Svolgimento del processo

Con sentenza 1° – 30 giugno 1982 il Pretore di Palermo ordinava alla s.p.a. Cavarzere (in solido con la s.p.a. Inducom) di reintegrare nel posto di lavoro gli attuali 12 controricorrenti, siccome illegittimamente licenziati, ed a corrispondere loro la retribuzione dovuta dal 1°.6.1982, ma la Società non ottemperava e proponeva appello.

Tale decisione era ritornata dal Tribunale di Palermo con sentenza 25.XI.1982 – 17.1.1983 che dichiarava legittimi i licenziamenti e che, a sua volta, era impugnata con ricorso di cassazione.

Pendente il giudizio d’appello il Pretore di Palermo con decreto 20.X.1982 aveva ingiunto alla Cavarzere s.p.a. di pagare ai 12 lavoratori la retribuzione del periodo giugno settembre 1982.

Con sentenza del 16.XII.1982 – 12.1.83 lo stesso Pretore, provvedendo sull’opposizione a tale decreto ingiuntivo, revocato lo stesso, condannava la società Cavarzere a pagare a ciascuno dei resistenti le somme indicate in dispositivo, affermando, fra l’altro, che l’obbligo retributivo a carico del datore di lavoro non ottemperante all’ordine di reintegrazione sorge ex lege quale effetto permanente dell’inosservanza; che con il decreto ingiuntivo era stata data attuazione a tale obbligo, ancor prima della sentenza di riforma; che l’esecuzione del decreto ingiuntivo era legittimamente proseguita dopo la sentenza di riforma, poiché si era in presenza di un effetto della sentenza riformata, che era conservato fino al passaggio in giudicato della stessa sentenza di riforma (art. 336 cpv. C.P.C.).

Contro tale decisione la s.p.a. Cavarzere proponeva appello davanti al tribunale di Palermo lamentando: 1°) che il Pretore avesse posta a base dell’ingiunzione la sentenza ordinata la reintegrazione nel posto di lavoro nonostante che questa avesse omesso di pronunciare sulla domanda di condanna al pagamento delle retribuzioni e benché, quindi il giudicato si fosse formato su tale capo non impugnato dai lavoratori;

2°) che il Pretore, acriticamente aderendo all’indirizzo della giurisprudenza di legittimità (S.V. 19.3.1982 n° 1669) avesse ritenuto che l’obbligo retributivo sopravvive alla riforma della sentenza che ha ordinata la reintegrazione, fino al passaggio in giudicato di questa.

Il Tribunale con sentenza in data 27 ottobre 1983 -17 febbraio 1984 rigettava l’appello, in base alle seguenti considerazioni:

1) La pronuncia pretorile relativa alle retribuzioni costituiva condanna generica ed in futuro, come tale chiesta dagli stessi lavoratori, stante l’impossibilità di una anticipata esatta determinazione degli elementi variabili e degli eventuali aumenti retributivi, cosicché non era configurabile l’eccepita esistenza di giudicato su capo oggetto di omessa pronuncia che ostasse alla liquidazione del quantum.

2) L’obbligo retributivo sopravvive alla riforma della sentenza di reintegrazione fino al passaggio in giudicato della sentenza d’appello assolutoria, poiché sia la reintegrazione sia, in alternativa, il pagamento della retribuzione sono fattispecie “dipendenti” dalla sentenza riformata e, se eseguiti anteriormente alla sentenza di riforma, producono effetti stabilizzanti fino al passaggio in giudicato di essa, con la conseguenza che l’attuazione dell’obbligo retributivo, iniziata prima della sentenza di riforma, legittimamente prosegue dopo di essa. Pertanto, nel caso di specie l’esecuzione del decreto ingiuntivo emesso il 20.X.1982, quando cioé, era ancora operante l’ordine di reintegrazione, poteva proseguire anche dopo la sentenza di riforma.

Avverso tale decisione la s.p.a. Cavarzere Produzioni Industriali ha proposto ricorso per cassazione articolato in tre motivi ed a cui gli intimati resistono con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso si denunciano violazione e falsa applicazione degli artt. 336 e 337 del C.P.C. per avere il Tribunale, con una del tutto acritica adesione ai principi affermati da questa S.C. (S.U n° 1669 del 1982 e successive) ritenuto che l’obbligo di retribuzione, costituendo il mezzo di esecuzione indiretta dell’incoercibile ordine di reintegrazione nel posto di lavoro, permane fino a quando all’ordine stesso sia data effettiva attuazione o agisca in giudizio per conseguire, l’adempimento prima della sentenza d’appello assolutoria, produce effetti sostanziali di riattivazione del rapporto di lavoro, che sopravvivono alla riforma della sentenza di reintegrazione, fino al passaggio in giudicato della sentenza di riforma.

Viceversa, osserva la ricorrente, l’esecuzione dell’ordine di reintegrazione o del solo obbligo di corrispondere la retribuzione fino all’effettivo reinserimento del lavoratore non può produrre situazioni sostanziali che sopravvivono alla riforma dell’ordine, come dipendenti dalla sentenza riformata e che siano tali da rendere permanente l’obbligo retributivo, tantomeno nel caso di specie ove anteriormente alla sentenza di riforma erano stati eseguiti atti di pignoramento in forza del decreto ingiuntivo 20.X.1982, ma l’esecuzione era stata sospesa.

Il motivo merita accoglimento, poiché con esso si propone fondata censura all’assunto di base della impugnata sentenza, secondo cui l’obbligo retributivo ex art. 18 comma 2° della legge 20 maggio 1970 n° 300, costituendo il mezzo di esecuzione indiretta dell’incoercibile ordine di reintegrazione nel posto di lavoro, persiste fino a quando all’ordine stesso sia data concreta attuazione e se il creditore ne consegue, o agisca giudizialmente per conseguire, l’adempimento prima della sentenza d’appello che accerta la legittimità del licenziamento, ciò produce effetti sostanziali di riattivazione del rapporto di lavoro, i quali effetti sopravvivono alla riforma della sentenza di reintegrazione, fino al passaggio in giudicato della sentenza di riforma, ai sensi dell’art. 336 cpv.

C.P.C., cosicché l’esecuzione dell’obbligo retributivo può proseguire anche dopo di essa.

In base a tale assunto, sostanzialmente conforme all’indirizzo interpretativo di questa S.C., contenuto nelle sentenze n.ro 1669, 2872, 2873 e 2874 delle S.U. e successive della Sez. Lavoro, il Tribunale di Palermo, nel caso di specie, ha ritenuto che legittimamente fosse proseguita, anche dopo la sentenza di riforma in appello l’esecuzione forzata del decreto in data 20.X.1982 con cui si ingiungeva alla s.p.a. Cavarzere di pagare al dipendente non reintegrato nel posto di lavoro la retribuzione del periodo giugno -settembre 1982.

La decisione, peraltro, non appare conforme a legge. Come già ritenuto da questa corte con le sentenze n° 1328 e n° 1332 del 7.2.1987, discostantisi dal menzionato indirizzo, la ragione di fondo del dissenso, che qui si conferma, sta in ciò che esso postula una costruzione teorico dogmatica in materia di effetti sostanziali permanenti proprio degli atti esecutivi della sentenza riformata, costruzione, che giunge fino alla individuazione di atti d’esecuzione del comando giudiziale aventi efficacia costitutiva e che, peraltro, a giudizio di questa Corte, non trova un reale riscontro nel sistema positivo.

Nell’affrontare la complessa tematica relativa ai limiti di compatibilità fra l’effetto sostitutivo immediato, prodotto dalla sentenza di riforma sulle parti della sentenza direttamente investite e sulle parti che ne dipendono, (art. 336 comma I C.P.C.) e la stabilizzazione degli atti compiuti in esecuzione della sentenza poi riformata (stesso art. 336 comma II) le citate sentenze riaffermano innanzi tutto il principio già consolidato nella giurisprudenza di questa S.C., secondo cui l’effetto sostitutivo proprio della sentenza di riforma assolutoria fa sì che la sentenza riformata perda immediatamente qualsiasi efficacia tanto di accertamento quanto di condanna, restando priva anche della idoneità a fungere da titolo esecutivo, nella ipotesi in cui sia provvisoriamente eseguibile “ope legis” od “ope indicis”, ciò implicando anche l’impossibilità di proseguire l’esecuzione in precedenza iniziata, poiché l’esistenza del titolo è richiesta in ogni momento del processo e la sua caducazione impedisce il compimento di altri atti esecutivi nello stesso processo.

Anche la provvisoria esecutività della sentenza non si sottrae, perciò, a tale regola, esaurendo essa la sua funzione “lato sensu” cautelare ed anticipatoria con l’emanazione della sentenza di appello che, tanto di conferma della condanna, quanto assolutoria, costituisce il naturale limite della sua efficacia.

Peraltro, l’effetto sostitutivo, secondo le menzionate decisioni, non interferisce, se non da passaggio in giudicato della sentenza di riforma, sugli atti esecutivi compiuti prima di questa sicché, fino a tale momento, lascia fermi ed operanti, oltre alle situazioni di natura reale, anche i rapporti obbligatori di tipo continuativo che siano stati costituiti de iure o de facto in esecuzione volontaria o coattiva della pronuncia riformata.

Di tale enunciato questa Corte ritiene di dover pienamente condividere, come aderente ad una pressoché indiscussa interpretazione dell’art. 336 cpv. C.P.C., l’affermazione che sono conservati fino al passaggio in giudicato della sentenza di riforma, gli atti e provvedimenti dipendenti dalla sentenza riformata, compresi gli atti di provvisoria esecuzione di quest’ultima.

Ulteriori approfondimenti, anche alla luce dei più recenti contributi dottrinali, non permettono, invece, di condividere l’assunto secondo cui gli atti compiuti in esecuzione volontaria o coattiva di sentenze aventi efficacia costitutiva ex art. 2908 C.C., come la sentenza di reintegrazione nel posto di lavoro (art. 18 legge 20 maggio 1970 n° 300) sono idonei “ex se” a creare rapporti e situazioni di diritto sostanziale, identici a quelli già costituiti dalla sentenza riformata e tali da resistere, diversamente dai primi, alla sentenza di riforma, fino al passaggio in giudicato di questa.

Tale assunto, come già rilevato da questa Corte nelle due sentenze citate, contraddice al pur riconosciuto effetto sostitutivo proprio della sentenza di riforma che travolge la pronuncia riformata e le statuizioni dipendenti, senza che nel sistema si rinvengano dati positivi tali da far definire istituzionale una deroga del genere.

Se, infatti, la sentenza assolutoria d’appello si sostituisce, sotto ogni profilo, all’accertamento della sentenza riformata, la qualificazione giuridica, sul piano sostanziale, dei fatti dedotti in causa può essere desunta soltanto dalla pronuncia di riforma né e ‘ possibile ammettere la coesistenza di due accertamenti contrastanti né, tanto meno, risolvere il conflitto, riconoscendo all’effetto conservativo previsto dall’art. 336 cpv. C.P.C. una assoluta prevalenza sull’effetto sostitutivo che è proprio della sentenza di riforma, e che toglie alla sentenza riformata l’efficacia di accertamento e la vis executiva (art. 336 prima parte).

Il coordinamento logico sistematico delle due disposizioni, porta, invero, ad individuare come limiti necessari di coesistenza quelli che assegnano, da un lato, una prevalenza immediata all’effetto sostitutivo proprio della sentenza di riforma e, dall’altro, stabilità, fino al passaggio in giudicato di questa, ai soli atti e provvedimenti precedentemente compiuti in esecuzione della sentenza riformata.

Né il regime così delineato va incontro a modificazioni, nei rapporti giuridici continuativi o di durata, alla cui categoria appartiene anche il rapporto di lavoro, laddove l’esecuzione provvisoria della sentenza di accertamento del rapporto e di condanna ad adempiere le obbligazioni relative, assolve alla sola funzione di adeguare la situazione di fatto a quella di diritto già accertata.

Così, anche nelle varie ipotesi di esecuzione forzata in forma specifica (consegna o rilascio: art. 2930; obblighi di fare e non fare: artt. 2931 e 2933 C.C.) l’attività di adeguamento al comando giudiziale non produce effetti sostanziali che non siano già previsti dalla sentenza di condanna, restandosi perciò nei limiti di un attività meramente effettuale.

Analogamente, gli atti compiuti per l’esecuzione volontaria o coattiva di sentenze di accertamento o costitutive, recanti condanna all’adempimento (quali, ad esempio, la distribuzione del ricavato; la consegna della cosa mobile; l’immissione nel possesso o nella detenzione dell’immobile) esauriscono in sé la loro funzione di mero adeguamento della realtà di fatto a quella giuridica, producendo gli effetti sostanziali tipici dell’adempimento, in conformità alla relazione di diritto sostanziale accertata dalla sentenza.

La norma dell’art. 336 cpv. prevede, appunto, il rinvio dell’effetto estensivo proprio della riforma, mantenendo integre le attribuzioni patrimoniali e le modificazioni sostanziali realizzate prima della riforma e procrastinando al passaggio in giudicato di questa l’attuazione del diritto della parte vittoriosa ad ottenere, in base ad essa, la restituzione di quanto dato o la riduzione in pristino di quanto modificato.

Non può pertanto condividersi il già richiamato assunto delle citate decisioni secondo cui la temporanea paralisi dell’effetto estensivo proprio della sentenza di riforma rende inefficace la caducazione della sentenza riformata nell’ambito della fattispecie pregiudicata, questa restando provvisoriamente idonea ope legis a sorreggere l’effetto giuridico prodotto sulla base della sentenza riformata, che nell’area dell’esecuzione in forma specifica, l’inefficacia della riforma rende stabile non la mera attività materiale di adeguamento (consegna della cosa mobile; rilascio dell’immobile etc.) ma l’effetto giuridico realizzato in conformità alla declaratoria iuris; che, dopo la riforma restano perciò fermi e continuano a produrre effetti oltre alle situazioni di natura reale, i rapporti obbligatori continuativi ripristinati o costituiti de iure o de facto in esecuzione volontaria o coattiva della sentenza riformata.

Neppure nell’area dell’esecuzione specifica, osserva la Corte, è dato evidenziare alcuna attività esecutiva o di attuazione del comando giudiziale, idonea ad instaurare od a ricostituire rapporti obbligatori continuativi come autonome fattispecie sostanziali dipendenti dalla sentenza che le accerta, tali perciò da sopravvivere alla riforma di questa, fino al passaggio in giudicato dalla sentenza d’appello.

Né sembra valido il riferimento, d’ordine sistematico, all’esecuzione della sentenza che condanna il locatore a consegnare la cosa locata al conduttore, per potersi ritenere che, anche in tali ipotesi, l’esecuzione forzata o volontaria del comando giudiziale realizza un rapporto autonomo (di locazione) che resiste all’effetto estensivo proprio della sentenza di riforma (accertante l’inesistenza del rapporto locatizio) fino al passaggio in giudicato di essa.

L’unico effetto sostanziale reso stabile anche dopo la riforma, invero, consiste nella mera immissione del conduttore nella detenzione della cosa, poiché il rapporto locatizio accertato con la sentenza e reso effettivo con la consegna, non sopravvive, come tale, alla riforma della sentenza.

D’altra parte, la consegna della cosa assicura, ex se, il godimento di essa sa parte del conduttore, conformemente al dictum esecutivo e con effetti che permangono anche dopo la riforma della sentenza di 1° grado e fino al suo passaggio in giudicato realizzandosi così una semplice situazione di vantaggio processuale a favore del consegnatario, per essersi la detenzione a titolo locatizio trasformata in situazione di mero fatto (peraltro non antigiuridica, perché resa stabile “ope legis” fino al passaggio in giudicato della sentenza di riforma).

Del che trovasi conferma, d’ordine sistematico, nel regime della responsabilità per danni da ritardato rilascio, in cui, come si riconosce nelle stesse decisioni dalle quali ora si dissente, può incorrere il detentore che, nell’ambito della legalità formale, abbia continuato ad avvalersi della provvisoria esecutività della sentenza anche dopo la sua riforma e nonostante il prevedibile esito finale della lite.

Come è stato osservato in dottrina, la sentenza non trasforma la relazione di diritto sostanziale fra parte vittoriosa e parte soccombente, restando essa regolata dal rapporto sostanziale tutelato.

Si spiega, così, anche l’ipotesi di responsabilità aggravata per ingiusta esecuzione, qual’é regolata, dall’art. 96 comma 2° C.P.C., sul presupposto che l’atto processualmente efficace possegga una temporanea idoneità ad incidere in maniera illecita (dal punto di vista del diritto sostanziale) sulla sfera giuridica dell’obbligato.

Le considerazioni fin qui svolte portano, dunque, ad affermare che il mero adeguamento materiale al dictum esecutivo realizzi l’attività richiesta dalla legge come necessaria e sufficiente affinché l’accertamento sostanziale possa produrre, nella realtà fenomenica, gli effetti che gli sono propri, e soltanto tale attività esecutiva può quindi ritenersi stabilizzata, con i suoi effetti sostanziali, fino al passaggio in giudicato della sentenza di riforma.

D’altra parte come si è ancora rilevato in sede dottrinale, gli effetti sostanziali di un atto o provvedimento del processo sono previsti solo da specifiche norme del C.C. (artt 2943; 2642 e segg.; 2908; 2818 e 2884; 2913, 2906).

Agli atti d’esecuzione volontaria o coattiva delle sentenze provvisoriamente esecutive il sistema normativo attribuisce, invece, come già detto, la sola efficacia propria degli atti necessari e sufficienti ad adeguare la situazione di fatto a quella di diritto, a portare cioé ad effetto l’adempimento, essendo essi da soli inidonei a produrre effetti costitutivi, come quelli propri, invece degli atti e provvedimenti sopra menzionati.

La teoria della fattispecie autonoma che si costituisce in virtù degli atti di esecuzione della sentenza e che sopravvive alla fattispecie caducata dalla sentenza di riforma, come si osserva in dottrina, postula, d’altra parte, una astrazione del risultato del processo dalla sua base sostanziale, che non trova riscontro nel sistema normativo, ove all’esecuzione volontaria o coattiva del comando giudiziale è riconosciuta una funzione attuativa del rapporto già ricostituito “de iure” dalla sentenza e, con essa, l’idoneità a produrre i limitati effetti tipici degli atti di adempimento.

Le sopra svolte considerazioni generali, riferite al tema specifico di causa, non permettono di condividere l’assunto espresso dalle citate decisioni e fatto proprio dalla impugnata sentenza, secondo cui anche il solo pagamento della retribuzione dovuta per contratto al lavoratore non reimmesso nel posto di lavoro (art. 18 comma 2°) costituisce atto idoneo a ripristinare in via autonoma il rapporto accertato con la sentenza, realizzando, così, una fattispecie dipendente da essa e che resta insensibile all’effetto estensivo proprio della sentenza d’appello assolutoria fino a quando questa passi in giudicato.

Ed invero, l’adempimento dell’obbligo retributivo, come dato desumere dalla univoca formulazione dell’art. 18 comma 2° (….. il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente (cioé all’ordine di reintegrazione) è tenuto ….. a corrispondere al lavoratore la retribuzione dovutagli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza fino a quella della reintegrazione) e, comma 3° (se il lavoratore entro trenta giorni ….. non abbia ripreso servizio il rapporto s’intende risolto) è atto semplicemente finalizzato alla riattivazione funzionale del rapporto che, de iure, mai ha cessato di esistere, né ad esso si può, quindi, riconoscere l’effetto sostanziale della ricostituzione, questo derivando esclusivamente dalla sentenza che ripristina la situazione di diritto già in atto prima del licenziamento dichiarato illegittimo.

Il pagamento della retribuzione, quale atto dipendente dalla sentenza che ordine la reintegrazione, resta, dunque, al di fuori della fattispecie ricostituita del rapporto, alla cui formazione la sola pronuncia giudiziale appare elemento necessario e sufficiente.

Con la rimozione di essa da parte della sentenza di riforma assolutoria il licenziamento riassume, a sua volta, l’originaria efficacia risolutiva del rapporto, senza che possa ulteriormente operare la sospensione, ex art. 336 cpv. C.P.C., dell’effetto estensivo proprio della stessa sentenza di riforma.

Perciò, il pagamento della retribuzione, pur costituendo adempimento di un obbligo contrattuale, (riprodotto nella norma) i cui tipici e limitati effetti sostanziali sono conservati fino al passaggio in giudicato della sentenza di riforma, non può definirsi atto idoneo a protrarre l’obbligo retributivo oltre la pubblicazione della sentenza di riforma accertante la legittimità del licenziamento.

Nemmeno può essere condiviso l’ulteriore assunto delle citate decisioni, recepito nella impugnata sentenza e secondo cui a) l’obbligo retributivo costituisce un effetto permanente dell’inottemperanza all’ordine di reintegrazione e, perciò, datasi attuazione ad esso, mediante il meccanismo dell’esecuzione indiretta, questa legittimamente è proseguita dopo la riforma, essendosi in presenza di un effetto dipendente dalla pronuncia riformata; b) l’esecuzione indiretta, quale prezzo dell’inosservanza dell’ordine del giudice non può dare luogo, a conseguenze meno onerose di quelle che egli subirebbe in caso di ottemperanza, cosicché l’obbligo retributivo è destinato ad operare fino al passaggio in giudicato della sentenza di riforma.

L’interpretazione della norma ed i dati del sistema in cui essa si inserisce non permettono, infatti, di ritenere che la fattispecie normativa del pagamento della retribuzione, realizzata mediante l’esecuzione volontaria o coattiva dell’obbligo, sia idonea a produrre effetti sostanziali diversi da quelli tipici di una prestazione periodica, che esaurisce in sé la sua funzione satisfattoria e, che, pertanto, non può valere a rendere l’obbligo retributivo operante anche dopo la sentenza di riforma che ne accerti, invece, l’inesistenza.

L’imposizione dell’obbligo retributivo, nella struttura normativa dell’art. 18 comma 2°, diversamente da quanto deve dirsi dall’ordine giudiziale di reintegrazione, non si pone, d’altra parte, nemmeno come comminatoria di condanna, ma riproduce quello che, secondo legge e contratto, costituisce l’obbligo principale del datore di lavoro (artt. 2094 e 2099 C.C.) obbligo che, quale effetto della ricostituzione del rapporto, resta operante anche in mancanza di reintegrazione ma soltanto fino alla sentenza di riforma.

Diversamente da quanto si afferma nelle citate decisioni, “l’enucleazione dell’ordine retributivo dal complesso degli obblighi precisi nascenti dal contratto” che sia operata dalla norma dell’art. 18 co. 2° come effetto permanente dell’inottemperanza all’ordine giudiziale di reintegrazione, non è perciò, ravvisabile nella struttura dello stesso art. 18 comma 2° e, in ogni caso, non risulta concepita come mezzo necessario” affinché il dipendente possa conseguire anche “invito debitore” il pagamento della retribuzione, così da riattivare in concreto questo aspetto del rapporto”.

Estranea alla struttura ed alla ratio dell’art. 18 co. 2°, come sopra delineate, risulta, a sua volta, la previsione dell’obbligo retributivo come sanzione compulsiva che abbia una specifica finalità di coercizione indiretta o, addirittura, di prezzo per l’inosservanza dell’ordine di reintegrazione.

Una attitudine del genere, se ed in quanto ipotizzabile, costituirebbe, d’altra parte soltanto un’effetto secondario della dichiarazione di illegittimità del licenziamento.

Mentre una finalità, almeno in parte, sanzionatoria, deve essere riconosciuta al disposto dell’art. 18 comma 2° (“il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento ….. in misura “non inferiore a cinque mensilità di retribuzione …..”) ciò non può valere per la contestuale previsione dell’obbligo retributivo a carico del datore di lavoro non ottemperante all’ordine di reintegrazione, trattandosi di obbligo che, fra l’altro, secondo il costante indirizzo interpretativo di questa S.C., a differenza da quello di risarcimento del danno (presunto iuris et de iure in detta misura minima) è influenzato dagli eventuali guadagni altrimenti conseguiti dal lavoratore ed assume perciò una connotazione di incertezza e variabilità quantitativa, essenzialmente incompatibile con la funzione sanzionatoria.

La costruzione, da cui questa Corte ora dissente, dell’obbligo retributivo che sopravvive alla riforma quale prezzo o quale sanzione dell’inottemperanza all’ordine di reintegrazione, come si osserva in dottrina, postula d’altra parte, una abnorme resistenza degli effetti del provvedimento giurisdizionale divenuto illegittimo, che non trova riscontro nel dato normativo e che contrasta inoltre, con il fondamentale principio del sistema, secondo cui il processo non può dare vita a situazioni di vantaggio processuale (come quella derivante dalla provvisoria esecutività della sentenza) che restino irreversibili dopo la caducazione del titolo.

Con la pubblicazione della sentenza di riforma cessa infatti l’obbligo retributivo ed i precedenti atti compiuti in esecuzione coattiva o volontaria di esso, come non possono costituire valida premessa alla prosecuzione dell’esecuzione stessa, così restano inidonei, come già erano ad instaurare rapporti e situazioni sostanziali autonome che si sostituiscono a quelle accertate con la sentenza oggetto di riforma, all’effetto estensivo, proprio della sentenza di riforma, fino al passaggio in giudicato di questa.

In forza delle precedenti considerazioni merita censura l’impugnata sentenza ove, in contrasto con i principi sopra esposti, si afferma che l’obbligo retributivo del datore di lavoro inottemperante all’ordine giudiziale di reintegrazione persiste ed è perseguibile anche dopo la sentenza di riforma e fino al suo passaggio in giudicato, come effetto permanente sia dell’inosservanza dell’ordine di reintegrazione, sia anche della ricostituzione de facto (oltreché de iure) del rapporto di lavoro, quale, nella specie, sarebbe conseguita all’azione giudiziale proposta, anteriormente alla sentenza di riforma, per il pagamento della retribuzione già maturata.

Il primo motivo di ricorso deve pertanto essere accolto, restando, invece, assorbiti (perché propongono questioni evidentemente subordinate) gli altri due mezzi con cui si denunciano rispettivamente: violazione e falsa applicazione dell’art. 363 C.P.C. per avere il Tribunale ritenuti sussistenti i presupposti e le condizioni di ammissibilità del decreto ingiuntivo 20.X.1982 emesso in forza della sentenza di reintegrazione nel posto di lavoro, non recante pronuncia di condanna al pagamento della retribuzione; violazione dell’art. 92 C.P.C. per avere condannata la soccombente alle spese del giudizio d’appello nonostante che ricorressero più che giusti motivi di compensazione.

Ne consegue che l’impugnata sentenza deve essere cassata, con rinvio ad altro tribunale che, attenendosi ai sopra enunciati principi, provvederà in merito all’appello proposto dalla attuale ricorrente.

Allo stesso giudice del rinvio è demandato anche il regolamento delle spese del presente giudizio, a norma dell’art. 385 C.P.C.

P.Q.M.

La corte accoglie il I motivo; dichiara assorbiti gli altri motivi del ricorso; cassa e rinvia, anche per le spese al Tribunale di Termini Imerese.
Così deciso il 19 novembre 1986
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 11 GIUGNO 1987