Svolgimento del processo

Con due distinte scritture private in data 19 febbraio 1969, l’ing. Arturo Civita prometteva di vendere a Gregorio Talarico due appartamenti composti di due vani ed accessori ognuno, siti in Catanzaro, nello stesso edificio, contraddistinti dai numeri 12 e 13, al prezzo rispettivamente di L. 5.775.000 e di L. 5.615.000. Per una parte del prezzo del promittente acquirente si accollava le quote frazionate di mutuo gravanti sugli immobili (L. 2.230.000 e L. 2.165.000 rispettivamente), mentre per il resto il Talarico rilasciava cambiali di vario importo, alcune maggiorate dagli interessi. Al n. 7 delle scritture le parti pattuivano, sotto il titolo “caparra-ritardato pagamento”, che tutte le somme versate dal promittente acquirente fino alla consegna degli alloggi si intendevano corrisposte a titolo di caparra confirmatoria e che, in caso di ritardo nei pagamenti stabiliti, “protrattosi per oltre tre mesi”, l’impresa della Civita sarebbe stata libera di ritenere risoluto il contratto, incamerando la caparra anche come risarcimento dei danni anticipatamente liquidati e transitati e restituendo le altre somme eventualmente versate dal Talarico, senza alcun interesse.

Il 23 gennaio 1969 Gregorio Talarico conseguiva il possesso degli appartamenti e le parti redigevano scritture con le quali si dava atto che il promittente acquirente era debitore della parte di prezzo per la quale erano state rilasciate cambiali (L. 2.925.000 per l’appartamento n. 12 e L. 2.730.000 per l’appartamento n. 13). Per il primo appartamento si conveniva il pagamento mediante dodici cambiali da L. 37.275 ciascuna, comprensive degli interessi, con scadenze dal 31 luglio 1969 al 30 giugno 1970; per il resto (L. 2.505.000), con cambiale scadente il 30 giugno 1970, rinnovabile con cambiali maggiorate degli interessi al tasso del 6,50% fino a sette anni e da rendersi ipotecarie. Analogamente si procedeva per il secondo appartamento (somma residua per l’unica cambiale, L. 2.310.000).

L’ing. Arturo Civita conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Catanzaro Gregorio Talarico, con citazione notificata l’8 giugno 1976, esponendo che, in ordine ai menzionati contratti, il Talarico non aveva pagato, determinandone il protesto, le cambiali di L. 1.600.000 e di L. 119.200, scadute il 30 giugno 1971, per l’appartamento n. 12; di L. 2.000.000 e di L. 340.800, scadute il 30 giugno 1971, per l’appartamento n. 13. Non aveva inoltre pagato le spese condominiali e le cartelle del mutuo fondiario. Chiedeva pertanto che fosse dichiarata la risoluzione dei preliminari di vendita, con la condanna del convenuto al rilascio degli appartamenti, al pagamento delle spese condominiali ed al risarcimento dei danni; con il riconoscimento ad esso attore del diritto di trattenere la somma di L. 2.880.000, complessivamente versata dal Talarico.

Questi contestava qualsivoglia inadempienza e chiedeva, in via riconvenzionale, la pronuncia sostitutiva dei contratti definitivi di compravendita, non conclusi.

Il tribunale adito, con sentenza non definitiva in data 31 ottobre 1979 – Il marzo 1980, dichiarava risoluti per colpa del Talarico i contratti preliminari di compravendita, condannava il convenuto al rilascio degli appartamenti e dichiarava che Arturo Civita aveva il diritto di trattenere definitivamente la somma di L. 832.050 in base alla clausola n. 7 dei contratti e lo condannava a restituire le altre somme ricevute dal promittente acquirente, pari a L. 2.776.925.

Condannava inoltre il Talarico a rimborsare al Civita le quote condominiali, rimettendo la loro liquidazione al prosieguo del giudizio; rigettava la domanda riconvenzionale e riservava alla sentenza definitiva la decisione sulle spese giudiziali.

A seguito di impugnazione del Civita attinente al risarcimento del danno e di impugnazione incidentale del Talarico, relativa al mancato accoglimento della sua domanda riconvenzionale, la Corte d’Appello di Catanzaro, con sentenza in data 11 maggio – 1° luglio 1982, in parziale riforma della gravata pronuncia, liquidava i danni in L. 2.047.950, oltre alla somma di L. 832.050 già riconosciuta spettante all’attore a titolo di penale; confermava nel resto l’impugnata sentenza, condannando il Talarico alle spese del grado.

Osservava la Corte:

a) l’inadempienza del Talario era evidente; aveva omesso il pagamento di cambiali per L. 4.060.000 e lo aveva ammesso, spiegando che il creditore pretendeva condizioni diverse da quelle pattuite; inoltre aveva offerto di versare L. 3.800.000 nel corso del giudizio.

Non aveva pagato le rate di mutuo gravanti sugli appartamenti; non aveva pagato le quote delle spese condominiali; non si era presentato nello studio del notaio Cosco di Catanzaro, ove era stato convocato per la stipula del rogito e per il pagamento delle somme dovute. Gli inadempimenti erano gravi in relazione alla volontà dei contraenti, all’entità delle inadempienze, alla natura ed alle finalità del rapporto nonché all’economia complessiva della convenzione e all’interesse dell’altre parte.

Nessuna importanza aveva la circostanza che, in sede di rinnovo delle due cambiali da lire 2.505.000 e L. 2.310.000, scadenti il 30 giugno 1970, non fosse stata attuata la rateizzazione settennale del debito inizialmente prevista, dato che la scadenza al 30 giugno 1971 era stata liberamente accettata dal Talarico; questi, presumibilmente, aveva voluto evitare le spese di garanzie ipotecaria inerenti alla rateizzazione settennale.

Quanto alle quote condominiali, il Talarico non aveva mai pagato la somma di L. 2.000 al mese, che si era impegnato a versare fino alla formale costituzione del condominio (il regolamento condominiale, con annessa tabella millesimale, era stato trascritto il 20 ottobre 1972);

b) in relazione all’appello principale, l’art. 7 dei contratti conteneva in effetti una clausola penale e non la pattuizione del versamento di caparra, anche perché questa ha natura reale e non può essere conclusa se non venga versata una somma. Peraltro detta clausola penale era stata stipulata per l’ipotesi del ritardo nell’adempimento del Talarico, nel periodo compreso tra la data delle scritture private ed il trimestre successivo alla consegna degli appartamenti. Essa non precludeva al Civita il diritto di ottenere il risarcimento degli ulteriori danni, connessi al definitivo inadempimento. Pertanto l’appellante principale aveva il diritto di incamerare L. 832.050 (importo dei pagamenti effettuati dal Talarico fino al giorno della consegna degli alloggi) e, quanto ai danni successivi essi potevano essere equitativamente liquidate lire 2.047.950; onde, in definitiva, il Civita poteva trattenere l’intera somma di L. 2.886.000, complessivamente ricevuta.

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso Gregorio Talarico, svolgendo due motivi di cassazione.

Arturo Civita ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo mezzo di impugnazione Gregorio Talarico denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1455, 1460 e 1184 c.c. nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia (art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.). Lamenta che i giudici del merito, nell’esaminare la domanda di risoluzione del contratto, abbiano valutato soltanto il suo comportamento, senza prendere in considerazione le inadempienze del Civita, “meno palesi ma certo rilevantissime”. Si sarebbe anche dovuto tener presente che si trattava di due contratti distinti e che, nell’anno 1971, il Civita ha ricevuto la somma di L. 3.608.975, onde uno degli appartamenti risultava pagato “quasi” per intero. Sarebbe errata l’asserzione, rilevabile nella gravata sentenza, secondo cui il Talarico si è rifiutato di stipulare il rogito e di pagare il prezzo di vendita, senza giustificato motivo. Il rifiuto sarebbe invece giustificato dall’inosservanza, da parte del Civita, dell’obbligo di consentire l’adempimento nel termine pattuito di sette anni. Le quattro cambiali che non sarebbero state pagate sono state prodotte in fotocopia, onde non vi sarebbe la prova della loro esistenza mentre la prima e fondamentale inadempienza addebitata al Civita è stata quella del mancato rogito nell’anno 1970. Non avrebbe poi spiegato, la corte calabrese, la ragione per cui il Civita non abbia immediatamente reagito al fatto che, scadute le quattro cambiali il 30 giugno 1971, non fossero state pagate. Si darebbero inoltre per scontate, senza giustificato motivo, la presenza del Civita e l’assenza di esso ricorrente, nello studio notarile ove il primo aveva convocato il secondo per il giorno 6 dicembre 1972. La corte non avrebbe dovuto ritenere la rinuncia al rinnovo delle quattro cambiali scadute il 30 giugno 1971, perché esso avrebbe potuto svolgersi in varie operazioni, né affermare l’inadempimento in ordine alle rate di mutuo fondiario, posto che nel contratto era stato stabilito che il Talarico fosse obbligato “ad accettarlo” solo all’atto della stipula del contratto definitivo di compravendita.

Infine su questo argomento, come su quello delle spese condominiali e della mancata comparizione dinanzi al notaio, il giudice del merito avrebbe dovuto ammettere la prova testimoniale più volte invocata da esso Talarico.

La complessa censura è infondata.

Sia per quanto concerne l’importanza delle inadempienze attribuite al Talarico, sia in ordine alla valutazione comparativa della condotta dei contraenti nella fase esecutiva del negozio, con riferimento alle obbligazioni assunte, la sentenza si sottrae ai rilievi critici formulati dal ricorrente.

Sotto il primo aspetto è stato ritenuto che il promittente acquirente, pur avendo regolarmente conseguito il possesso dei due appartamenti fin dal giugno del 1969, si è sottratto all’obbligazione di corrispondere il prezzo per L. 4.060.000 (per la parte regolata mediante cambiali), non ha versato le rate del mutuo gravante sugli immobili, di cui si era espressamente accollato l’onere (art. 8 del contratto preliminare), non si è presentato nello studio del notaio Cosco di Catanzaro il giorno 6 dicembre 1972, ove era stato formalmente convocato mediante diffida per stipula del rogito e per il pagamento delle somme dovute, e non ha pagato le quote di spese condominiali relative agli appartamenti e, prima della costituzione del condominio la somma forfettariamente pattuita di L. 2.000 al mese. Nel valutare dette inadempienze, à sensi dell’art. 1455 c.c., la corte di Catanzaro le ha giudicate gravi sia rispetto alla volontà dei contraenti, sia all’entità delle prestazioni mancate, in riferimento all’economia complessiva del negozio e all’equilibrio delle prestazioni. Tale apprezzamento del giudice del merito, che si risolve in un accertamento di fatto, si sottrae al sindacato di questa Corte Suprema avvalendosi del sostegno di una motivazione adeguata, corretta ed immune da vizi logici o giuridici.

Sotto il secondo aspetto va premesso che, per quanto emerge dalla sentenza, la condotta processuale del Talarico si è ispirata al criterio di contestare o giustificare le proprie inadempienze, piuttosto che di imputarne al Civita. Invero egli:

a) ha chiesto il rigetto della domanda di risoluzione dei contratti ed ha chiesto altresì l’esecuzione specifica dell’obbligo di contrarre assunto con i preliminari;

b) ha mantenuto tale impostazione anche durante il giudizio di secondo grado, nel corso del quale ha offerto il pagamento della somma di L. 3.800.000. Inoltre le due pretese inadempienze che il Talarico imputa ora al Civita e che, secondo lui non sarebbero state oggetto di esame, anche comparativo, del giudice di secondo grado, e cioé la mancata rateizzazione, per sette anni, delle cambiali scadute il 30 giugno 1970 e la mancata stipula del rogito, sono state invece valutate e giudicate nella sede di merito. Invero, premesso che l’obbligazione principale gravante sul promittente venditore era quella di consegnare al Talarico gli alloggi e che questi ne ha preso tempestivamente possesso (mantenuto, per quanto risulta, certamente più di tredici anni), in ordine alla rateizzazione delle cambiali di L. 2.505.000 e di L. 2.310.000, con scadenza 30 giugno 1970, le parti avevano pattuito la loro rinnovabilità mediante cambiali ipotecarie, con scadenze “fino a sette anni”,maggiorato dell’interesse del 6,50%.

Senonché, poiché la scadenza dei nuovi titoli era stata fissata al 30 giugno 1971, la corte catanzarese ha ritenuto che il Talarico abbia rinunciato ad ulteriori dilazioni, verosimilmente per evitare gli oneri, all’epoca non indifferenti, connessi ad esse; e cioé la corresponsione degli interessi indicati e le spese occorrenti per la garanzia ipotecaria. Anche su questo punto, quindi, esiste un accertamento di fatto adeguatamente motivato, che si sottrae al controllo di legittimità.

La mancata stipula del rogito, poi, è stata presa in considerazione ed imputata esclusivamente al Talarico, il quale si è ad essa sottratto, ed al connesso pagamento delle somme dovute, benché formalmente diffidato. Da siffatto apprezzamento del giudice di secondo grado risulta escluso, per implicito, che il mancato rogito possa attribuirsi al Civita.

Il ricorrente prima afferma apoditticamente che la corte d’appello avrebbe omesso di considerare che sono stati stipulati due distinti contratti preliminari, per due diversi alloggi, mentre il contrario emerge da ogni parte della gravata sentenza, ma poi si contraddice allorché deduce che, avendo versate (a suo dire) L. 3.608.975, avrebbe “quasi” interamente pagato il prezzo di un appartamento ed imputa al giudice del merito di non averlo considerato. Senonché, a parte che tale asserzione urta contro l’accertamento in base al quale la somma complessiva versata dal promittente acquirente è stata di L. 2.880.000, questa va riferita a due appartamenti e non ad uno solo, proprio perché sono stati stipulati due distinti contratti; comunque, vertendosi in tema di risoluzione contrattuale da inadempimento, giustamente il tribunale prima e la corte d’appello poi sono soffermati sulla parte non adempiuta delle obbligazioni gravanti sul Talarico, valutando come si è visto l’inadempimento à sensi e per i fini di cui all’art. 1455 c.c.

Non è esatto, poi, che le inadempienze anzidette sarebbero giustificate dalla mancata rateizzazione del debito portato dalle cambiali in scadenza il 30 giugno 1970 né che il diritto di frazionare il pagamento avrebbe potuto essere esercitato anche in seguito, in varie riprese: dal tenore della clausola relativa la corte d’appello ha desunto implicitamente, ma in modo non equivoco, mediante insindacabile apprezzamento di fatto, che le parti avessero inteso attribuire al debitore la facoltà di dilazionare il pagamento mediante il rilascio di più cambiali, di varia scadenza, fino a sette anni (con gli aggravi degli interessi convenzionali e della garanzia ipotecaria); ovvero, ovviamente, di rinunciare a detta facoltà ed ai relativi oneri. E’ stata scelta questa seconda possibilità, tanto è vero che, secondo il giudice del merito, il debitore ha rilasciato un’unica cambiale per ogni alloggio, con scadenza 30 giugno 1971.

Quindi nessuna inadempienza poteva imputarsi al Civita e nessuna giustificazione, ex art. 1460 c.c., poteva riconoscersi alla conclamata inadempienza del Talarico.

I rilievi attinenti alle circostanze che le cambiali protestate siano state prodotte in fotocopia e che non sarebbe stata accertata l’assenza del ricorrente e la presenza del resistente al convegno nello studio notarile, il 6 dicembre 1972, sono nuovi, essendo stati sollevati per la prima volta in questa sede, e quindi inammissibili perché implicanti, oltre tutto, indagini di fatto neppure ipotizzabili. Comunque è lo stesso ricorrente, mediante varie argomentazioni difensive svolte, ad ammettere che gli accertamenti eseguiti in proposito dai giudici del merito, sono aderenti ai fatti effettivamente verificatisi.

Il giudice di secondo grado non era tenuto a ricercare le ragioni della tardiva reazione giudiziaria del Civita, visto che la questione non era stato oggetto di dibattito tra le parti. In ogni caso l’omissione, se vi fosse, non riguarderebbe un punto decisivo della controversia, ossia un problema la cui soluzione avrebbe potuto condurre ad una diversa decisione; non avendo il giudice l’onere di affrontare ogni possibile dilemma posto dalla controversia, ma soltanto quello di indicare i motivi, concettualmente e logicamente sufficienti, che lo hanno indotto al convincimento sfociato nella pronuncia.

In ordine ai ratei di mutuo non rileva che, in base all’art. 8 del contratto, il Talarico fosse obbligato “ad accettare il mutuo fondiario solo all’atto del contratto definitivo di compravendita”.

Il giudice del merito, a cui dalla legge è demandato il compito di determinare la volontà negoziale delle parti rilevante riguardo alla controversia, ha altresì statuito che, prima del rogito, il Talarico si fosse obbligato a rimborsare al promittente-venditore le rate del mutuo gravanti sui due alloggi, da lui direttamente versate all’istituto mutuante. Si tratta, quindi, di un’obbligazione, inadempiuta, diversa da quella menzionata nel ricorso.

Né giova al Talarico accennare, nebulosamente, all’impossibilità di pagare le quote di spese condominiali per mancata, o tardiva, costituzione del condominio. E’ stato accertato in sede di merito, alla stregua dei documenti prodotti, che il regolamento condominiale e le tabelle millesimali del fabbricato in cui sono ubicati i due appartamenti, sono stati trascritti presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari di Catanzaro il 28 ottobre 1972. Comunque è stato del pari asserito che, prima di tale data e dal 23 giugno 1969 (giorno in cui Talarico è stato immesso nel possesso degli alloggi), egli non ha mai pagato il contributo di L. 2.000 mensili, che pure al titolo in esame si era obbligato a corrispondere fino alla costituzione del condominio.

Non può infine imputarsi alla corte d’appello la mancata ammissione delle prove testimoniali che il Talarico avrebbe offerte, riguardanti le rate di mutuo, le spese condominiali e la mancata comparizione dinanzi al notaio. A parte il rilievo che siffatte richieste, secondo quanto risulta dall’impugnata sentenza, non sono state riproposte dall’interessato in sede di precisazione delle conclusioni, va ribadito che allorché il giudice decide senza prendere in considerazione l’offerta di ulteriori prove, manifesta implicitamente un giudizio, rispetto ad esse, di irrilevanza e di avvenuta acquisizione di tutti gli elementi necessari per decidere, esercitando così un potere discrezionale che gli compete, non assoggettabile al controllo della corte di cassazione. Invero la scelta degli elementi probatori, così come la loro valutazione, spetta al giudice del merito il quale, così come non è tenuto a prendere in esame tutte le risultanze processuali e le argomentazioni svolte dalle parti, non deve dar conto della scelta anzidetta; essendo solo tenuto a fornire una corretta e completa motivazione, a sostegno della decisione adottata, in base agli elementi ritenuti utili e pertinenti.

Con il secondo motivo di cassazione, attinente esclusivamente alla liquidazione dei danni, il ricorrente deduce l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 n. 5 c.p.c.), assumendo:

a) che la risoluzione, secondo l’art. 7 del contratto, avrebbe potuto essere richiesta esclusivamente per il ritardo nell’esecuzione delle prestazioni e non sotto il profilo del definitivo inadempimento, ex art. 1453 c.c. Avrebbe quindi errato alla corte d’appello nel prendere in considerazione la domanda volta alla risoluzione del negozio;

b) che erroneamente sarebbe stato esclusa la corresponsione di una caparra confirmatoria stante la mancata consegna, del Talarico al Civita, di una somma di denaro, dato che la consegna di titoli cambiari avrebbe dovuto essere considerata equipollente, sì da soddisfare l’esigenza di realtà posta dall’art. 1385 c.c.;

c) che il disposto dell’art. 1383 c.c. non avrebbe potuto trovare applicazione nel caso di specie, giacché detta norma opererebbe solo nel caso in cui si verta in tema di reclamo della prestazione principale e della penale. Inoltre non sarebbero cumulabili le azioni dirette al pagamento della penale prevista per il semplice ritardo ed al risarcimento dei danni da inadempimento.

Le varie censure enunciate vanno disattese.

A) Allorché i contraenti di un negozio a prestazioni corrispettive prevedono, per una delle parti o per entrambe, la facoltà di esigere la risoluzione del rapporto per il semplice ritardo nell’adempimento di una determinata prestazione essi pongono in essere una clausola volta ad assicurare l’esatta esecuzione del contratto e, quindi, a rafforzare il rapporto che ne costituisce l’oggetto. Detta clausola non si configura pertanto, né logicamente né giuridicamente, come incompatibile con la generale facoltà, prevista dall’art. 1453 c.c., di chiedere la risoluzione del contratto per l’inadempimento. Pertanto il giudice del merito avendo ritenuto, nell’esercizio del suo insindacabile potere di interpretare la domanda giudiziale, che nella specie Arturo Civita abbia chiesto la pronuncia di risoluzione del negozio per il definitivo inadempimento di Gregorio Talarico e la condanna del medesimo al risarcimento dei connessi danni, ineccepibilmente ha considerato dette pretese non incompatibili con la clausola contrattuale che conferiva al Civita il diritto di “ritenere risoluto il contratto” in caso di ritardo nei pagamenti protratto per oltre tre mesi.

B) La clausola penale, com’é ben noto, è una pattuizione accessoria, diretta a rafforzare il vincolo contrattuale, mediante cui le parti convengono che, in caso d’inadempimento, o di ritardo nell’adempimento, una delle parti sia tenuta a una determinata prestazione, con l’effetto di limitare a questa il risarcimento del danno, salva diversa intesa. Pertanto detta clausola, nella normalità dei casi, si caratterizza quale una concordata e preventiva liquidazione dei danni, frutto della volontà contrattuale e in previsione di un eventuale inadempimento o ritardo in determinate prestazioni.

Con l’art. 7 del contratto le parti hanno stabilito che tutte le somme versate dal promittente acquirente sino alla data della consegna degli alloggi, dovessero intendersi corrisposte a titolo di caparra confirmatoria e che in caso di ritardo nei pagamenti, protrattosi per oltre tre mesi, l’impresa venditrice sarebbe stata “libera di ritenere risoluto il contratto, incamerando la caparra anche come risarcimento dei danni anticipatamente liquidati e transatti e restituendo le altre eventuali somme versate dall’acquirente, senza alcun interesse”.

Il giudice del merito ha ritenuto che detta pattuizione costituisse una clausola penale in base a due argomentazioni:

1) perché, indipendentemente dai termini impropriamente usati (“caparra confirmatoria”), era chiara la volontà degli stipulanti di predeterminare e liquidare il risarcimento dovuto per l’eventuale ritardo del Talarico nell’adempimento delle obbligazioni di pagamento assunte;

2) perché il patto che prevede la caparra ha natura reale in quanto, per la sua configurabilità, si richiede la consegna di una somma di denaro. Consegna nella specie mancata, poiché all’atto della stipula dei contratti il promittente acquirente ha consegnato all’altra parte esclusivamente cambiali.

Osserva la corte, per quanto concerne il primo aspetto della motivazione, che esso si concreta nell’interpretazione di una clausola negoziale la quale, avendo per oggetto la determinazione di una realtà storica, qual’é la volontà manifestata dalle parti contraenti, demandato al giudice del merito ed incensurabile in cassazione ove, come avviene nel caso in esame, si avvalga di ragioni aderenti alle regole ermeneutiche, logiche coerenti ed adeguate.

Inoltre il risultato di tale interpretazione e la conseguente soluzione del problema giuridico connesso si inquadrano perfettamente nel principio enunciato e sono quindi ineccepibili dal punto di vista della corretta applicazione delle norme giuridiche.

Ciò posto, sarebbe ultroneo sottoporre ad esame il secondo aspetto della motivazione, specificamente investito dal gravame, dato che se una pronuncia è sorretta da diverse ragioni giuridiche, distinte ed autonome e ciascuna idonea a giustificarla, il controllo della validità di una di esse rende inutile il vaglio delle altre, la cui eventuale non conformità al diritto non avrebbe a mutare la decisione.

C) L’art. 1382 c.c. già menzionato, relativo alla clausola penale, prevede che l’anticipata liquidazione del danno possa essere pattuito sia in relazione all’inadempimento, sia, separatamente, per il ritardo nell’adempimento. E poiché si tratta di due distinte ipotesi d’inesecuzione contrattuale, ciascuna astrattamente dannosa, nulla vieta che due diverse clausole penali riguardino, rispettivamente, il ritardo nella prestazione e l’inadempimento.

L’art. 1383 c.c. non contraddice a siffatte conclusioni, poiché vieta che il creditore esiga nel contempo la prestazione principale e la penale prevista per l’inadempimento. Invero tale norma deriva dall’incompatibilità concettuale tra il conseguimento di un risarcimento preventivamente pattuito in previsione di una definitiva inadempienza, e l’eliminazione dell’inadempienza stessa mediante il conseguimento della prestazione. Ma proprio in base alla norma in esame, argomentando a contrario, deve ritenersi ammissibile la contemporanea richiesta della penale stipulata per il semplice ritardo e della prestazione principale perché, fermo il ritardo (e la relativa conseguenza in tema di danni preliquidati), resta inalterata l’obbligazione di adempiere gravante sul debitore.

Quale corollario delle esposte considerazioni si ravvisa l’esigenza di ribadire il principio, ampiamente accolto in dottrina, secondo cui qualora il fatto dal quale sorge il diritto al risarcimento dei danni del creditore verso il debitore sia diverso da quello previsto nella clausola penale (nella specie il semplice ritardo), la clausola stessa non può estendere la sua efficacia a tale fatto diverso, origine di maggiori danni. Onde, nella delineata ipotesi, accertato dal giudice del merito che al ritardo è seguito il definitivo inadempimento, possono coesistere le pretese volte al conseguimento della penale e del risarcimento dei danni ulteriori. In tal caso deve solo evitarsi che si verifichi una duplicazione di risarcimento, e cioé che si attribuisca da un lato la penale inerente al ritardo e che successivamente vengono prese in considerazione, ai fini della liquidazione dei danni da inadempimento, voci e circostanze riguardanti il periodo coperto dalla pattuita penale. Nella specie tale pericolo non si verifica, poiché la corte d’appello ha chiaramente riferito l’equitativa liquidazione del danno da inadempimento al periodo successivo a quello previsto quale ritardo, idoneo a rendere operante la clausola penale.

In definitiva, quindi, l’impugnata sentenza si sottrae alle formulate censure anche sotto quest’ultimo aspetto ed il ricorso va in conseguenza respinto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso proposto da Gregorio Talarico contro la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro in data 11 maggio – 1° luglio 1982 e condanna il ricorrente alle spese giudiziali in L. 37.550, oltre a L. 800.000 per onorario di avvocato.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Corte Suprema di Cassazione, II° sezione civile, il 5 giugno 1985.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 28 FEBBRAIO 1986