IL Condominio di (OMISSIS), in persona dell’Amministratore Geom. C.A., ricorre, sulla base di due motivi di censura, per la cassazione della sentenza del 2 ottobre 2003 con la quale la Corte d’appello di Bari, giudicando sui separati appelli proposti dalla Intesa Leasing SPA e dalla Battista Caffè srl in liquidazione avverso la pronunzia n. 857/2001 resa dal Tribunale di Bari – Sezione Stralcio (che aveva accolto la domanda risarcitoria avanzata dal Condominio dei confronti della Intesa e della Battista, condannando le società convenute in solido tra loro al pagamento della somma di L. 12.750.000 oltre rivalutazione ISTAT dal settembre 1988 e alle spese del giudizio) accoglieva i gravami, previa riunione ex art. 335 c.p.c. dei rispettivi procedimenti, e rigettava la domanda proposta dal Condominio, disponendo l’integrale compensazione delle spese del doppio grado di giudizio.
Resistono con distinti controricorsi le società intimate.
La causa è stata rinviata alla pubblica udienza con ordinanza interlocutoria di questa Corte del 30 aprile 2009 con la quale sono stati ritenuti insussistenti "prima facie" i presupposti richiesti dall’art. 375 c.p.c. per la trattazione del ricorso in Camera di Consiglio come da richiesta del P.G. che aveva concluso per la declaratoria di inammissibilità per mancata sommaria esposizione dei fatti della controversia. Il ricorrente ha depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Va, in via preliminare, rilevata l’ammissibilità del ricorso stante la sussistenza del requisito dell’esposizione sommaria dei fatti di causa di cui all’art. 366 c.p.c., n. 3. Invero dal contesto dell’atto è possibile desumere una completa, sia pur sintetica, conoscenza del "fatto" sostanziale e processuale sufficiente per ben intendere, tra l’altro, il presupposto, il significato, la portata e gli effetti delle critiche rivolte alla pronuncia impugnata.
Con il primo motivo di ricorso si denunzia violazione degli artt. 1102, 2041 e 2043 c.c.; omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia; travisamento dei fatti di causa.
Rileva innanzi tutto il ricorrente la non rispondenza al vero della premessa, contenuta nella gravata sentenza, secondo la quale esso Condominio risulterebbe "in sintonia con la Corte" nel ritenere "le impugnazioni principali apprezzabili e fondate".
Evidenzia poi nel merito la superficialità con la quale è stata disattesa la posizione da esso assunta in tema di "uso della cosa comune" con la conseguenza di risultati ermeneutici aberranti.
L’appellante Battista Caffè srl aveva infatti scientemente "abusato" della cosa comune appropriandosi, in piena coscienza e con il deliberato consenso della proprietaria Intesa Leasing spa, di parte non irrilevante (e certamente suscettibile di valutazione economica) della medesima, mutando la destinazione di quella parte di sottosuolo destinata a sostenere l’edificio condominiale, trasformandola, dopo l’asportazione del materiale di risulta dello scavo, in spazio vivibile per i proprietari del locale seminterrato (soggetto, pertanto, ad incremento di valore in corrispondenza dell’aumento della cubatura) ma non fruibile da parte della comunità dei condomini, vittima dell’indebita appropriazione ma, secondo l’originalissima tesi della Corte barese, non meritevole di risarcimento alcuno.
In sostanza, ad avviso del Condominio ricorrente, dalla impugnata decisione si ricavava il principio di diritto del riconoscimento di un (sinora inedito) "diritto di scavo" in favore di qualsivoglia condomino o conduttore afflitto da problemi di infiltrazione che abbia tempo e voglia di annettersi, senza ovviamente dover spendere un centesimo, metri cubi di calcestruzzo altrui. Ciò, nonostante che il ctu, nella sua relazione, avesse distinto l’attività di risanamento del locale seminterrato eseguita dalla Battista Caffè, dalla simultanea e non consentita attività di aumento dell’originaria altezza del locale scantinato oggetto di causa (da mt. 2, 00 a mt. 2, 30) che aveva reso "certamente più agevole e funzionale l’utilizzo di tale locale. In conclusione la Corte territoriale, dopo aver travisato i fatti del processo, aveva platealmente scambiato il "risanamento del locale seminterrato" per un "risanamento del sottosuolo condominiale", rigettando la domanda di risarcimento anche per quel che atteneva il confessato arricchimento senza causa conseguente alla condotta ingiusta.
Con il secondo mezzo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 1120 del codice civile. Rileva il ricorrente che la Corte barese aveva ritenuto innovazione non vietata l’attività dell’utilizzatore del bene immobile di proprietà del condomino in forza di contratto di leasing diretta a conseguire, a spese della parti comuni dell’edificio condominiale, una maggiore ampiezza del locale seminterrato oggetto del giudizio. E ciò senza che nessuna delibera dell’assemblea dei condomini avesse mai valutato la possibilità, ex art. 1120 c.c., di apportare innovazioni al sottosuolo comune dell’edificio. L’esame congiunto dei due motivi di ricorso, strettamente – connessi, conduce all’accoglimento della proposta impugnazione per le ragioni che qui di seguito vanno ad esporsi. Va precisato innanzi tutto che il rilievo preliminare del ricorrente secondo il quale l’estensore della gravata sentenza avrebbe travisato la vicenda processuale stravolgendone posizioni e ruoli, si basa esclusivamente su un evidente "refuso" contenuto nella prima frase della motivazione della pronunzia medesima, laddove l’espressione "in sintonia con le affermazioni delle, costituita appellata" va letta nel senso di "in sintonia con le affermazioni delle costituite appellanti" come dimostrato dal prosieguo della frase medesima che letteralmente da atto "che le impugnazioni principali sono, nell’ambito che verrà in seguito precisato, apprezzabili e fondate, per cui impongono la riforma della impugnata decisione". Ciò chiarito, nell’accogliere le doglianze delle attuali intimate, la Corte territoriale ha ritenuto che la modificazione dell’altezza del vano scantinato (definita peraltro soltanto presumibile stante la presenza di plurime pavimentazioni realizzate nel corso degli anni allo scopo di ovviare, sia pure grossolanamente all’umidità proveniente dal sottosuolo) oltre a non essere adeguatamente e incontrovertibilmente riscontrata, non costituiva in ogni caso innovazione vietata ex art. 1120 c.c. nè sembrava attività illecita diretta a cagionare un danno al condominio. In effetti essa era stata realizzata nell’ambito di lavori di risanamento diretti ad eliminare una cronica situazione di infiltrazione di umidità e in tale ambito non aveva cagionato alcuna diminuzione sostanziale nella destinazione del sottosuolo alla funzione di sostegno del fabbricato condominiale, risultando pertanto certamente non idonea a determinare l’inservibilità (o la minore servibilità) del bene comune all’uso cui era destinato, ma anzi a migliorarla, essendo presumibile che tali lavori, con l’inserimento di una pompa sommersa, fossero idonei a contenere (e quindi diminuire) la situazione cronica di umidità del suolo sottostante il fabbricato.
Reputa però il Collegio che così statuendo la Corte barese non abbia correttamente applicato la normativa civilistica in tema di innovazioni dettata dall’art. 1120 c.c..
Più volte nella giurisprudenza di questa Suprema Corte (vedi Cass. n. 1300/60, n. 425/63, n. 22835/2006) si rinviene infatti il principio secondo cui l’opera di escavazione compiuta da uno dei condomini, senza il consenso degli altri, nel sottosuolo del fabbricato comune costituisce di per sè una innovazione lesiva del diritto di comproprietà in quanto viene a privare gli altri condomini dell’uso e del godimento di una parte comune dell’edificio.
Ed è quanto avvenuto nella fattispecie che ne occupa in quanto, come riportato dalla stessa sentenza impugnata, il consulente d’ufficio di prime cure ha dato atto che l’esecuzione dei lavori eseguiti nello scantinato oggetto di causa ha comportato una modificazione dell’altezza media del locale da mt. 2,00 a mt. 2,30 e quindi, sviluppando lo stesso una superficie di 34,00 mq., una volumetria eccedente rispetto a quella originaria di 10,2 mc. In accoglimento del ricorso, l’impugnata sentenza va pertanto cassata con rinvio della causa, per nuovo esame, ad altra sezione della Corte d’appello di Bari che si uniformerà al richiamato principio provvedendo altresì in ordine alle spese di questo giudizio.

P.Q.M.
La Corte, accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Bari.
Così deciso in Roma, il 5 novembre 2009.
Depositato in Cancelleria il 2 marzo 2010