La domanda è in parte inammissibile, e, in parte, infondata.
La domanda attorea pone a proprio fondamento la assunta nullità delle delibere indicate perché le stesse sarebbero state adottate con un procedimento formativo illegittimo; la dedotta illegittimità consisterebbe nel difetto di convocazione dell’assemblea, atteso che gli attori avrebbero ricevuto l’avviso di convocazione a mezzo posta ordinaria, in due casi, dopo il giorno in cui era stata tenuta l’assemblea (che nella occasione avrebbe adottato le delibere del 7.1.2000 e del 3.3.2000) e, nel terzo caso, lo stesso giorno in cui era stata fissata l’assemblea al cui esito era stata adottata la delibera del 17.3.2000.
Tale forma di convocazione, a dire degli attori viziata, sarebbe stata ulteriore rispetto a quella prevista dall’art. 45 del regolamento condominiale che, nella specie, sarebbe stata osservata ma dovrebbe essere considerata inadeguata e quindi illegittima.
Sulla eccezione di decadenza eccepita dal Condominio convenuto.
Il Condominio, seppur nel corso del giudizio, ha eccepito la decadenza del diritto degli attori di impugnare, essendo stata proposta la domanda oltre il termine di trenta giorni previsto dall’art. 1137 c.c.
In particolare, il condominio ha eccepito la inammissibilità della domanda perché il vizio indicato, dal quale sarebbero inficiate le impugnate delibere, comporterebbe, ove pure fosse sussistente, la annullabilità delle stesse e non già la nullità.
Si è evidenziato che le delibere del 7.1.2000 e del 17.3.2000 sarebbero state comunicate agli attori con lettere raccomandate ricevute rispettivamente il 21.1.2000 e il 24.3.2000, sicché la domanda proposta cori atto di citazione notificato il 19.5.2000 sarebbe inammissibile perché tradiva.
Rispetto a tale eccezione gli attori non hanno contestato gli elementi fattuali posti a presupposizione delle dedotte inammissibilità ma si sono limitati ad insistere sull’assunto per cui il vizio dedotto darebbero luogo alla nullità delle delibere impugnate e non all’annullabilità delle stesse.
Sul tema è utile richiamare i principi recentemente affermati dalla giurisprudenza nomofilattica.
La Corte di cassazione ha statuito che sono da ritenersi nulle le delibere prive degli elementi essenziali, quelle adottate con maggioranza inesistente, apparente o inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale; le delibere con oggetto impossibile o illecito, a volte specificandolo come oggetto contrario all’ordine pubblico, o alla morale, o al buon costume; le delibere con oggetto che non rientra nella competenza dell’assemblea; le delibere che incidono sui diritti individuali sulle cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ognuno dei condomini; le delibere comunque invalide in relazione all’oggetto (Cassazione civile, sez. un., 07 marzo 2005, n. 4806).
Nell’ambito della categoria delle delibere contrarie alla legge o al regolamento condominiale, la Corte ha affermato che sono da ritenersi annullabili quelle affette da vizi formali, in violazione di prescrizioni legali, convenzionali, regolamentari, attinenti al procedimento di convocazione o di informazione dell’assemblea; quelle genericamente affette da irregolarità nel procedimento di convocazione; le delibere viziate da eccesso di potere o da incompetenza, che invadono cioè il campo riservato all’amministratore.
In particolare, i vizi dell’oggetto come causa di nullità sono ricollegati con i confini posti in materia di condominio al metodo collegiale e al principio di maggioranza.
Secondo le Sezioni Unite "tanto la impossibilità giuridica, quanto la illiceità dell’oggetto derivano dal difetto di attribuzioni in capo all’assemblea, considerato che la prima consiste nella inidoneità degli interessi contemplati ad essere regolati dal collegio che delibera a maggioranza, ovvero a ricevere dalle delibere l’assetto stabilito in concreto, e che la seconda si identifica con la violazione delle norme imperative, alle quali l’assemblea non può derogare, ovvero con la lesione dei diritti individuali, attribuiti ai singoli dalla legge, dagli atti di acquisto e dalle convenzioni".
Di conseguenza la formula dall’art. 1137 c.c. deve interpretarsi nel senso che per "deliberazioni contrarie alla legge" s’intendono le delibere assunte dall’assemblea senza l’osservanza delle forme prestabilite dall’art. 106 (ma pur sempre nei limiti delle attribuzioni specificate dagli artt. 1120, 1121, 1129, 1132, 1135 c.c.)". Inoltre, "mentre le cause di nullità afferenti all’oggetto raffigurano le uniche cause di invalidità riconducibili alla ‘sostanza’ degli atti, alle quali l’ordinamento riconosce rilevanza" e, costituendo vizi gravi, non sono soggette a termine per l’impugnazione, sono invece "inficiate da un vizio di forma le deliberazioni quando l’assemblea decide senza l’osservanza delle forme procedimentali stabilite dalla legge per assicurare la partecipazione di tutti i condomini alla formazione della volontà collettiva per gestire le cose comuni" e, attinendo al procedimento di formazione, producono un vizio non grave che, se non fatto valere nei termini prescritti, non inficia gli atti.
Le diverse cause di invalidità sono state, quindi, ricondotte al tipo di interesse leso: interessi sostanziali inerenti all’oggetto delle delibere, per la nullità; strumentali, in quanto connessi con le regole procedimentali relative alla formazione degli atti, per l’annullabilità "Cass., Sez. un., 4806/2005 cit.).
Sono in particolare annullabili e non nulle, in quanto inficiate da un vizio di forma, le deliberazioni adottate nei casi in cui l’assemblea decida senza l’osservanza delle forme procedimentali stabilite dalla legge per assicurare la partecipazione di tutti i condomini alla formazione della volontà collettiva per gestire le cose comuni, ovvero quelle adottate con un difetto di informazione ai condomini.
Il difetto di informazione realizza cioè un vizio formale che rende la delibera annullabile ma non nulla (cfr., Cass., sez. 11, 11 maggio 2009, n. 11816).
In applicazione dei principi indicati alla fattispecie in esame, ritiene il Tribunale che dubbi non possano sussistere sulla inconfigurabilità di una nullità delle delibere impugnate, atteso che, nella specie, ciò che viene contestato dagli attori è un difetto di informazione da parte del condominio.
Al riguardo la giurisprudenza ha sostenuto che sia alla intempestiva convocazione sia alla omessa convocazione del condomino per l’assemblea consegue l’annullabilità e non già la nullità della delibera condominiale la quale, pertanto, se non impugnata nel termine di trenta giorni di cui all’art. 1137 comma 3 c.c., è valida ed efficace nei confronti di tutti i partecipanti al condominio. (Cassazione civile, sez. 11, 01 aprile 2008, n. 8449; Cassazione civile, sez. II, 11 maggio 2009, n. 10816 e, nella giurisprudenza di merito, cfr., fra le altre, Tribunale Trani, 12 gennaio 2009, n. 13; Tribunale Bari, sez. III, 30 giugno 2008, n. 1884).
Ne consegue che la domanda è sul punto inammissibile perché tardivamente proposta, essendo stata avanzata oltre il termine di trenta giorni previsto dall’art. 1137 c.c.
Sul merito della domanda.
Con riferimento alla delibera adottata il 3.3.2000, osserva il Tribunale che l’assunto attoreo muove da un presupposto specifico, nel senso che non viene contestata la circostanza che l’amministratore abbia nella occasione affisso l’avviso di convocazione della assembla nella bacheca condominiale, in ossequio a quanto previsto dall’art. 45 del regolamento condominiale, quanto, piuttosto, che tale modalità di convocazione dovrebbe considerarsi illegittima.
L’assunto è infondato.
La giurisprudenza di legittimità nella materia in questione ha posto costantemente a fondamento delle scie decisioni la regola generale secondo cui nel nostro ordinamento vige il principio della libertà della forma – sempre che il legislatore o le parti non richiedano la forma scritta per la validità del negozio o per consentirne la prova – facendo da tale principio scaturire la conseguenza che, non avendo il legislatore nulla detto nell’art. 1136 c.c., l’avviso deve considerarsi svincolato da qualsiasi forma, essendo sufficiente che il condomino venga comunque a conoscenza della convocazione.
L’art. 1136 c.c. non prescrive infatti modalità di notifica ai condomini dell’avviso di convocazione per la regolarità della relativa assemblea, e si deve ritenere che la disposizione di legge sia stata osservata allorquando risulti provato, anche a mezzo di presunzioni, che i condomini abbiano in qualunque modo avuto notizia della convocazione.
Si è così ribadito che la regolare costituzione dell’assemblea dei condomini non deve risultare soltanto da prove documentali perché, in mancanza di una specifica disposizione di legge in proposito, la verifica sulla idoneità della comunicazione per il principio del libero convincimento del giudice può dipendere da ogni diverso tipo di prova, sicché l’avvenuta conoscenza da parte dell’avente diritto a partecipare all’assemblea è stata reputata raggiunta in presenza di una convocazione disposta con il sistema dei pubblici proclami, stabilito dal regolamento.
Sempre in giurisprudenza si è avuto occasione di affermare che le modalità di comunicazione possono formare oggetto di particolari disposizioni del regolamento di condominio. Così si è statuito che, nel caso in cui il regolamento condominiale – allo scopo di garantire un sollecito svolgimento di tutte le attività concernenti i comuni interessi – autorizzi l’amministratore a considerare domiciliati a tutti gli effetti nello stabile condominiale i condomini, sicché il giudice di merito può ritenere con apprezzamento insindacabile in cassazione, che nei confronti di tutti i condomini si sia voluto con la menzionata norma del regolamento, predisporre un valido sistema convenzionale degli avvisi a loro diretti.
In applicazione dei principi in questione, pur volendo ritenere che la domanda di annullamento proposta dagli odierni attorni ed avente ad oggetto la delibera adottata il 3.3.2000 sia tempestiva (circostanza, questa, assai dubbia), la stessa deve considerarsi infondata, atteso che non è in contestazione che nell’occasione l’amministratore adottò, quale formalità di convocazione della assemblea, quella prevista dal regolamento condominiale opponibile anche agli odierni attori.
Ne discende che la domanda deve essere rigettata.
Le spese del giudizio, liquidate in dispositivo seguono la soccombenza.

P.Q.M.
Il Tribunale, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, dichiara inammissibile e comunque rigetta la domanda proposta, con atto di citazione notificato il 19.5.2000, da D. A., L. M., M. C., S. P. e Z. P. nei confronti del Condominio dello stabile posto in Bari in T. n. .
Condanna gli attori in solido al pagamento del spese del giudizio nei confronti del procuratore distrattario del condominio convenuto, che si liquidano in complessivi 2.200,00 euro di cui 80,00 euro per spese, 700,00 euro per diritti e 1.500,00 euro per onorari, oltre il rimborso forfetario per spese generali, IVA e Ca come per legge.
Così deciso in Bari il 22.1.2010
Giudice Pietro Silvestri