Svolgimento del processo

Con decreto n 671 del 2 febbraio 1975, l’Assessore ai Lavori Pubblici della Regione Siciliana autorizzò l’Istituto Autonomo per le Case Popolari della provincia di Palermo ad occupare in via temporanea ed urgente diversi appezzamenti di terreno in contrada “Sperone” di Palermo al fine della costruzione dei trentasei alloggi popolari.

L’occupazione, attuata il 12 maggio successivo mediante l’inizio della costruzione degli alloggi, interessò, tra l’altro, terreno di proprietà di Francesco, Vincenza e Pietro Vassallo ricadente per mq.

411 nella part. 597, mq. 359 nella part. 600 e mq. 72 della part. 280 del foglio catastale 89.

Con successivo decreto n. 11564 del 6 ottobre 1975 il Prefetto di Palermo autorizzò lo stesso IACP ad occupare sempre in via d’urgenza e temporanea per la durata di anni 3 al fine della costruzione di 422 alloggi popolari nella stessa contrada “Sperone” altri appezzamenti di terreno ai Vassallo e precisamente mq. 5 ricadenti nella part. 597, mq. 1525 nella part. 600, mq. 408 nella part. 280, mq. 1183 nella part. 599, mq. 1362 nella part. 288. La occupazione fu attuata il 18 dicembre 1975 mediante l’inizio della costruzione degli alloggi popolari.

Con citazione del 18 ottobre 1979 Francesco, Vincenzo e Pietro Vassallo convennero in giudizio davanti al Tribunale di Palermo, l’Istituto Autonomo per le case popolari e, lamentando che non era seguito nei termini prescritti alcun decreto espropriativo, chiesero la condanna dell’Istituto convenuto al risarcimento dei danni consistente nel valore attuale del terreno occupato.

L’Istituto costituitosi in giudizio, contestò la pretesa degli attori. Il Tribunale, – come sentenza del 12-24 giugno 1981, – ritenne che era trascorso il termine per l’espletamento della procedura espropriativa, valutò il terreno, che considerò suscettibile di sfruttamento edilizio, nello stato in cui era al momento dello inizio dei lavori, per la realizzazione dell’opera pubblica, rivalutandone il prezzo in relazione all’intervenuta svalutazione monetaria.

Pervenne, così, alla somma di L. 181.476.000 al cui pagamento in favore degli attori condannò l’Istituto con gli interessi legali dal 12 maggio 1975 a L. 28.695.360 e dall’8 novembre 1975 a L. 152.780.640; condannò, oltre lo stesso Istituto al pagamento delle spese del giudizio.

Avverso questa sentenza notificata il 29 giugno 1981 propose appello rituale davanti alla Corte di Appello di Palermo con atto notificato il 23 luglio 1981 l’Istituto rimasto soccombente.

I Vassallo si costituirono e resistettero al gravame. L’appello veniva respinto. Sui punti che poi sarebbero stati investiti dal ricorso per cassazione, la Corte di merito ha osservato:

1) dalla data dei due decreti di autorizzazione all’occupazione erano trascorsi oltre cinque anni ed, essendo tale termine – previsto dall’art. 20 L. 865-1971 – non certo meramente indicativo (quasi un consiglio dato all’espropriante), l’occupazione era divenuta illegittima allo scadere del quinquennio;

2) la edificabilità dell’area era stata accertata dal C.T.U. sulla base del piano regolatore e della planimetria allegata al decreto assessoriale di autorizzazione all’occupazione in data 22.2.1975, dalla quale planimetria risultava che già a quell’epoca nella zona esistevano costruzioni e che tale zona era delimitata da importanti arterie cittadine ed intersecata da diverse strade pubbliche; sicché, anche se il terreno al tempo dell’occupazione era sfruttato come agrumeto, era stato correttamente ritenuto suscettibile di sfruttamento edilizio.

Avverso detta sentenza ricorre per cassazione l’Istituto Autonomo delle Case popolari per la provincia di Palermo con tre motivi.

Non vi è controricorso.

Motivi della decisione

1.- Col primo mezzo l’Istituto ricorrente denuncia falsa applicazione dell’art. 20 L. n. 865 del 1971 e dell’art. 9 L. n. 167 del 1962 per avere la Corte di merito considerata illegittima l’occupazione dei terreni dei Vassallo senza tener conto che tali terreni erano inseriti nel piano di zona (n. 2) per il quale – secondo la legge n. 167 del 1962 – la dichiarazione di pubblica utilità non era necessaria, essendo implicita nell’approvazione del piano (art. 16 della L. n. 1150 del 1942) ed avendo durata pari alla validità del piano; legittimamente, pertanto, l’Istituto avrebbe continuato ad occupare i terreni per cui è causa “potendo trasformare l’occupazione temporanea in definitiva nello ambito temporale di validità del piano” (che lo stesso ricorrente indica in anni diciotto).

Si tratta di argomentazione per la prima volta dedotta in questa sede di legittimità, avendo il ricorrente sostenuto davanti ai giudici di merito esclusivamente che il termine di cinque anni dalla data di immissione in possesso, cui l’occupazione può essere protratta ai sensi del 2° comma dell’art. 20 della l. n. 865 del 1971, è termine meramente indicativo, il che risulta dalla motivazione della sentenza impugnata.

Tuttavia, la censura può essere esaminata non richiedendo nuova valutazione dei fatti.

Orbene, la semplice lettura delle disposizioni di legge che il ricorrente assume violate dalla Corte del merito è sufficiente per il rigetto del motivo in esame, poiché, se è vero che le “aree comprese nel piano rimangono soggette, durante il periodo di efficacia del piano stesso ad espropriazione” (art. 9 u.p. L. 18 aprile 1962 n. 167), ciò non significa e non può significare che esse aree possano rimanere occupate “sine die” senza conseguenze risarcitorie nei confronti dei proprietari di esse da parte della Amministrazione occupante, tant’é che l’art. 20 comma 2°, della L. n. 865 del 1971 – e cioé proprio quella norma che il ricorrente assume, a torto, violata – specifica in cinque anni il termine senza che sia stato emanato il provvedimento ablatorio, l’ulteriore occupazione costituisce fatto illecito ai sensi della norma generale di cui all’art. 2043 C.C., con la inevitabile conseguenza dell’obbligo per la P.A. di risarcire il danno cagionato al proprietario del terreno occupato.

E che un provvedimento definitivo del procedimento amministrativo di espropriazione non sia mai stato emesso nei cinque anni dalla immissione in possesso non solo hanno accertato i giudici di merito – ed il relativo accertamento di fatto è insindacabile in questa sede di legittimità – ma lo sostiene lo stesso ricorrente col suo terzo motivo di ricorso, invocando un’ordinanza del Sindaco di Palermo, con cui si dispone l’espropriazione dei terreni in questione, emessa solo il 3 settembre 1982 e cioé quando il quinquennio era abbondantemente trascorso.

In conclusione, la tesi del ricorrente, secondo la quale nell’intero periodo di validità della dichiarazione di pubblica utilità, è lecita l’occupazione di un immobile, senza alcuna responsabilità per la P.A. (sembrerebbe neppure per atto lecito) non può assolutamente condividersi, ostandovi un generale principio che

– nel caso di specie – è recepito dalla già ricordata norma di cui all’art. 20, comma 2°, L. n. 865 del 1971.

2.- Col secondo mezzo, il ricorrente deduce vizio di insufficiente motivazione per non avere la Corte del merito dato chiara ragione della qualificazione dei terreni occupati come suoli edificabili ai fini della valutazione e qualificazione del danno risarcibile; in particolare, ritenendo vincolante la destinazione edificatorio riservata all’area dal piano regolatore particolareggiato e non tenendo conto del momento di riferimento per la determinazione del valore di mercato del bene.

La censura, così riassunta, non è fondata.

La Corte del merito, sul punto, ha rigettato una doglianza sostanzialmente diretta contro la consulenza tecnica d’ufficio, rilevando che non solo la vocazione edificatoria della zona risultava dal piano regolatore, ma che dalla planimetria allegata al decreto assessoriale di autorizzazione all’occupazione risultava chiaramente che già a quell’epoca la zona era investita da costruzioni e che era delimitata, da un lato dal Corso dei Mille e dall’altro dalla Via Messina Marina, ed intersecata da diverse strade pubbliche; pertanto, la valutazione del consulente corrispondeva ad una situazione di fatto, per cui, anche se il terreno era sfruttato come agrumeto, era però suscettibile di sfruttamento edilizio, del quale non poteva non tenersi conto in relazione proprio ai prezzi di mercato accertati dal consulente stesso.

Tale motivazione – che si è riportata integralmente e quasi testualmente – smentisce, in punto di fatto, le asserzioni del ricorrente, sia sul punto della pretesa esclusiva considerazione da parte dei giudici di merito della destinazione riservata ai terreni in questione dallo strumento urbanistico, sia sull’altro della pretesa mancanza di riferimento temporale della valutazione; infatti, tale valutazione prende in considerazione anche un atto amministrativo diverso dal piano regolatore generale di Palermo (e cioé lo stesso decreto assessoriale di autorizzazione alla occupazione del 1975) per dedurne logicamente anche se implicitamente

– che la potenziale edificabilità dell’area già sussistente al tempo dell’emanazione del decreto assessoriale, non poteva escludersi allo scadere del quinquennio, e cioé al momento cui la valutazione doveva essere riferita.

In conclusione, la motivazione della sentenza impugnata, è, in punto di valutazione dell’immobile occupato, sufficiente ed immune da qualsiasi vizio logico.

Pertanto, essa si sottrae al sindacato di questa Suprema Corte ( Cass. 1143-76, 2098-75, 3576-72, 2635-72) della cui giurisprudenza ha, anzi, applicato, i principi sia in materia di rilevanza diretta dell’inclusione di una area in zona riservata all’edilizia dal piano regolatore particolareggiato ovvero di rilevanza indiretta di elementi obiettivi idonei alla qualificazione della stessa area come edificabile (Cass. 6059-79, 288-81, 1673-82, 346-83, 772-84 ex plur.)

– sia in materia di irrilevanza, sempre ai fini della valutazione dell’area occupata come edificabile, del concreto sfruttamento del fondo ai fini agricoli al momento dell’occupazione (Cass. 1003-82, 4533-84, 2617-85, oltre quelle dianzi citate).

3.- Col terzo motivo, il ricorrente sostiene essersi verificata la conversione automatica dell’originaria domanda di risarcimento dei danni da occupazione illegittima in opposizione alla stima dell’indennità in conseguenza del decreto di espropriazione con contestuale determinazione dell’indennità (ordinanza del Sindaco di Palermo 122-18P-E del 3.9.1982) sopravvenuto tra la pubblicazione della sentenza impugnata e la notificazione del ricorso per cassazione; conseguentemente chiede la cassazione della sentenza impugnata con rinvio, affinché si provveda sulla domanda modificata.

Il motivo non può accogliersi.

Lo stesso ricorrente, infatti, non contesta nell’esposizione dei fatti, che già nel 1979 sui terreni in questione “erano state realizzate opere pubbliche di carattere permanente” e cioé gli alloggi IACP.

Pertanto, il decreto di espropriazione, sopravvenuto nel corso del giudizio quando si era già verificata l’irreversibile destinazione dei terreni occupati con la realizzazione dell’opera pubblica – realizzazione “sine titulo” e, come tale, configurante un fatto illecito che estingue il diritto dominicale del privato e ne determina l’acquisizione a titolo originario in capo all’ente costruttore – non può spiegare alcuna rilevanza e non determina la conversione dell’azione risarcitoria in opposizione avverso la stima dell’indennità (Cass. 6432-83, 7022-83, 2854-84, 4208-85).

4.- Il rigetto di tutti e tre i motivi del ricorso comporta la sua totale reiezione.

La Corte non pronuncia sulle spese, non avendo gli intimati resistito con controricorso.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.
Nulla per le spese.
Così deciso in Roma il 23 ottobre 1985.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 4 MARZO 1986