all’infondatezza “prima facie” della domanda (cfr. Sez. Lav.

22.3.1984 n. 1916; 13.3.1984 n. 1720; 19.10.1983 n. 6136; 11.7.1983 n. 4683).

Sotto l’aspetto dell’assoluta fondatezza obbiettiva della pretesa, rilevabile dalla carenza manifestata delle condizioni di fatto e di diritto per il conseguimento della prestazione, la motivazione della impugnata sentenza risulta, invero, del tutto insufficiente, risolvendosi essa nel solo rilievo che la pensione non era dovuta, senza che sia stata presa in considerazione la circostanza, senza dubbio rilevante anche in merito all’elemento soggettivo, della rinnovazione della indagine medica che era stata disposta dallo stesso giudice d’appello in accoglimento della istanza istruttoria proposta con l’atto d’impugnazione e sulla base, in ogni caso, di un giudizio preventivo di rilevanza processuale che non poteva essere trascurato nella successiva indagine circa la manifesta infondatezza e temerarietà della domanda.

Il motivo deve pertanto essere accolto con annullamento della impugnata sentenza nel capo di condanna alle spese processuali e con rinvio della causa ad altro giudice, il quale, attenendosi ai principi sopra enunciati, accerterà se sussistono le condizioni richieste dall’art. 152 Disp. Att. C.P.C. per farsi luogo a condanna della Lo Paro al pagamento delle spese sostenute dalla controparte nel giudizio d’appello.

Per quanto riguarda il regolamento delle spese del presente giudizio ricorrendo giusti motivi ai sensi dell’art. 92 C.P.C. si provvede come nel dispositivo che segue.

P.Q.M.

Rigetta il primo motivo, accoglie il secondo; cassa la sentenza impugnata; rinvia al Tribunale di Mistretta e dichiara interamente compensate le spese del giudizio di cassazione.
In Roma il 26 marzo 1985
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 22 GENNAIO 1986