CHE la Corte di Appello di Roma, esaminando domanda di equa riparazione proposta da C.F. per la irragionevole durata di un procedimento penale a suo carico avente durata irragionevole di anni sette e concluso con la sua piena assoluzione, con decreto 7 marzo 2006, ritenne irragionevole la durata effettiva di anni 7 rispetto allo standard adeguato di anni 4 (statuita la complessità della vicenda) e liquidò la somma di Euro 8.400,00, al parametro annuo di Euro 1.200,00, per pecunia doloris nel mentre rigettò la richiesta di ristoro del danno patrimoniale (da ritardato avanzamento a dirigente) ritenendo che il Giudice del Lavoro avesse già con sentenza motivatamente provveduto sul punto; CHE il decreto, direttamente ricorribile per cassazione, è stato impugnato con ricorso 19.04.2007 affidato ad unico motivo (afferente il diniego di ristoro del danno patrimoniale) al quale non ha opposto difese l’intimato; CHE ad un ricorso per cassazione avverso provvedimento pubblicato, come nella specie, il 7.03.2006, devono essere applicate le disposizioni di cui al capo 1^ del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, (in vigore dal 2 marzo 2006) e, per quel che occupa, quella contenuta nell’art. 366 bis c.p.c., alla stregua della quale l’illustrazione dei motivi di ricorso, nei casi di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4, deve concludersi, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto e nel caso di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, deve contenere la chiara sintetica enunciazione, corredata dal riferimento testuale ed autosufficiente alla documentazione negletta, delle ragioni che rendono la motivazione insufficiente od illogica (Cass. 16002.07); CHE il motivo non adempie a detto obbligo; CHE, infatti, da un canto viene trascritta solo una concisa sequenza argomentativa della pronunzia del GdL alla quale la Corte di merito fa rinvio e non l’intera sentenza (si da far comprendere il petitum dell’attore, le difese della convenuta e l’intero iter argomentativo senza obbligare la Corte di legittimità all’esame diretto delle carte, non consentito) e dall’altro canto non si indica quale canone ermeneutico e quale specifica illogicità sarebbe stata commessa conferendo a quella pronunzia una portata assai meno circoscritta rispetto a quella "dovuta" (e cioè l’estensione del ristoro al solo periodo post assolutorio); in sostanza la censura nè evidenzia passaggi omessi nè specifiche illogicità ma si limita ad affermare, essa sì apoditticamente, che la interpretazione data dalla Corte romana è ingiustamente estensiva di un ambito del giudicato a tempi non coperti da esso, si che detta censura, oltre che non autosufficiente nei sensi sopra indicati, appare anche inammissibilmente valutativa; CHE, ove si condividano i testè formulati rilievi, il ricorso può essere trattato in Camera di consiglio e dichiarato inammissibile.
Osserva il Collegio che il difensore del ricorrente ha depositato memoria critica ed effettuato (non consentita) produzione documentale, negando la rilevata aspecificità della censura ed insistendo per il suo accoglimento.
Ritiene il Collegio che, se la proposta del relatore pare condivisibile là dove evidenzia la carenza della necessaria sintesi conclusiva della denunzia di vizio logico (S.U. n. 11652 del 2008), devesi rilevare, in via preliminare ed assorbente, che qualunque pur pertinente e specifica censura volta a sottolineare la esigenza di ragguagliare il ristoro da ritardato avanzamento ad un maggiore arco temporale non avrebbe, nella specie, meritato ingresso e consenso posto che il rigetto della domanda di ristoro del danno patrimoniale da parte della Corte di merito viene contestato con argomentazioni che, se pur conducenti rispetto alla stessa logica seguita dalla Corte dell’equo indennizzo, non sono in alcun modo fondate.
Deve infatti ribadirsi il principio per il quale sono affatto estranee dall’ambito del giudizio del ristoro del danno patrimoniale in sede di equa riparazione le poste economiche che avrebbero dovuto e potuto essere dedotte nel giudizio della cui eccessiva durata ci si duole, posto che il danno patrimoniale da ritardo irragionevole è solo quello che dal processo derivi secondo il principio della normale sequenza causale (ex multis Cass. 3466.06 – 23322.05 – 21391.05 – 17999.05 – 1094.05), con la conseguenza per la quale non possono essere riconosciuti come danni patrimoniali ristorabili dallo Stato apparato cagionati dalla eccessiva durata di un processo, diretto a riconoscere un avanzamento professionale, le differenze retributive e normative o le "indennità di posizione" che l’avanzamento indebitamente negato o posticipato avrebbe comportato, tali voci indennitarie dovendo, se del caso, gravare in via esclusiva sul soggetto – Amministrazione che con il suo indebito contegno ebbe a cagionare direttamente le relative perdite patrimoniali.
Respinto il ricorso, non è luogo a regolare le spese stante la assenza di difese dell’intimato.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma, il 23 settembre 2008.
Depositato in Cancelleria il 6 novembre 2008