Svolgimento del processo

L’amministrazione del condominio di Via XII gennaio 1-g in Palermo chiese al pretore di questa città di ordinare a Laura Bellusci, proprietaria dell’ultimo piano, l’ottavo, di demolire, la costruzione che essa stava erigendo sul terrazzo di copertura perché, tra l’altro, non consentita dalle condizioni statiche dell’edificio. La convenuta si oppose.

Il pretore, sulla base di una consulenza tecnica all’uopo disposta, rigettò la domanda. Su appello del condominio il tribunale, invece, l’accolse, così, tra l’altro, argomentando, in relazione ai motivi di gravame:

a) trattandosi di azione diretta a conservare l’integrità dell’edificio in condominio, l’amministratori era legittimato a promuoverla, ex art. 1130 CC;

b) essendo Palermo zona sismica di seconda categoria, la sopraelevazione era consentita solo se la struttura esistente, unitamente a quella della sopraelevazione medesima, costituisse un complesso corrispondente alle norme della legge speciale antisismica n. 1694-62, secondo làart. 19 di essa, e ciò non ricorreva nella specie perché l’edificio superava il numero dei piani consentiti nella stessa zona a costruzioni non intelaiate, quale esso era, cioé tre piani fuori terra oltre il piano seminterrato o cantinato, secondo l’art. 10;

c) dovendo perciò la sopraelevazione considerarsi in contrasto con le norme antisismiche, c’era la presunzione – “juris tantum” – di pericolosità di essa, Bellusci avrebbe dovuto fornire la prova contraria e ciò non aveva fatto in quanto né dalla consulenza disposta in primo grado né da quella disposta nel giudizio d’appello si evincevano elementi in base ai quali escludere con certezza ogni pericolo di crollo in caso di sisma.

Bellusci ha proposto ricorso per i seguenti motivi:

1) Violazione degli artt. 1127, 1130, 1131, 1171 e 1172 CC e 100 e 339 CPC nonché difetto di motivazione: l’amministratore non era legittimato a chiedere la demolizione perché ciò non rientra fra gli atti conservativi delle cose comuni.

2) Violazione degli artt. 1127 e 1171 CC e 116 COC nonché difetto di motivazione: il tribunale non tenne conto degli argomenti posti dai tecnici a sostegno del parere fornito; inoltre decise la causa pur avendo rilevato che essi avevano omesso calcoli ed indagini essenziali ai fini di un giudizio di certezza sui quesiti loto posti, ciò che avrebbe invece dovuto indurlo ad affidare ai medesimi un nuovo incarico.

3) Violazione degli artt. 1127 CC e 19 L. n. 1684-1962 e 116 e 201 CPC:

a) il tribunale avrebbe dovuto prestar fede agli accertamenti effettuati dal c.t. di parte Bellusci, il quale aveva ovviato alla negligenza di quelli di ufficio giungendo alla conclusione che la costruzione era saldamente ancorata ai preesistenti pilastri dell’edificio;

b) poiché l’edificio era situato in “centro adibito preesistente” non erano applicabili le norme indicate dalla corte bensì le disposizioni del piano regolatore e del regolamento edilizio di Palermo.

4) Violazione degli artt. 1127 CC e 36 della legge cit. e delle norme sul riparto della giurisdizione;

a) essendo le norme da applicare non integrative del codice civile il tribunale non avrebbe potuto ordinare la demolizione;

b) la giurisdizione appartiene al giudice amministrativo. Il condominio si è costituito e resiste.

Motivi della decisione

Esaminando i motivi del ricorso in ordine di pregiudizialità preliminarità, la precedenza va data al quarto che è infondato sotto entrambi gli aspetti.

Sotto l’aspetto della giurisdizione – censura “sub” b) – perché – conformemente al criterio di riparto tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione amministrativa, basato, come è pacifico, sulla dicotomia diritti interessi, a parte le eccezioni stabilite dalla costituzione all’art. 103 – la controversia ricade nella competenza del giudice ordinario avendo il condominio dedotto la lesione di un diritto soggettivo dei condomini scaturente da norme giuridiche la cui violazione è esplicitamente prevista dal nostro ordinamento come fonte di veri e propri diritti, quali, a seconda dei casi, il diritto al risarcimento del danno e il diritto al ripristino della situazione anteriore alla violazione.

Le norme giuridiche che si assumono violate sono, congiuntamente, l’art. 1127-2 CC – secondo cui la sopraelevazione dell’ultimo piano di un edificio condominiale non è ammessa se le condizioni statiche dell’edificio stesso non lo consentono – e determinate regole che la legislazione speciale impone di osservare per le costruzioni nella località sismiche, tra le quali è pacifico rientra la città di Palermo. Ora nessun dubbio può sussistere che la violazione del divieto stabilito dall’art. 1127-2 (norma inderogabile) implica lesione di un diritto, e neanche la ricorrente lo prospetta.

Altrettanto deve dirsi quanto alle (altre) norme di edilizia per la cui violazione il combinato disposto degli artt. 871-82 e 872-2 CC esplicitamente conferisce, a chi ne abbia subito danno, il diritto ad esserne risarcito.

Poiché, dunque, alla (1) di dette norme l’ordinamento fa coincidere la lesione di un diritto, è per ciò stesso incontrovertibile che sussiste il presupposto della giurisdizione ordinaria, mentre la questione se oltre al risarcimento l’interessato possa ottenere anche la riduzione in pristino non riguarda più la giurisdizione (cioé la distribuzione della controversie fra giudici diversi: limite esterno) bensì soltanto ciò che si può chiedere ed ottenere dal giudice competente (cioé il limite interno della giurisdizione di ciascun giudice) e questo costituisce l’oggetto della censura “sub” a).

Ma neanche sotto questo secondo profilo il motivo è fondato. L’art. 1127-2 CC va interpretato non (restrittivamente) nel senso che la sopraelevazione è vietata soltanto se le strutture dell’edificio non consentono di sopportare il peso, ma (estensivamente) nel senso che il divieto sussiste anche nel caso che le strutture dell’edificio sono tali che, una volta elevata la nuova fabbrica, non consentono di sopportare l’urto di forze in movimento quali le sollecitazioni di origine sismica (l’art. 14 preleggi non è invocabile non trattandosi di applicazione analogica). Pertanto, se leggi speciali antisismiche prescrivono particolari cautele tecniche da adottarsi nella sopraelevazione di edifici, esse sono da considerarsi integrative dell’art. 1127-2 e se ne deve tener conto al fine di accertare od escludere il limite, di natura inderogabile, posto da tale norma al diritto del condomino.

Così inteso, il rapporto tra la norma generale e la norma speciale indicate non si giova del richiamo che, per effetto dell’art. 872-2, le norme della sezione VI del Titolo II del Libro II fanno alle leggi speciali nella materia da esse regolata, perché in nessuna di esse è possibile riscontrare tale richiamo, la possibilità per la parte di ottenere la demolizione dell’opera costruita contro il divieto di cui all’art. 1127-2 discende direttamente da questo articolo, interpretato, come si è detto, in collegamento con le speciali prescrizioni antisismiche.

Ad analoga conclusione, sia pure argomentando, in via autonoma, dalla disciplina speciale, senza specifico riferimento all’art. 1127-2, perviene C. n. 2335-81 – in un’analoga fattispecie di sopraelevazione di fabbricato in zona sismica – secondo cui la stabilità delle strutture da prendere in considerazione in tali zone non è quella che esclude la possibilità di crolli in condizioni di queste ma la stabilità antisismica, cioé quella che esclude il pericolo di crollo nell’eventualità dio un sisma.

Quanto al primo motivo non è il caso di approfondire la questione, che è stata numerose volte conformemente risolta dalla giurisprudenza nel senso di ritenere l’amministratore del condominio pienamente legittimato, a norma del combinato disposto degli artt. 1130 n. 4) – l’amministratore deve compiere gli atti conservativi dei diritti inerenti alle parti comuni dell’edificio – e 1131 – nei limiti delle attribuzioni stabilite dall’articolo precedente (o dei maggiore poteri conferitigli dal regolamento o dall’assemblea) l’amministratore ha la rappresentanza dei partecipanti e può agire in giudizio sia contro i condomini sia contro i terzi – ad agire per ottenere le demolizione di manufatti pregiudizievoli di quei diritti, non potendosi l’espressione “atti conservativi” intendersi riferita alle sole azioni cautelari “stricto sensu” (C. nn. 2445-62, 3561-72, 35190-80, 6322-80, 152-85 e 1912-85: in genere; nn. 1068-78, 1154-74 e 4761-78 sul punto specifico della demolizione e della riduzione in pristino).

Neanche il terzo motivo può accogliersi, vuoi quanto alla censura “sub” b) – perché, a tacere dell’inderogabilità delle norme di legge applicate dai giudice di merito, la questione è del tutto nuova in questa sede – vuoi quanto alla censura “sub” a) – perché, come è agevolmente desumibile dalla diffusa motivazione adottata dalla Corte di merito, che la mera affermazione contraria della ricorrente non può di per sé scalzare, il consulente di parte Bellusci espresse parere conforme a quello dei consulenti di ufficio e quindi nessun ausilio particolare fornì ai giudice perché decidessero diversamente.

Neanche il secondo motivo è, infine da accogliere. Va anzitutto rilevato che, nel discostarsi dal parere dei consulenti tecnici, la corte di merito:

a) premesso che la sopraelevazione in edifici non intelaiati, quale quello “de quo”, è costituita dalla legislazione antisismica – L. n. 1648 del 1962 – solo quando la struttura esistente, unitamente a quella della sopraelevazione, costituisca un complesso che corrisponde alle norme della legge stessa (art. 19) accertò che tal corrispondenza mancava perché, per gli edifici non intelaiati non è permessa un’elevazione superiore a tre piani oltre ad un piano seminterrato o cantinato (art. 10) mentre nella specie i piani erano otto oltre l’interrato;

b) ritenne quindi operante la presunzione, “juris tantum”, di pericolo di crollo in caso di sisma, derivante dall’inosservanza di quelle norme;

c) ritenne la presunzione non vinta dal parere dato dai consulenti non essendosi raggiunta la certezza che una volta sopraelevato (2) l’edificio avrebbe resistito, in caso di sisma, “a tutte le sollecitazioni”, come prescritto dalla legge (art. 9):

1) perché i consulenti si erano pronunciati sulla resistenza alle sollecitazioni sismiche tenendo conto, all’opposto, solamente di dati (calcoli) relativi all’incidenza ponderale della sopraelevazione sulle travi sottostanti direttamente dalla medesima interessate,senza avere né effettuato indagini globali sulla struttura dell’edifico, con saggi esaurienti e completi sul collegamento delle strutture della sopraelevazione con le strutture sottostanti, né acquisito i necessari dati geotecnici sul terreno di fondazione;

2) perché i consulenti si erano pronunciati, per l’esclusione del pericolo, in forma dubitativa e non di certezza (“la sopraelevazione non dovrebbe dare aggravi compromettenti la stabilità dell’edificio”).

Ciò posto si deve aggiungere che la motivazione adottata dalla corte si sottrae alle censure dedotte dal ricorrente.

Quando l’accertamento di un determinato fatto (nella specie se l’edificio fosse in condizioni tali da consentire la sopraelevazione) implicando un giudizio tecnico, sia accertabile soltanto mediante una consulenza tecnica da disporre di ufficio, le eventuali omissioni nell’acquisizione di dati necessari ai fini dell’accertamento non possono farsi ricadere a carico della parte onerata della prova di quel fatto, ma debbono determinare il giudice a disporre un supplemento ovvero il rinnovo della consulenza a meno che le omissioni siano dovute a impossibilità di procedere alle indagini necessarie.

Ora, è vero che la corte rilevò l’omessa acquisizione di dati tecnici indispensabili perché il conclusivo giudizio dei consulenti potesse ritenersi ragionevolmente fondato, consistenti in saggi sul sistema di collegamento fra sopraelevazione e le strutture preesistenti e sulla natura del terreno di fondazione, ma fornì le ragioni del non aver disposto il supplemento o il rinnovo della consulenza, consistenti, rispettivamente, nella compromissione che le prime indagini avrebbero comportato della stabilità della sopraelevazione stessa, e dell’ingente spesa richiesta dalle seconde.

E sebbene sotto il secondo aspetto l’ostacolo fosse superabile, non richiedendo la legge che nel disporre una consulenza il giudice sia condizionato al preventivo consenso della parte che la chiede ad anticiparne le spese (l’art. 90 CPC – “Onere delle spese” – avendo rilievo solo in sede di esecuzione dell’ordinanza d solo in questa sede potrebbero trarsi, sul piano dell’onere probatorio, le conseguenze dell’eventuale non assolvimento dell’onere di anticipazione) non lo era, come diedero ad intendere i giudici di merito, quanto al primo, essendo mancato il consenso di Bellusci che era la parte interessata a dare, con l’indagine suppletiva, la prova delle condizioni di sopraelevabilità, consenso neanche dato – e che peraltro è inammissibile dare – in sede di legittimità.

Naturalmente, data la necessità di entrambi gli accertamenti, l’impossibilità di compierne uno rende irrilevante la possibilità di eseguire il secondo.

Sussistono giusti motivi per l’integrale compensazione delle spese di questo procedimento.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso compensa integralmente le spese di questo procedimento.
Roma, 3 ottobre 1985.
(1) violazione
(2) approvasi
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 8 MARZO 1986