Svolgimento del processo

Con citazione del 20 marzo 1979, Claudio Costa, in proprio e quale procuratore del fratello Sergio, nonché Giuseppina ed Elisa Costa convennero dinanzi al tribunale di Messina il Comune di Lipari, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni dipendenti dalla illecita trasformazione in strada pubblica di un suolo di loro proprietà e della conseguente inutilizzabilità di un locale attiguo divenuto inaccessibile, oltre al pagamento di quanto dovuto per l’occupazione temporanea del terreno autorizzata in via d’urgenza per un biennio, abusivamente protratta: con rivalutazione delle somme liquidate.

Con sentenza deliberata il 29 marzo 1983 e pubblicata il 10 ottobre successivo, il Tribunale, nel contraddittorio delle parti e previo espletamento di consulenza tecnica d’ufficio, accolse, per buona parte, la domanda.

Il Comune propose appello, eccependo che il diritto degli attori al risarcimento del danno per l’illecita appropriazione del suolo si era prescritto, ex art. 2947 c.c. (secondo motivo) e deducendo, inoltre, che il tribunale aveva errato: a) nell’essersi riferito, per determinare, a questo fine, il valore del terreno occupato, alla data di liquidazione del danno, anziché a quella della realizzazione dell’opera pubblica e del correlato acquisto della proprietà del suolo da parte dell’ente, in forza della c.d. accessione invertita (primo motivo); b) nell’aver liquidato in L. 19.356.155, oltre agli interessi legali sulle singole annualità il danno per il mancato reddito, muovendo dalla premessa che l’occupazione temporanea (originariamente legittima e poi abusivamente protratta) fosse durata tredici anni, ossia dal 3 febbraio 1970 alla data di deliberazione (marzo 1983) della sentenza appellata (terzo motivo), mentre, in realtà, doveva intendersi cessata alla data di acquisto (coincidente con la data di realizzazione dell’opera) della proprietà del bene da parte dell’occupante (quarto motivo).

Gli appellanti, costituitisi, contestarono, per ragioni di rito e di merito, il gravame, eccependo, in particolare: preliminarmente, che esso era inammissibile, per acquiescenza (risultante da accettazione espressa) del Sindaco alla sentenza impugnata, e che inammissibile, per genericità, era, comunque, l’eccezione di prescrizione, peraltro infondata, essendo stata questa interrotta con lettera del 10 marzo 1977, contenente la richiesta di risarcimento.

Per il caso, inoltre, che (come richiesto dagli appellanti) fosse stata disposta nuova consulenza tecnica al fine di accertare il valore del suolo alla data di realizzazione dell’opera, proposero appello incidentale perché fosse determinata la estensione della superficie occupata (mq 386, 41 secondo il c.t.u., mq. 390 secondo gli attori) e riliquidato, corrispondentemente, il danno.

Con la sentenza dell’11 gennaio 1985, qui impugnata, la Corte d’appello di Messina ha, preliminarmente, rigettato l’eccezione di inammissibilità dell’appello principale, osservando che la dedotta acquiescenza, supposto che fosse effettivamente intervenuta, non sarebbe stata, comunque, valida ed efficace, in quanto non autorizzata dall’organo competente (Giunta Comunale).

Nel merito – e muovendosi nell’ottica della nota sentenza n. 1464-1983 di questa Corte sull’occupazione appropriativa, variante verbale della c.d. accessione inserita – ha ritenuto, in primo luogo, sulla base del certificato di ultimazione dei lavori del 6 settembre 1972, prodotto dal Comune, che questi avesse nella stessa data acquistato, ancorché illecitamente., la proprietà del suolo occupato e che coevamente fosse sorto il diritto degli attori ad essere risarciti del corrispondente danno. Ha, quindi, rigettato l’eccezione di prescrizione sollevata dall’ente, rilevando che il relativo termine (quinquennale) era stato efficacemente interrotto dagli aventi diritto con la lettera del 19 marzo 1977. Ha rigettato, altresì, la richiesta di rinnovazione della consulenza di ufficio, sollecitata dal comune al fine di stabilire per la determinazione del danno, il valore del suolo alla data di realizzazione dell’opera pubblica, ritenendo rilevante, al riguardo, la data della liquidazione. Ha, invece, omesso dichiaratamente di esaminare nel merito, per asserita genericità, il terzo motivo dell’appello principale e, quanto al quarto, ha osservato che, pur non avendo gli attori più diritto dalla data di acquisto della percezione dei relativi frutti naturali avevano, tuttavia, diritto alla corresponsione degli interessi – frutti civili – sul valore del bene, sì che la sentenza appellata era, sul punto, da correggere solo “per la forma”, sostituendo, cioé per il periodo successivo al mutamento della situazione giuridica di appartenenza dell’immobile, al controvalore dei frutti naturali gli interessi, accresciuti degli interessi anatocistici, non essendo stata, al riguardo, impugnata la sentenza di primo grado, dalla cui data, infine, ha rivalutato (del 12%) il controvalore attribuito dal tribunale ai beni perduti dagli attori, dichiarando assorbito l’appello incidentale.

Avverso questa sentenza il Comune di Lipari ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi illustrati con memoria e resistiti, con controricorso, dagli intimati, i quali hanno, pregiudizialmente eccepito che il ricorso è tardivo e hanno anche proposto ricorso incidentale condizionato sulla base di un solo motivo articolato in due censure.

Motivi della decisione

I due ricorsi, proposti contro la stessa sentenza, vanno, preliminarmente, riuniti ( art. 335 c.p.c.) e, sempre in via preliminare, va disattesa l’eccezione di inammissibilità, per pretesa tardività, del ricorso principale, risultando esso notificato il 10 maggio 1985 e, quindi, entro sessanta giorni dalla notificazione (effettuata il 14 marzo 1985) della sentenza di merito al procuratore costituito del Comune, non essendo, notoriamente, idonea a far decorrere il termine (breve) di impugnazione la notificazione della sentenza alla parte personalmente.

Con il primo motivo del ricorso principale, il comune si duole, in relazione alla dedotta prescrizione dei diritti fatti valere dagli attori, che la Corte territoriale: a) abbia ancorato la decorrenza del termine prescrizionale di cui all’art. 2947 c.c. non alla data della trasformazione in opera pubblica del suolo (già) di proprietà privata, ma alla data di completamento dell’opera (6 settembre 1972), desumendo, per di più, tale data da quella del certificato di ultimazione dei lavori, certamente successivo e redatto solo a fini amministrativi; b) abbia omesso di verificare il contenuto del preteso atto interruttivo (lettera del 19 marzo 1977) e ne abbia, comunque, esteso l’eventuale efficacia a tutti i creditori, pur provenendo dal solo Claudio Costa e potendo, quindi, al più giovane all’autore e al proprio rappresentato (il protetto Sergio); c) non abbia, in ogni caso, ritenuto prescritto il diritto alle annualità per l’occupazione temporanea illegittima antecedenti il quinquennio dell’interruzione.

col secondo motivo, il ricorrente ripropone la questione relativa alla data cui deve essere riferito il valore del bene ablato (al fine di determinare il corrispondente danno) e ribadisce che tale valore deve essere riferito non alla data di liquidazione del danno, come statuito dalla Corte di appello, ma a quella dell’approvazione illecita, salva la rivalutazione monetaria alla data della decisione.

Col terzo motivo, si critica la sentenza impugnata per aver omesso di esaminare nel merito il terzo motivo dell’appello principale, in ragione della sua pretesa genericità, pur essendo con chiarezza enucleabile dalla formulazione del mezzo la volontà; dell’appellante di contestare la statuizione del primo giudice avente per oggetto l’attribuzione della somma complessivamente liquidata per l’occupazione temporanea, legittima e illegittima, e senza comunque, considerare che, stante ciò, avrebbe dovuto la Corte individuare, in applicazione del principio “iura novita curia”, le norme regolatrici della materia. Col quarto motivo, infine, il ricorrente lamenta che la Corte messinese: a) abbia rivalutato senza – si sostiene – specifica domanda le somme liquidate dal tribunale a titolo risarcitorio; b) abbia attribuito agli attori interessi anacronistici, ancorché non richiesti nel giudizio di primo grado né chiedibili, per prima volta, in appello.

Il primo motivo del ricorso principale è, in tutte le sue articolazioni, infondato.

Relativamente alla censura sub “a”, contiene premettere che la trasformazione radicale del suolo di proprietà privata e la correlata realizzazione dell’opera pubblica si porgono come due facce inscindibilmente connesse del fenomeno appropriativo, nel senso che l’appropriazione consegue alla trasformazione del suolo determinata dalla realizzazione dell’opera (da considerare avvenuta allorquando questa fisicamente emerge con i connotati propri del relativo progetto) alla quale, dunque, la Corte del merito si è, in principio, correttamente riferita. Quanto, poi, alla data, in concreto, dell’avvenuta realizzazione, quale “dies a quo” dell’eccepita prescrizione, non è dubbio che la relativa prova avrebbe dovuto fornirla l’eccipiente (e attuale ricorrente), sì che, ove anche la Corte di appello avesse errato nell’identificare, presuntivamente, tale data con quella del certificato di ultimazione dei lavori, l’eventuale errore, non risultando provata una data diversa, sarebbe irrilevante e, quindi, inidoneo ad incidere negativamente sulla “giustizia” della sentenza impugnata, non potendo la prova essere data nel giudizio (chiuso) di rinvio (conf. Cass. 1172-1987). Neppure la seconda censura di cui il mezzo si nutre può accogliersi, perché la limitazione soggettiva dell’efficacia dell’atto interruttivo, in funzione della quale il ricorrente lamenta l’omessa verifica del relativo contenuto, non risulta dedotta nel giudizio di appello (nella comparsa conclusionale, anzi, il Comune ammette l’eccezione di prescrizione nel suo complesso) né può essere utilmente dedotta per la prima volta in sede di legittimità, involgendo accertamenti di fatto estranei alle attribuzioni istituzionali di questa Corte.

La terza censura, infine, prima ancora che infondata (dal momento che, decorrendo dal 6 settembre 1972 il termine prescrizionale del diritto al risarcimento del danno per l’occupazione temporanea illegittima, l’efficacia interruttiva riconosciuta alla lettera del 19 marzo 1977 non potrebbe essere messa, certamente, in discussione), è inammissibile, perché propone una questione nuova, atteso che nell’atto di appello l’eccezione di prescrizione risulta circoscritta all’azione di danni per illecita (e definitiva) acquisizione del bene.

Fondato, al contrario, è il secondo motivo.

La Corte di appello ha motivato la propria preferenza per il criterio adottato (riferimento al valore del suolo alla data di liquidazione del danno subito dai comproprietari per illecita appropriazione da parte dell’ente) ritenendolo – dichiaratamente – più adatto “a coprire interamente il danno patito dal danneggiato nel caso in cui il pregiudizio maggiore sia superiore al tasso di svalutazione monetaria”. Così argomentando, peraltro, quella Corte, non ha considerato che, essendo la proprietà del suolo passata all’ente costruttore al momento della realizzazione dell’opera ed essendone stati, coevamente, privati gli originari titolari, il sopravvenuto apprezzamento del bene, proprio perché divenuto di proprietà aliena, non può essere per essi che giuridicamente indifferente e di tale apprezzamento non possono, quindi, fruire, mediante la sua traduzione in denaro al momento della liquidazione.

In questo quadro, appare, dunque del tutto coerente l’opposta giurisprudenza – maggioritaria a partire dalla già citata sentenza n. 1464 del 1983 e alla quale, nell’ipotesi di c.d. accessione invertita, oggetto dell’obbligazione risarcitoria a carico dell’ente autore della costituzione è una somma determinata con riferimento al valore del suolo al momento della sua trasformazione in opera pubblica (“aestimatio”) e rivalutata per l’eventuale diminuzione del potere di acquisto della moneta fino alla data della liquidazione (“taxtatio”) come in ogni altro caso di debito non (originariamente) pecuniario (debito di valore, non di cosa, né di valuta).

Il terzo e il quarto motivo vanno, per ragioni di complementarità, esaminati congiuntamente: i due mezzi – fatta eccezione per la prima censura contenuta nel quarto e priva del tutto di fondamento, perché, contrariamente a quanto il ricorrente afferma, la richiesta di rivalutazione (neppure necessaria, peraltro, in tema di debiti di valore) risulta espressamente (e incondizionatamente) proposta dagli aventi diritto nella parte finale della comparso di risposta – sono fondati.

Devesi, al riguardo, rimarcare che il tribunale aveva, come già esposto, liquidato il danno per il mancato reddito derivante dalla occupazione del terreno e dalla inutilizzazione del locale attiguo in L. 19.356.155, risultanti dagli interessi al tasso legale sul rispettivo valore venale per tredici anni circa, a decorrere, cioé, dall’inizio dell’occupazione (3 febbraio 1970) fino alla data di deliberazione della sentenza (29 marzo 1983), e sulle singole annualità aveva, poi, attribuito gli interessi legali, sul presupposto che fino alla data di liquidazione del valore venale (coincidente con la data della decisione) gli attori avrebbero avuto diritto di godere dei beni di loro proprietà.

Ma questo presupposto è, visibilmente, errato, perché (giova ripeterlo), nel caso di accessione invertita, il diritto del privato al godimento del bene (già) di sua proprietà si estingue con l’acquisto di quest’ultima, da parte dell’amministrazione occupante, al momento (e per effetto) della realizzazione (riferibile, nella specie, al 6 settembre 1972) dell’opera pubblica. Ne consegue che da tale momento non può essere più attribuito il controvalore del mancato reddito, spettante, invece, per il periodo anteriore, sì che unicamente per la durata di questo sono ulteriormente dovuti gli interessi legali sul controvalore di cui si discute: di qui l’errore del tribunale nell’aver attribuito tali interessi (ulteriori) anche per il periodo successivo alla realizzazione dell’opera.

Se, infatti, per il periodo anteriore l’attribuzione di siffatti interessi è giustificata dal fatto di essere riferiti al controvalore del mancato reddito, ancorché, di solito, empiricamente commisurato agli interessi legali (in funzione parametrica) sul valore venale dell’immobile, per il periodo successivo, non spettando il controvalore del mancato reddito, sono solo dovuti gli interessi legali (veri e propri) sul controvalore del fondo occupato, onde l’attribuzione degli interessi ulteriori sugli interessi (in quanto tali) incorre nel divieto generale di anatocismo (eccezionalmente ammesso, questo, solo in tema di obbligazioni originariamente pecuniarie: Cass. 1262-1966, 2986 e 5781 (1984). E proprio di questo il Comune di era, nella sostanza, doluto, benché non perspicuamente, col terzo e quarto motivo – unitariamente, appresi – del proprio appello, lamentando, rispettivamente, che si fosse tenuto conto del mancato reddito e fossero stati, quindi, attribuiti i corrispondenti interessi sulle singole annualità fino alla data della sentenza, anziché quella di realizzazione dell’opera.

La Corte di appello, scindendo, invece, i due motivi, ancorché complementari, li ha esaminati separatamente e ha, quindi considerato generico il terzo, benché specificato dal quarto, ritenendo, perciò, a torto, non impugnata (e, quindi, passata in giudicato) la statuizione del primo giudice avente per oggetto l’attribuzione di interessi (anatocistici) sul controvalore del mancato reddito per il periodo successivo alla realizzazione dell’opera.

Ma a queste conclusioni la Corte territoriale è pervenuta proprio perché non si è data carico, come avrebbe dovuto, della necessarietà di esaminare congiuntamente i due mezzi di gravame: se lo avesse fatto ne avrebbe meglio colto l’effettivo contenuto e il significato complessivo, scopertamente incompatibile con l’asserita genericità del terzo mezzo e col preteso giudicato, che il ricorrente ha qui inteso, con ogni evidenza, contestare: espressamente col terzo motivo del ricorso e implicitamente col quarto (nella parte in cui deduce che gli interessi anacronistici non sarebbero stati neppure richiesti nel giudizio di primo grado), quantunque, al riguardo, non puntualmente formulati.

Per quanto di ragione, i due motivi debbono essere, di conseguenza, accolti.

Va, invece, integralmente rigettato il ricorso incidentale: l’acquiescenza, quale atto dispositivo del diritto di impugnazione e, indirettamente, del diritto controverso, non poteva nella specie provenire che dall’organo collegiale deputato, in proposito, alla formazione della volontà dell’ente (Giunta comunale), non potendo, diversamente, essere a quest’ultimo riferita e potendo, perciò, esso oppure l’invalidità (se non sanata) in ogni tempo; nella rimanente parte, il mezzo, prima ancora che infondato, è inammissibile per difetto di interesse, dal momento che il rigetto dell’eccezione di acquiescenza ha comportato l’accesso all’esame, nel merito, dell’appello principale e, quindi, allo stesso risultato (ottattivamente rappresentato dagli appellanti – e attuali ricorrenti

– incidentali) cui avrebbe condotto il non esame dell’eccezione l’anno, conclusivamente accolti solo il secondo, il terzo e, per quanto di ragione, il quarto motivo del ricorso principale: la sentenza impugnata deve essere correlativamente cassata, con rinvio, anche per le spese di questa fase, alla Corte di appello di Catania, la quale, di conseguenza, previo ricalcolo (ove lo ritenga necessario) della estensione del terreno trasformato in strada, dovrà riliquidare sia il danno per l’illecita appropriazione del suolo stimando questo alla data di realizzazione dell’opera – 6 settembre 1972 – e rivalutando la corrispondente espressione monetaria alla data dell’emandata decisione – sia il danno per il mancato reddito derivante dall’occupazione temporanea di esso dal 3 febbraio 1970 al 6 settembre 1972, con attribuzione del controvalore e dagli interessi sulle singole annualità.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi: rigetta il primo motivo e, parzialmente, il quarto del ricorso principale, nonché il ricorso incidentale; accoglie il secondo, il terzo e, per quanto di ragione, il quarto motivo del ricorso principale; cassa correlativamente la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questa fase, alla Corte d’appello di Catania.
Così deciso in Roma il 2 ottobre 1989.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 21 SETTEMBRE 1990