Svolgimento del processo

Con sentenza del 18.II.1983, la Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura dichiarava il dott. Luigi Carta, in atto uditore giudiziario con funzioni di giudice del Tribunale di Latina, responsabile dell’incolpazione di cui al capo d) del procedimento n. 43/82 R.G. e dell’incolpazione di cui al procedimento n. 33/83 R.G., infliggendogli la sanzione disciplinare della perdita di anzianità di mesi tre; lo assolveva, invece, dalle residue incolpazioni di cui ai capi a), b), c) del procedimento n. 43/82 R.G., essendo risultati esclusi gli addebiti.

La prima incolpazione per cui v’era condanna (capo d del procedimento n. 43/82) concerneva la violazione dell’art. 18 R.D.L. 31.5.1946, n. 511, per avere il Carta mancato ai propri doveri, così compromettendo il prestigio dell’Ordine giudiziario, in quanto, quale uditore giudiziario con funzione di sostituto procuratore della Repubblica di Piacenza, aveva intrattenuto e mantenuto rapporti amichevoli con persone pregiudicate e da lui stesso inquisite, quali Gianni Mario Feroldi e Giuseppe Cattadori, imputati, fra l’altro, di favoreggiamento e banda armata, e, in particolare, si era interessato attivamente presso il vice-questore di Piacenza Dott. Romanello, dirigente la divisione giudiziaria della locale Questura, al fine di far riottenere al Feroldi, sorvegliato speciale la patente di guida, nonché presso Cesare Bonotto, imputato di associazione per delinquere ed altro, al fine di favorire l’assunzione dello stesso Feroldi presso l’albergo “Ca Bianca” di Piacenza. La suddetta incolpazione traeva origine da una nota informativa del Dott. Carmelo Marino, sostituto procuratore della Repubblica di Piacenza, trasmessa il 23.4.1981 dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Bologna al Procuratore Generale presso la Corte Suprema di Cassazione, e relativa al Dott. Carta, collega d’ufficio del Marino, menzionato in conversazioni telefoniche intercettate dalla polizia giudiziaria, a seguito di autorizzazione della Procura della Repubblica di Bergamo, su utenze telefoniche in uso a Giuseppe Cottadori e Gianni Mario Feroldi, indiziati del delitto di partecipazione a banda armata e imputati del delitto di cui all’art. 378, c.p.c., in favore di persona imputata di reati aventi finalità di terrorismo, evasa dal carcere di Piacenza il 18.10.1980. Sia il Dott. Marino, sia la Procura Generale presso la Corte d’Appello di Bologna ponevano in evidenza, nella suddetta nota informativa, come da quelle conversazioni, tra cui una diretta con il dott. Carta, fosse emerso, nel quadro di un rapporto amichevole e confidenziale tra il magistrato e il Feroldi, già rinviato a giudizio per altri reati davanti al Tribunale di Piacenza, un reiterato interessamento del magistrato per far riottenere al Feroldi la patente di guida, sospesa o ritirata per motivi di giustizia penale, e per procurargli un lavoro mediante lettera di presentazione, su carta intestata dell’Ufficio della Procura, a tale Cesare Bonotto.

Nella motivazione della sua sentenza, la Sezione Disciplinare riteneva la sussistenza del fatto oggetto dell’incolpazione, alla stregua delle dichiarazioni dei testi Antonio Maturo, Presidente del Tribunale di Bassano del Grappa, e del vice-questore di Piacenza Romanello, nonché dello stesso incolpato.

Secondo la Sezione Disciplinare, infatti – pur essendo risultata esclusa ogni pressione – al fine di far riottenere la patente di guida al sorvegliato speciale Gianni Mario Feroldi – sul vice-questore Romanello, peraltro senza alcuna competenza nella relativa procedura amministrativa, era rimasto provato che il magistrato aveva intrattenuto inopportuni rapporti – al di fuori di quelli connessi alle funzioni di P.M. – con il Feroldi, imputato di gravi reati in procedimenti penali pendenti presso gli uffici giudiziari di Piacenza e in parte affidati allo stesso dott. Carta.

Questi si era adoperato per far riottenere la patente di guida al Feroldi e per procurargli un lavoro presso l’imprenditore Cesare Bonotto, imputato di associazione per delinquere e altri reati in procedimenti affidati all’incolpato. Al Bonotto – imputato con il quale, mesi prima, il dott. Carta, su invito dei difensori di lui, si era intrattenuto a cena dopo il compimento di un atto istruttorio svolto in provincia di Padova, ove era stato trasportato con autovettura fornita dagli stessi avvocati – l’incolpato Carta aveva indirizzato il Feroldi munendolo di commendatizia scritta su carta intestata della Procura della Repubblica di Piacenza, con esito positivo, giacché il Feroldi era stato poi effettivamente assunto.

Sempre secondo la Sezione Disciplinare, la commistione tra attività private ed attività funzionali nei rapporti con gli imputati Feroldi e Bonotto costituiva condotta che menomava la credibilità della funzione dell’ordine giudiziario, offuscando l’immagine di imparzialità e disinteresse, la quale, unitamente alla sostanziale imparzialità, è condizione per poter godere di fiducia e considerazione tra i cittadini, primi fra tutti gli imputati, come il Bonotto e il Feroldi, e i loro difensori.

La seconda incolpazione per cui v’era condanna (procedimento n. 33/83 R.G.) concerneva la violazione dell’art. 18 del cit. R.D.L. n. 511 del 1946, per avere il Carta, sempre quale sostituto procuratore della Repubblica di Piacenza, mancato ai suoi doveri e tenuto in ufficio una condotta che lo rendeva immeritevole della fiducia di cui doveva godere e che comprometteva il prestigio dell’ordine giudiziario, in relazione ad una indagine penale condotta dal Carta e che aveva poi dato luogo ad un procedimento penale a carico dello stesso Carta.

Questi, infatti, era stato imputato “del delitto di cui all’art. 323, c.p., per avere, quale sostituto procuratore della Repubblica di Piacenza, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, commesse il 6 e il 7.8.1980, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni e allo scopo di recare vantaggi al praticante procuratore Ermanno Miotti, cui era legato da vincoli di amicizia, che era stato denunciato per appropriazione indebita aggravata da Luigi Guaraglia, emesso ordine di arresto nei confronti del Guaraglia per falsa testimonianza in esito ad un confronto svoltosi tra il Guaraglia e l’avv. Sidoli, nonostante che:

1) l’esito del confronto non avesse offerto elementi certi di giudizio per valutare quale tra le versioni sostenute dal Guaraglia e dal Sidoli fosse la più attendibile;

2) il contrasto tra le due deposizioni riguardasse circostanze affatto marginali e pressocché irrilevanti rispetto ai fatti oggetto del procedimento;

3) il Guaraglia, nei confronti del quale si sottolineava la gravità delle dichiarazioni rese in sede di confronto “per la protervia dello stesso sintomatica della sua pericolosità sociale”, fosse persona di avanzata età, di salute cagionevole e di ottimi precedenti e qualità morali; e successivamente, il giorno 7.8.1980, proceduto ad interrogatorio dell’imputato omettendo di dare avviso al difensore avv. Nino Musio Sale, nominato difensore di fiducia dal Guaraglia in data 6.8.1980; ed esercitando su di lui pesanti pressioni intimidatorie, così da indurlo a ritrattare la versione dei fatti resi in sede di confronto e ad ammettere di aver fatto confusione di date e di luoghi; in tal modo indebolendo l’efficacia probatoria delle affermazioni accusatorie del Guaraglia che dalla ritrattazione risultava persona di ricorsi imprecisi e confusi”. Da tale imputazione il Carta era stato prosciolto, con sentenza non impugnata in data 21.1.1983 del giudice istruttorie presso il Tribunale di Firenze, perché il fatto non costituisce reato, sentenza così conclusivamente motivata: “Indubbiamente sono ravvisabili, nel comportamento del prevenuto, incongruenze e scorrettezze procedurali nonché scarsa moderazione, ma non sono emerse prove (bensì soltanto sospetti che possono suscitare congetture e illazioni) in ordine all’elemento psicologico del reato, sia sotto l’aspetto della volontà di porre in essere l’azione con la coscienza di commettere un abuso, sia, principalmente, sotto il profilo del dolo specifico”.

Alla stregua dell’incolpazione, che testualmente veniva enunciata con la suindicata imputazione penale e con la suddetta argomentazione conclusiva della sentenza penale di proscioglimento, la Sezione Disciplinare poneva a fondamente della dichiarazione di responsabilità disciplinare del Carta le considerazioni in fatto e in diritto contenute nella sentenza stessa, emessa dal giduice istruttore di Firenze, in parte sintetizzata e in parte testualmente trascritta nella stessa sentenza disciplinare.

Con la suddetta sentenza penale di proscioglimento, a parte quanto sopra rilevato, il giudice istruttore aveva accertato relativamente all’elemento materiale del reato ascritto al Carta: che l’imputato non aveva emesso un ordine “provvisorio” di arresto nei confronti del Guaraglia, ex art. 359, c.p.p. (norma affatto menzionata nel provvedimento), bensì un semplice ordine di arresto, citando, ripetutamente, l’art. 251, c.p.p.;

che in tale provvedimento il Guaraglia era stato ripetutamente qualificato come imputato ed era stata redatta l’imputazione di falsa testimonianza di cui all’art. 372, c.p.;

che l’ordine di arresto era stato fatto notificare all’imputato da un ufficio di polizia giudiziaria.

Alla stregua di quanto sopra, il giudice istruttore aveva ritenuto che, una volta contestato al Guaraglia il reato di falsa testimonianza, costui non avrebbe più potuto essere sentito, ma avrebbe dovuto necessariamente essere interrogato come imputato, previo avviso al difensore ritualmente nominato; di conseguenza, l’eventuale scarcerazione avrebbe potuto essere disposta soltanto per effetto della concessione della libertà provvisoria o per mancanza di sufficienti indizi, e non già mediante revoca dell’ordine di arresto; e l’imputazione elevata a carico del Guaraglia avrebbe potuto essere “rimossa” soltanto con una sentenza di proscioglimento.

Tanto ritenuto quanto all’elemento materiale del reato ascritto al Carta, peraltro il giudice istruttore aveva rilevato non essere emersi indizi sufficienti per affermare che il Carta avesse agito con l’intenzione di procurare un vantaggio al dott. Miotti o di arrecare un danno al Guaraglia.

Infatti, non era rimasto in alcun modo provato che tra il magistrato Carta e il praticamente procuratore Miotti fossero esistiti, prima dei fatti di cui era processo, intese o rapporti tali da rendere verosimile un intento del magistrato di commettere parzialità a favore del Miotti; d’altra parte, non era risultato che il detto magistrato avesse nutrito sentimenti di avversione nei confronti del Guaraglia, che, tra l’altro, aveva conosciuto solo in occasione dell’istruttoria compiuta. Era, peraltro, probabile che nella vicenda avessero giocato un ruolo non secondario altri fattori, quali: l’inesperienza del Carta (uditore giudiziario); la convinzione del medesimo dell’innocenza del Miotti in ordine al reato di appropriazione indebita aggravata in base alle prove in precedenza acquisite; l’ipotesi verosimile che, nell’elevare imputazione di falsa testimonianza nei confronti del Guaraglia, il Carta fosse incorso in errore, dovuto, con ogni probabilità, al fatto che lo stampato usato per la stesura del provvedimento era quello dell’ordine di cattura – opportunamente adattato – che prevedeva, appunto, la formulazione della rubrica, oppure al fatto (ventilato dal Carta nelle memorie difensive oltre che nell’interrogatorio reso) che egli aveva ritenuto che, per poter trattenere in carcere il teste sospettato di falsità e di reticenza, occorresse redigere l’imputazione relativa. Ed infatti, il giorno successivo, nell’assumere le dichiarazioni del Guaraglia, il Carta aveva considerato lo stesso nuovamente testimone e ne aveva ordinato la scarcerazione per avvenuta ritrattazione, dimenticando, però, che, con la notificazione dell’ordine di arresto, al Guaraglia era stata contestata una ben precisa accusa.

Ridimensionato in tal modo l’episodio, il giudice istruttore aveva ritenuto che fosse senz’altro eccessivo attribuire al Carta lo stratagemma di avere maliziosamente considerato di nuove come teste il Guaraglia al solo fine di esercitare su di lui indebite pressioni senza la presenza del difensore.

Alla stregua delle considerazioni contenute nella sentenza penale di proscioglimento del Carta, che la Sezione Disciplinare dichiarava di condividere anche con riferimento al giudizio secondo cui il comportamento del Carta sarebbe stato contraddistinto da scorrettezze processuali, la stessa Sezione affermava che, ferma restando l’insindacabilità disciplinare delle decisioni assunte dal Carta che avevano prodotto al Guaraglia una ingiusta detenzione, macroscopica e inescusabile era la violazione delle norme poste a garanzia del diritto di difesa dagli artt. 304, 304 bis e 304 ter, c.p.p., poiché il Guaraglia, pur avendo tempestivamente nominato un difensore di fiducia, era stato interrogato senza l’assistenza del difensore, non preavvisato, ed era stato assunto a verbale che recava l’intestazione “esame testimoniale”. Il Guaraglia, pertanto, era stato privato dell’assistenza del difensore ed aveva ceduto alla forza inquisitoria del magistrato, ottenendo la scarcerazione per ritrattazione. Si era trattato di violazioni macroscopiche di obblighi funzionali del magistrato correlati a diritti fondamentali del cittadino (libertà e difesa), violazioni assolutamente inescusabili e, per conseguenza, disciplinarmente censurabili.

Infine, la Sezione Disciplinare riteneva congrua la sanzione disciplinare della perdita di anzianità di mesi tre, considerata la gravità dei fatti di cui alle due incolpazioni per cui v’era condanna, in relazione alla messa in pericolo e alla lesione di valori primari per la funzione giudiziaria (imparzialità – diritto di difesa e di libertà) e tenuto conto della personalità professionale del Carta.

Avverso la suddetta sentenza disciplinare Luigi Carta ha proposto ricorso a queste Sezioni Unite per un solo complesso motivo, richiamando in epigrafe al ricorso stesso l’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c..

Motivi della decisione

A sostegno del ricorso il Carta, per quanto concerne l’incolpazione relativa alla sua “presunta” amicizia con due pregiudicati, deduce l’assoluta carenza di prove e, di conseguenza, la carenza e la contraddittorietà della motivazione sui punti fondamentali della vicenda e, in particolare, intorno agli elementi sui quali si baserebbe la sua colpevolezza. Il fatto ascrittogli, infatti, non sarebbe stato menomamente esaminato dalla Sezione Disciplinare nei suoi aspetti sostanziali, ma la Sezione stessa si sarebbe limitata a sostenere, in modo sommario ed apodittico, che esso Carta aveva intrattenuto rapporti amichevoli con due pregiudicati, ed avrebbe basato tale asserto sulla denuncia del dott. Marino, collega di esso Carta, denuncia animosa e fondata su intercettazioni telefoniche di dubbia legalità e non credibili in quanto non riportate nella loro genuinità, e, peraltro, riguardanti i discorsi tra il Feroldi e il Cattadori e, cioé, “res inter alios dicta”, da cui poteva solo evincersi che i due non avevano mai parlato con esso Carta il quale non era stato mai trovato in ufficio.

La Sezione Disciplinare, poi, non si sarebbe soffermata, omettendo qualsiasi motivazione, sul rapporto dei Carabinieri del 9.5.1981, dal quale si evinceva che esso Carta non aveva mai intrattenuto relazioni con i due pregiudicati, rapporto confermato dal Colonnello Picariello in udienza; né la Sezione avrebbe sufficientemente esaminato e motivato la deposizione del teste Romanello, al tempo vice-questore, il quale aveva dichiarato che esso Carta si era limitato a chiedere informazioni sull'”iter” procedurale per fa riottenere la patente di guida al Feroldi e non aveva mai tentato di “usare” il suo “potere” per ottenere facilitazioni o provvedimenti favorevoli per il Feroldi.

Non costituirebbe, peraltro, prova della presunta amicizia con i due pregiudicati la circostanza che esso Carta non avesse negato di aver realmente telefonato al vice-questore Romanello e l’altra circostanza che esso Carta avesse consigliato il Feroldi di non guidare l’autovettura prima della restituzione della patente.

La Sezione Disciplinare, poi, avrebbe tratto “aliunde” le prove della colpevolezza di esso Carta, facendo riferimento a fatti che, per non essere stato oggetto di autonoma contestazione, non potevano esser presi in considerazione (episodio del pranzo con il Bonotto e i suoi due avvocati, alla presenza del dott. Maturo, Presidente del Tribunale di Bassano del Grappa, episodio non costituente, comunque, condotta censurabile).

Anche per quanto riguarda l’incolpazione relativa alla testimonianza Guaraglia, il ricorrente deduce l’assoluta mancanza di motivazione della sentenza impugnata, giacché quella di specie sarebbe una motivazione apparente in quanto non solo non analizzerebbe l’intima essenza dell’incolpazione, ma non spiegherebbe neppure i motivi giustificativi della condanna. Il richiamo puro e semplice alla motivazione della sentenza del giudice istruttore del Tribunale di Firenze non potrebbe essere considerato motivazione sufficiente poiché le argomentazioni del giduice fiorentino avrebbero avuto come fine immediato quello di dimostrare l’assoluta mancanza di dolo di esso Carta, dal punto di vista della giustizia penale che si porrebbe su un piano completamente diverso da quello del giudizio disciplinare, in cui i fatti dovrebbe essere valutati con maggior cautela, data la particolare prospettazione delle questioni che travalicherebbero i fatti stessi per scandagliare la personalità del magistrato.

L’analisi dell’elemento psicologico dell’incolpazione avrebbe dovuto essere più approfondita, atteso che, avendo il giudice penale escluso il dolo, si sarebbe dovuta dimostrare la colpa, e non già la “culpa levis”, bensì la colpa grave, e tenuto conto che gli “errores in procedendo” non costituiscono in genere fonte di responsabilità, perché altrimenti si potrebbero esercitare sul giudice pressioni che finirebbero con lo snaturarne le funzioni. Nessuna indagine degna di questo norme sarebbe stata condotta dalla Sezione Disciplinare, la quale, peraltro, avrebbe ravvisato nell’azione di esso Carta “lo zelo del neofita”, ma nessun accertamento avrebbe compiuto in ordine alla esatta successione degli avvenimenti e al loro valore ai fini di una dichiarazione di responsabilità, e neppure alcuna indagine avrebbe effettuato sul “presunto cedimento del teste (imputato e vittima) alla forza inquisitoria del magistrato”.

E neppure l’irrogazione di una così grave sanzione, quale la perdita di tre mesi di anzianità, sarebbe stata adeguatamente motivata, dal momento che senza un chiaro significato sarebbe il richiamo alla “personalità professionale del dott. Carta come emerge dagli atti”, dai quali, peraltro risultava che il dott. Carta non era stato ritenuto responsabile delle incolpazioni mossegli alle lettere a), b) e c) del procedimento n. 43/82 R.G., le più sintomatiche ai fini della sua collocazione professionale.

La sentenza impugnata, parlando di “zelo del neofita”, non giustificherebbe l’irrogazione di una sanzione così grave quale quella suindicata.

Il ricorso è infondato.

La decisione adottata dalla Sezione Disciplinare nei confronti del Carta si presenta immune dalle censure sollevate, che si sostanziano in pretesi vizi di motivazione.

Devesi ricordare che l’apprezzamento dei fatti compiuti dalla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, al fine della valutazione del comportamento di un magistrato sotto il profilo disciplinare, è incensurabile in Cassazione, ove sorretto da motivazione logica ed adeguata (Cass. civ., S.U., 13.7.1981, n. 4551) e che il ricorso avverso una sentenza della Sezione Disciplinare non può essere rivolto a conseguire un riesame dei fatti, in ordine ai quali l’apprezzamento di detta Sezione Disciplinare è incensurabile, se sorretto da adeguata motivazione, immune da vizi logici e da errori giuridici (Cass. civ., S.U., 30.1.1985, n. 556).

Per quanto riguarda l’incolpazione relativa all’amicizia del Carta con due pregiudicati, non può affatto parlarsi di carenza di prove né di contraddittorietà della motivazione su punti decisivi. Le censure del ricorrente tendono inammissibilmente ad ottenere, in questa sede di legittimità, un diverso apprezzamento dei fatti che sono già stati valutati dalla Sezione Disciplinare sulla base di una motivazione logica e adeguata.

La sentenza impugnata ha tratto le prove dei contestati rapporti amichevoli del magistrato Carta con persone pregiudicate e, in particolare, con il Feroldi, non solo e non tanto dal contenuto delle intercettazioni telefoniche relative a conversazioni tra i pregiudicati Feroldi e Cottadori, ma principalmente dall’interessamento – anche se a livello solo informativo – del Carta presso il vice-questore Romanello per far riottenere la patente di guida al Feroldi, nonché dal diretto interessamento del Carta presso l’imprenditore Bonotto, imputato di vari reati in procedimenti affidati allo stesso Carta, per procurare un lavoro al Feroldi, interessamento seguito da esito positivo e, cioé, dall’assunzione al lavoro del Feroldi.

Quest’ultima circostanza (interessamento presso l’imputato Bonotto) – regolarmente ascritta nel capo di incolpazione – porta ad escludere che la Sezione Disciplinare abbia tratto “aliunde” le prove della responsabilità Disciplinare del Carta, e, cioé, da un fatto che, per non essere stato oggetto di autonoma contestazione, non avrebbe potuto essere preso in considerazione: l’episodio del pranzo del Carta con il Bonotto e con i suoi due avvocati non ha formato oggetto, nella motivazione della sentenza impugnata, di uno specifico addebito non correlato al capo di incolpazione, sibbene ha riguardato un elemento di fatto idoneo a comprovare l’addebito concernente il censurabile interessamento del Carta presso l’imputato Bonotto al fine di favorire l’assunzione al lavoro del Feroldi. Pertanto, sussiste la corrispondenza della decisione alla specifica incolpazione oggetto di contestazione. E corretta appare la conclusione, tratta dalla Sezione Disciplinare, in ordine al suddetto capo di incolpazione, che la commistione tra attività private ed attività funzionali nei rapporti con gli imputati Feroldi e Bonotto costituiva condotta che menomava la credibilità della funzione dell’ordine giudiziario, “offuscando l’immagine di imparzialità e disinteresse, la quale, unitamente alla sostanziale imparzialità, e condizione per poter godere di fiducia e considerazione tra i cittadini…”.

Altrettanto infondate appaiono le censure relative alla dichiarata responsabilità disciplinare del Carta in ordine all’incolpazione concernente l’episodio Guaraglia.

Richiamato quanto esposto nella parte narrativa che precede, la Sezione Disciplina ha motivatamente recepito quanto conclusivamente argomentato dal giudice istruttore nella sentenza istruttoria di proscioglimento del Carta dal delitto di cui all’art. 323 c.p. “perché il fatto non costituisce reato”, laddove, pur essendosi ritenuto non provato l’elemento psicologico del reato, erano state rilevate, nel comportamento del magistrato, incongruenze, scarsa moderazione e, principalmente, scorrettezze procedurali.

Deve anzitutto richiamarsi il principio secondo cui la sentenza penale assolutoria di un magistrato per non integrare il fatto addebitatogli gli estremi di reato, non osta a che lo stesso fatto possa essere posto a fondamento di responsabilità disciplinare del magistrato medesimo, a norma dell’art. 18 del R.D.L. 31.5.1946, n. 511, dato che l’illecito disciplinare ha carattere autonomo ed indipendente da quello penale, ricollegandosi a comportamenti idonei a ledere la considerazione ed il prestigio dell’autore e dell’ordine giudiziario, a prescindere dalla loro eventuale rilevanza anche penale (Cass. civ., S.U., 19.4.1985, n. 2582).

Inoltre, se la responsabilità disciplinare del magistrato, per comportamento pregiudizievole al prestigio suo e dell’ordine giudiziario, può conseguire anche da atti non illegittimi, ma meramente inopportuni od avventati, ove idonei a produrre gli indicati effetti (Cass. civ., S.U., 3.4.1985, n. 2265), a maggior ragione tale responsabilità può conseguire quando all’avventatezza si assommino atti oggettivamente illegittimi consistenti in gravi scorrettezze processuali.

Una volta ritenuta, a torto o a ragione, l’emergenza di indizi del reato di falsa testimonianza a carico del teste Guaraglia nel corso della di lui deposizione istruttoria, ed una volta emesso a carico del teste un normale ordine di arresto con formulazione dell’imputazione di falsa testimonianza e conseguente trasformazione del Guaraglia dalla posizione di teste in quella di imputato, anziché ordinare l’arresto provvisorio del teste ai sensi della prima parte del primo comma dell’art. 359, c.p.p., il Carta avrebbe dovuto, ai fini del successivo interrogatorio del Guaraglia, applicare le norme poste a garanzia del diritto di difesa (artt. 304, 304 bis e 304 ter, c.p.p.).

Il non averlo fatto, se poteva essere giustificato sotto il profilo della penale responsabilità per le ragioni chiarite nella sentenza istruttoria di proscioglimento (tra le quali, principalmente, l’inesperienza del giovane magistrato), non poteva certamente essere giustificato sotto il profilo della responsabilità disciplinare, e correttamente la Sezione Disciplinare, fornendo adeguata motivazione, ha ravvisato nel comportamento del Carta violazioni macroscopiche ed inescusabili di obblighi funzionali del magistrato correlati a diritti fondamentali del cittadino (libertà e difesa).

Né può condividersi la censura del ricorrente in ordine alla mancata dimostrazione di una colpa grave nel comportamento del magistrato, consistente in un “error in procedendo”, in quanto, se l’inesattezza tecnico-giuridica dei provvedimenti giurisdizionali del magistrato non può di per sé – tranne i casi di dolo o colpa grave

– costituire illecito disciplinare, ferma restando la denunciabilità nelle competenti sedi d’impugnazione, essa può essere idonea, tuttavia, ad evidenziare scarsa ponderazione, approsimazione, frettolosità o limitata diligenza del magistrato medesimo, e, pertanto, sotto questo profilo, è valutabile quale indice o sintomo di un comportamento disciplinarmente sindacabile, in quanto suscettibile di riverberarsi negativamente sul prestigio dell’ordine giudiziario (Cass. civ., S.U., 28.3.1985, n. 2181).

E ciò a prescindere dal rilievo che, avendo il Tribunale ritenuto l’esistenza di “violazioni macroscopiche di obblighi funzionali del magistrato”, ha con ciò implicitamente ritenuto l’ipotesi della colpa grave.

E, peraltro, avendo la Sezione Disciplinare richiamato espressamente “la gravità dei fatti in relazione alla messa in pericolo e alla lesione di valori primari per la funzione giudiziaria (imparzialità – diritto di difesa e di libertà)” e la necessità di una complessiva valutazione degli illeciti costituiti dalle due incolpazioni ravvisate, ai fini dell’irrogazione della sanzione Disciplinare della perdita di anzianità di mesi tre, essa ha sufficientemente e incensurabilmente osservato, nell’ambito di una valutazione globale dei fatti, l’obbligo della motivazione sul tipo e l’entità della sanzione irrogata; onde anche su tale punto le censure del ricorrente si appalesano infondate.

Ne deriva che il ricorso va rigettato, mentre nulla va disposto per le spese di questa fase del giudizio, non essendo gli intimati costituiti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese di questa fase del giudizio.
Roma, 6 novembre 1986.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 1 APRILE 1987