1. – Con ricorso ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, T. M., erede di T.A., chiedeva l’equa riparazione per il danno subito per l’irragionevole durata della controversia instaurata dal predetto T.A. presso la Corte dei conti nel febbraio 1968 ed avente ad oggetto il riconoscimento del diritto alla pensione privilegiata per infermità determinata da causa di servizio. Riferiva l’istante che, interrottosi il processo per il decesso del ricorrente, la causa veniva riassunta dalla vedova, B.A., e che il giudizio si concludeva, con esito sfavorevole, con sentenza della Corte dei conti, sezione giurisdizionale della Campania, del 10 maggio 2001.
2. Nella contumacia dalla Presidenza dal Consiglio dei ministri a del Ministero della giustizia, la Corta d’appello di Napoli, dinanzi alla quale la causa era stata riassunta a seguito dalla declinatoria di competenza dell’adita Corte d’appello di Roma, con decreto depositato il 9 ottobre 2003 rigettava la domanda.
2.1. La Corte partenopea cosi motivava: "nel valutare la durata del giudizio va considerato il tempo a decorrere dall’1 agosto 1973, data di entrata in vigore dell’art. 6 della Convenzione. Nel caso in esame quindi il periodo 1 agosto 1973 – 20 gennaio 1978, intercorso tra l’acquisizione del fascicolo del Ministero dalla difesa e le conclusioni formulate dalla Procura generale, di per sè non risulta esser stato determinante sulla durata del processo, stante la successiva irreperibilità del T.. La mancata prova da parte del ricorrente circa il momento in cui il T. abbandonò l’originario domicilio in via (OMISSIS) non consente di valutare se una maggiore tempestività nella formulazione delle conclusioni, da parte della Procura generale, avrebbe consentito al T. la proposizione di una domanda di fissazione dell’udienza di discussione. Vertendosi in procedimento ad impulso di parte, non risulta quindi addebitabile all’Amministrazione il lasso di tempo intercorso fino al 10 marzo 1993, allorchè l’avv. Luigi Speranza presentò nota di costituzione contenente istanza di prosecuzione per B.A. ved. T.. A seguito di decentramento ex L. n. 19 del 1994, il fascicolo veniva rimesso alla sezione regionale della Campania della Corte dei conti. In data 19 maggio 1995 veniva depositata istanza di prosecuzione del giudizio, l’udienza di discussione veniva fissata per il 22 febbraio 2000 ed il giudizio, a seguito di rinvio richiesto dal procuratore della parte, veniva definito con sentenza del 10 maggio 2001. La violazione del termine di ragionevole durata del processo può alla luce di quanto sopra rinvenirsi limitatamente al periodo 1993-2001, allorchè la vedova del T. diede impulso al procedimento. La non imputabilità all’Amministrazione del lasso di tempo intercorso tra il 1968 ed il 1993 porta ad escludere che a tale fatto sia ricollegabile il danno patrimoniale assunto dal ricorrente e ricollegato dallo stesso all’impossibilità di essere sottoposto a nuova visita medica. Va peraltro osservato che il rigetto di domanda di pensione risulta motivato (pag. 7 della sentenza) non dalla mancata prova della malattia lamentata, bensì dalle circostanze che l’avrebbero determinata, onde irrilevante sarebbe stata comunque una nuova visita medica al cui mancato esperimento la T. ricollega l’assunto danno patrimoniale. L’esistenza di una sofferenza morale, di un costo emotivo ovvero di una patema d’animo dovuto ad un’ansia prolungata ed angosciante va esclusa sia perchè non espressamente assunta, sia perchè non provata, sia considerando il totale disinteresse per la causa mostrato dal T. per la sua irreperibilità, fino al 1981, e per il periodo 1981-1993 dalla sua vedova".
3. – Avverso il decreto della Corte di Napoli, con atto notificato il 30 dicembre 2003, T.M. ha interposto ricorso per Cassazione, affidato a tre motivi di censura.
Gli intimati Presidenza del Consiglio dei ministri e Ministero della giustizia hanno resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1.- Con il primo motivo (violazione dell’art. 111 Cost., dell’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, della "Legge Pinto" n. 89 del 2001, art. 2 e della L. 4 agosto 1955, n. 848, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, numeri 3 e 5), la ricorrente denuncia l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte di Napoli allorchè ha completamente omesso di considerare tutto il periodo del procedimento intercorso dal 1968 al 31 luglio 1973. Essendo stata la Convenzione "ratificata dallo Stato italiano con la L. 4 agosto 1955, n. 848", la Convenzione stessa troverebbe "piena attuazione sin da allora", anche se solo nel 2001 con la "Legge Pinto" lo Stato italiano ha previsto gli strumenti processuali onde consentirei l’esercizio in concreto di tale diritto anche direttamente all’interno dello Stato italiano.
2. – Il motivo è infondato.
2.1. – E’ esatto che la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, prevedente, all’art. 6, paragrafo 1, il diritto di ogni persona a che la sua causa sia decisa entro un termine ragionevole, è stata ratificata dal Presidente della Repubblica italiana in seguito ad autorizzazione conferitagli dalla Legge Esecuzione 4 agosto 1955, n. 848, con deposito dello strumento di ratifica il 26 ottobre 1955 a Strasburgo, ed è entrata in vigore per l’Italia lo stesso giorno.
Senonchè, la giustiziabilità dei diritti umani, tra cui quello alla ragionevole durata del processo, per il tramite del ricorso individuale decorre dal 1 agosto 1973.
Difatti, ai sensi del vecchio art. 25, paragrafo 1, della Convenzione, che disciplinava, prima del Protocollo n. 11, l’accesso degli individui alla Commissione, il diritto di presentare un ricorso individuale non era aperto indiscriminatamente nei confronti di tutti gli Stati che avessero ratificato la Convenzione, bensì era condizionato alla accettazione di una clausola opzionale. In particolare, la citata norma della Convenzione collegava il diritto di ricorso spettante ad ogni persona fisica, vittima di una violazione dei diritti riconosciuti nella Convenzione, al fatto che l’Alta Parte Contraente chiamata in causa avesse dichiarato di riconoscere la competenza della Commissione in tale materia.
Tale dichiarazione facoltativa, per l’Italia, è stata fatta dopo un periodo di riflessione, durato fino al 1 agosto 1973, con la conseguenza che i fatti precedenti non costituiscono fonte di responsabilità dello Stato italiano nei confronti del cittadino.
In questo senso è indirizzata la giurisprudenza della Corte di Strasburgo: la quale – premesso che "the declaration made by Italy under Article 25 is, according to its own terms, valid only in relation to acts, decisions, facts or events occurring subsequently to 31 July 1973" (Foti e altri c. Italia, 10 dicembre 1982) – ha precisato che, in tema di termine ragionevole di durata del processo, il periodo rilevante comincia a decorrere, appunto, "from 1 August 1973, when the recognition by Italy of the right of individual petition took effect" (Pretto ed altri c. Italia, 8 dicembre 1983), fermo restando che "regard must be had, however, to the state of the case at that moment" (Brigandi c. Italia, 19 dicembre 1991; v., altresì, Baggetta c. Italia, 25 giugno 1987).
Ne consegue che, siccome la finalità della L. 24 marzo 2001, n. 89, particolarmente emergente dai lavori preparatori, è quella di apprestare in favore della vittima della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della Convenzione, un rimedio giurisdizionale interno analogo alla prevista tutela internazionale, deve ritenersi che, anche nel quadro dell’istanza nazionale, al calcolo della ragionevolezza dei tempi processuali sfugga – corrispondentemente alla competenza, ratione temporis, della Corte di Strasburgo – il periodo di svolgimento del processo anteriore al 1 agosto 1973 – data a partire dalla quale è riconosciuta la facoltà del ricorso individuale alla Commissione (oggi, alla Corte europea dei diritti dell’uomo), con la possibilità di far valere la responsabilità dello Stato -, dovendosi peraltro tener conto dello stato in cui la causa si trovava a quel momento.
3. Con il secondo mezzo (violazione dell’art. 111 Cost., dell’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, della "Legge Pinto" n. 89 del 2001, art. 2 e della L. 4 agosto 1955, n. 848, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, numeri 3 e 5), la ricorrente – premesso che il diritto all’equa riparazione va riconosciuto a tutti i soggetti processuali, vittoriosi o soccombenti che siano – osserva che la lunga durata del processo a dipesa esclusivamente dalle inefficienze dell’Amministrazione della giustizia, che non hanno provveduto in termini ragionevoli al compimenti degli atti loro incombenti.
Difatti la Procura generale della Corte dei conti ha impiegato oltre dieci anni per formulare le proprie conclusioni, ed ulteriori dodici anni (dal 20 gennaio 1978 al 22 giugno 1990) per notificare tali conclusioni al ricorrente.
Nè alcuna rilevanza potrebbe avere la assunta pretesa irreperibilità del ricorrente, "in quanto gli accertamenti necessari incombevano esclusivamente all’organo dell’Amministrazione, tenuto altresì conto che il ricorrente era deceduto sin dal 1981".
Inoltre, la vedova del ricorrente ebbe tempestivamente e prontamente a presentare, in data 30 agosto 1990, l’istanza per la prosecuzione del giudizio, e cioè appena due mesi dopo la notifica di richiesta di internazione del giudizio da parte della Procura. Tale richiesta di prosecuzione fu ribadita in data 10 marzo 1993.
La Corte d’appello avrebbe altresì omesso di considerare anche il periodo di oltre cinque anni compreso tra l’entrata in vigore della L. 14 gennaio 1994, n. 19, di conversione del D.L. 15 novembre 1993, n. 453, e l’udienza di discussione fissata solo il 22 febbraio 2000, nonostante le istanze di prosecuzione del giudizio presentate dai difensori nell’immediatezza della legge.
Ancora, sarebbe errato imputare al procuratore della vedova anche la richiesta di rinvio all’udienza di discussione del 22 febbraio 2000, nella quale, in realtà, venne disposto dalla Corte l’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri eredi.
La Corte territoriale, pur riconoscendo la violazione del termine di ragionevole durata del processo limitatamente al periodo 1993-2001, avrebbe inopinatamente omesso del tutto "ogni esame in ordine alla ragionevolezza di tale durata, non avendo sul punto assolutamente dichiarato alcunchè".
4. – Il motivo è fondato, per quanto di ragione.
4.1. – La nozione di ragionevole durata del processo non ha carattere assoluto, ma relativo, non prestandosi ad una de terminazione certa e predefinita, in quanto condizionata da parametri fattuali strettamente legati alla singola fattispecie, che non permettono di stabilirla facendo riferimento a cadenze temporali rigide ed a schemi valutativi prefissati.
La L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2, infatti, nello stabilire che la ragionevole durata di un processo va verificata considerando la complessità del caso e, in relazione alla stessa, il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonchè quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o a comunque contribuire alla sua definizione, impone una verifica in concreto, avendo riguardo alla specificità del caso che il giudice è chiamato a valutare.
Inoltre, benchè la valutazione della ragionevolezza della durata del processo costituisca una tipica valutazione di merito e si risolva in un apprezzamento di fatto censurabile in sede di legittimità per vizi di motivazione (Sez. 1, 19 gennaio 2005, n. 1094), il giudice italiano, chiamato a dare applicazione alla L. n. 89 del 2001, ha il dovere di interpretarla in modo conforme alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, per come essa vive nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo, anche in riferimento al parametro cronologico (cfr. Sez. Un., 26 gennaio 2004, n. 1338, n. 1339 e n. 1340). Pertanto, questo parametro assume rilievo pregnante ed e in riferimento ad esso che va identificato il contenuto dell’onere motivazionale gravante sul giudice: tale onera deve ritenere stringente là dove la Corte territoriale si discosti da quella giurisprudenza, mentre non può che essere attenuato qualora egli provveda ad identificare il termine ragionevole di durata in armonia con gli standards della giurisprudenza europea (Sez. 1^, 29 dicembre 2005, n. 28864).
4.2. – Nella specie, la Corte territoriale ha ritenuto sussistente la violazione del termine di ragionevole durata del processo svoltosi in un unico grado – iniziato con ricorso del 1968 e definito nel 2001 – limitatamente al periodo 1993-2001, dando un significato logicamente eccessivo al dato della "successiva irreperibilità del T.", senza considerare nè il lungo tempo occorso per l’acquisizione del fascicolo del Ministero della difesa e per la formulazione delle conclusioni della Procura generale, nè i numerosi rinvii dell’udienza di discussione del giudizio (su istanza del pubblico ministero), nè l’avvenuta presentazione di più istanze di prosecuzione da parte della vedova del ricorrente, che aveva proceduto alla riassunzione del giudizio dopo la morte di quest’ultimo.
In tal modo, il decreto dalla Corte territoriale – che non fornisce una congrua spiegazione, sia pure nei limiti imposti dal tipo di pronuncia, del procedimento logico attraverso il quale si è pervenuti a considerare (fermi l’irrilevanza del periodo sino al 31 luglio 1973 ed il dovere di tener conto dello stato in cui la causa si trovava al 1 agosto 1973) irragionevole soltanto la durata relativa al periodo 1993-2001 – contiene una motivazione che incorre nella violazione denunciata, finendo col discostarsi dal precetto che impone di valutare il termine ragionevole di durata del processo (dal cui superamento si configura il diritto all’equa riparazione per il periodo eccedente) in concreto, secondo la complessità del caso, il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonchè quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o a comunque contribuire alla sua definizione, tenendo conto delle indicazioni provenienti dalla giurisprudenza della Corte europea.
5. – Col terzo motivo (violazione dell’art. 111 Cost., dell’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondementali, della "Legge Pinto" n. 89 del 2001, art. 2, della L. 4 agosto 1955, n. 848, dell’art. 2043 cod. civ. e della L. n. 89 del 2001, artt. 2 e 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, numeri 3 e 5), la ricorrente censura il mancato riconoscimento dell’equo indennizzo sul rilievo che non sarebbe stata allegata l’esistenza di un danno morale, laddove, in realtà, nel ricorso introduttivo sarebbe stato fatto espressamente riferimento a tutti i disagi patiti per tale vicenda e per una sofferenza incontrovertibile ed inequivocabile alla luce di una "lunghezza del procedimento ultratrentennale". Ai fini dell’esplicazione degli elementi costitutivi della domanda, sarebbe sufficiente l’allegazione del pregiudizio psichico subito come conseguenza dell’irragionevole durata della procedura.
6. – Il motivo è fondato, nei limiti di seguito precisati.
6.1. – L’interpretazione che il decreto della Corte partenopea ha dato della domanda di equa riparazione proposta da T.M. non tiene conto nè della formulazione testuale nè del contenuto sostanziale dell’atto introduttivo, ed incorre pertanto nel denunciato vizio di motivazione.
Nel ricorso introduttivo, infatti, la T. precisa di avere diritto "all’equa riparazione ed al risarcimento del danno di tutti i danni subiti e subendi, nessuno escluso, in proprio e nella qualità, anche in ordine ai disagi patiti par il riconoscimento dei propri diritti, comunque conculcati".
A fronte di tale risultanza documentale, il decreto della Corte d’appello di Napoli – che addebita alla ricorrente di non avere espressamente dedotto di avere subito una sofferenza morale, un costo emotivo ovvero un patema d’animo dovuto ad un’ansia prolungata ed ango-sciante – non si sottrae alla censura sotto il profilo della congruità della motivazione.
6.2. – Ha errato, inoltre, la Corte d’appello a motivare l’esclusione dell’equa riparazione sul rilievo che il danno non patrimoniale non sarebbe stato provato dalla ricorrente.
Per orientamento ormai costante di questa Corte, dopo l’intervento delle Sezioni Unite (sentenze n. 1338 e n. 1339 del 26 gennaio 2004), il danno non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo, è, anche alla stregua della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, conseguenza normale, ancorchè non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, a causa dei disagi e dei turbamenti di ordine psicologico che la lesione di tale diritto solitamente provoca a chi ne è titolare; sicchè, pur dovendosi escludere la configurabilità di un danno non patrimoniale in re ipsa – ossia di un danno automaticamente e necessariamente insito nell’accertamento della violazione -, una volta accertata quest’ultima deve, invece, considerarsi di regola in re ipsa la prova del relativo pregiudizio, che il giudice deve quindi ritenere esistente, a meno che non constino, nel caso concreto, circostanze particolari che facciano positivamente escludere che il danno in questione sia stato subito dal ricorrente (cfr., dopo l’intervento risolutore delle Sezioni Unite, ex multis, Sez. 1^, 5 agosto 2004, n. 15093; Sez. 1^, 3 ottobre 2005, n. 19288; Sez. 1^, 22 settembre 2005, n. 18650; Sez. 1^, 4 novembre 2005, n. 21391).
A tale principio, che il Collegio condivide e fa proprio, la Corte d’appello non si è attenuta, giacchè delle circostanze particolari tali da fare positivamente escludere che il danno in questione sia stato subito dalla parte non v’è, nella motivazione del decreto, traccia, essendosi la Corte territoriale limitata a parlare di un generico disinteresse per la causa, smentito, se non altro, dalla presentazione, da parte della B., delle istanze di prosecuzione del processo.
7. – Nè, per contro, meritevole di accoglimento è l’eccezione sollevata dalla difesa erariale, che conclude nel senso della "improponibilità" della domanda sotto il profilo del difetto di legittimazione attiva dall’erede, essendo il processo presupposto stato iniziato dal dante causa, deceduto anteriormente all’entrata in vigore della "Legge Pinto".
Invero, questa Corte – a Sezioni Unite (sentenza 23 dicembre 2005, n. 28507) -, superato l’orientamento secondo cui la fonte del diritto all’equa riparazione sarebbe ravvisabile nella sola normativa nazionale, ha affermato il principio che il fatto costitutivo del diritto all’indennizzo attribuito dalla legge nazionale coincide con la violazione della norma contenuta nell’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, con ciò escludendo che sia ipotizzabile una distinzione tra diritto ad un processo di ragionevole durata, introdotto dalla citata Convenzione, e diritto all’equa riparazione, introdotto solo con la L. n. 89 del 2001; e ne ha fatto derivare la conseguenza – che qui, prestandosi adesione a quell’arresto, va ribadita – secondo cui il diritto all’equa riparazione del pregiudizio derivato dalla non ragionevole durata del processo verificatosi prima dell’entrata in vigore della L. n. 89 del 2001 va riconosciuto dal giudice nazionale anche in favore degli eredi della parte che abbia introdotto, prima di tale data, il giudizio del quale si lamenta la non ragionevole durata (con il solo limite – nella specie non rilevante – che la domanda di equa riparazione non sia stata già proposta alla Corte di Strasburgo e che questa si sia già pronunciata sulla sua ricevibilità).
8. – All’accoglimento, per quanto di ragione, del secondo e del terzo motivo del ricorso consegue la cassazione, in relazione alla censure accolte, del decreto impugnato, e il rinvio della causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Napoli, in diversa composizione.

P.Q.M.
La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie per quanto di ragione il secondo ed il terzo; cassa, in relazione alle censure accolte, il decreto impugnato e rinvia la causa, anche per le spese, alla Corte d’appello di Napoli, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 9 maggio 2006.
Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2006