1. – Il Tribunale di Campobasso, con sentenza in data 2 febbraio 1996, n. 53, definendo un giudizio iniziato nel 1986, accertò che C.D., D.M.R., C.M., D.B., Z.P., M.A. e F. G., proprietari di unità abitative nello stabile condominiale sito in via (OMISSIS) per acquisto fattone dai costruttori Lu. e La.Le., avevano diritto ad ottenere, sull’area di proprietà di La.Lu. sita al piano terra del fabbricato stesso, in ragione di ciascuna unità abitativa, uno spazio utile a parcheggiare l’autoveicolo, raggiungibile dalla strada pubblica, in tal modo restando integrati gli atti di acquisizione delle unità abitative in favore degli attori; precisò che tale diritto spettava anche agli eventuali successori degli originari acquirenti; fece obbligo a La.Lu., proprietario dell’area predetta, di consentire l’uso gratuito dello spazio destinato a parcheggio a ciascuno degli attori o loro aventi causa, previa individuazione convenzionale del concreto spazio di parcheggio nell’area a piano terra del fabbricato; condannò i La., in solido tra loro, al risarcimento dei danni, che liquidò in via equitativa nella somma di L. dieci milioni in favore di ciascuno degli attori.
In sede di esecuzione della sentenza de qua, passata in cosa giudicata, il giudice, con ordinanza in data 19 luglio 2001, nel determinare ai sensi dell’art. 612 cod. proc. civ. le modalità dell’esecuzione con la individuazione dell’area destinata a parcheggio, rilevò che nella pendenza del giudizio di cognizione, con atto ai rogiti del notaio Quaranta in data 24 marzo 1994, La.Lu. aveva venduto ai coniugi D.B.S. e M.P. alcune porzioni del piano terra del fabbricato;
e, premesso che la promossa esecuzione non poteva incidere sulle posizioni di detti terzi, non vantando i ricorrenti titolo esecutivo anche nei loro confronti, ritenne che, allo stato, la sentenza era eseguibile limitatamente alle porzioni del piano terra tuttora di proprietà dell’esecutato, che tuttavia non consentivano di realizzare aree di parcheggio autonome per ciascuna abitazione di proprietà dei ricorrenti.
Il che indusse gli originali acquirenti ad agire contro i predetti coniugi, quali successori a titolo particolare nel diritto controverso, per sentirli condannare a consentire l’uso gratuito, a fine esclusivo di parcheggio, delle aree individuate e delimitate nella c.t.u. esperita in sede di esecuzione forzata e a rilasciare le predette aree, con condanna al risarcimento del danno.
2. – Con sentenza in data 8 giugno 2006, il Tribunale di Campobasso – respinta l’eccezione, formulata dai convenuti, di inefficacia o di invalidità della nota con cui in data 19 novembre 1986 venne trascritto l’atto introduttivo del giudizio definito con la sentenza n. 53 del 1996 – accolse la domanda e, per l’effetto, dichiarato il diritto degli attori, in via solidale ed indivisa, di ottenere dai convenuti l’uso gratuito a fine esclusivo di parcheggio condominiale sulle aree individuate e delimitate dalla relazione del c.t.u., fece obbligo agli stessi convenuti di consentire siffatto uso gratuito, condannandoli al rilascio delle aree ed al risarcimento del danno, nella misura di Euro 2.500,00 per ciascun attore.
3. – Pronunciando sull’appello proposto dai soccombenti nei confronti di C.S., avente causa di C.D., M. F., avente causa di D.M.R., D. B., D.G., avente causa di Z.P., F.G. e M.A. nonchè sull’appello incidentale degli appellati, la Corte di Campobasso, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria il 12 febbraio 2008, in riforma della impugnata pronuncia, ha dichiarato passata in giudicato e produttiva di effetti nei confronti degli appellanti D. B.S. e M.P., aventi causa a titolo particolare di La.Lu., la sentenza del Tribunale di Campobasso emessa in data 2 febbraio 1996, condannando gli appellanti medesimi ad eseguire le statuizioni deliberate con la predetta sentenza, esclusa quella di condanna alle spese, rimaste a carico di La.Lu.; ed ha posto a carico degli appellanti le spese del grado.
3.1. – La Corte d’appello ha affermato che la sentenza del Tribunale di Campobasso "è produttiva di effetti (fa stato) anche nei confronti dei coniugi D.B.S. e M.P., succeduti al convenuto a titolo particolare nel diritto controverso, pendente il giudizio". Questo perchè "in virtù della L. n. 765 del 1967, art. 18 l’acquisto di unità abitativa ricompresa in un fabbricato ricadente nella disciplina urbanistico-edilizia della suddetta legge comporta contestualmente ed ipso iure l’acquisto gratuito ad uso di parcheggio dell’area destinata a tale funzione, con la conseguenza che l’eventuale alienazione della proprietà piena dell’area destinata a parcheggio degrada ad alienazione della nuda proprietà, giacchè, essendo intangibile e rispondendo ad esigenze di rango pubblicistico, il diritto di parcheggio non tollera pattuizioni derogatorie o compromissioni di sorta", di talchè "i rogiti notarili stipulati dagli attori-appellati devono intendersi integrati, nel loro ordito negoziale, ex artt. 1339 e 1374 cod. civ., dalla clausola attributiva, ope legis, a ciascun acquirente del diritto di parcheggio".
La Corte territoriale, dopo avere ritenuto priva di rilevanza la questione, affrontata invece e risolta dal giudice di primo grado, sulla validità della nota di trascrizione concernente la domanda giudiziale, "siccome preceduta dalla trascrizione dei rogiti notarili, in ordine della quale nulla è stato eccepito", ha altresì rilevato che "il giudicato esterno vanifica tutti gli altri motivi del gravame nonchè l’appello incidentale, non potendo essere liquidati danni d’importo maggiore della liquidazione operata con la sentenza già passata in giudicato".
4. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello D. B.S. e M.P. hanno proposto ricorso, con atto notificato il 17 marzo 2008, sulla base di cinque motivi.
Hanno resistito, con controricorso, C.S., M. F., D.B., D.G., F. G., M.A. e C.M., i quali, a loro volta, hanno interposto ricorso incidentale, affidato a tre quesiti.
Il D.B.S. e la M.P. hanno resistito, con controricorso, al ricorso incidentale.
Entrambe le parti, in prossimità dell’udienza, hanno depositato memorie illustrative.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. – Preliminarmente, il ricorso principale ed il ricorso incidentale devono essere riuniti, a norma dell’art. 335 cod. proc. civ., essendo entrambe le impugnazioni riferite alla stessa pronuncia.
2. – Con il primo mezzo, i ricorrenti in via principale deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., art. 100 c.p.c. e art. 99 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4.
Premettono i ricorrenti che la Corte d’appello ha fatto propria la qualificazione, operata dal giudice di primo grado, dell’azione proposta dagli attori come di mero accertamento dell’ambito di estensione soggettiva del giudicato ed ha condannato i convenuti ad adempiere alle statuizioni tutte contenute nella sentenza passata in giudicato, mentre ha riformato la sentenza impugnata nella parte in cui aveva accolto la domanda di condanna dei terzi aventi causa dal convenuto soccombente a risarcire il danno subito dagli attori.
I ricorrenti denunciano che, al di fuori di un interesse concreto ed attuale degli attori, si sarebbe ritenuta la astratta ammissibilità, in un ordinario giudizio di cognizione, di un’azione di mero accertamento dell’ambito di estensione soggettiva di un giudicato, con conseguente reiterazione del comando contenuto nel giudicato. E ricordano che secondo la giurisprudenza l’interpretazione del giudicato non può costituire l’unico ed esclusivo petitum di un’autonoma azione giudiziaria di mero accertamento, anche per carenza di interesse.
Inoltre, una volta ritenuta la concreta opponibilità della sentenza, passata in giudicato, al terzo avente causa dal convenuto soccombente, tutte le altre domande, già coperte dal giudicato, riproposte dalla parte, avrebbero dovuto essere dichiarate inammissibili, perchè precluse dal giudicato.
La sentenza impugnata, nella parte in cui ha ritenuto di poter reiterare ex novo le statuizioni di condanna già contenute nella sentenza passata in giudicato, sarebbe, oltre che inutiliter data, nulla per violazione del principio della immutabilità della cosa giudicata.
Il motivo si conclude con il seguente principio di diritto: "E’ inammissibile l’azione di mero accertamento dell’ambito di estensione soggettiva di un giudicato, per violazione dell’art. 2909 cod. civ. e art. 100 c.p.c., ed è precluso al giudice, che ritenga la sentenza, passata in giudicato, opponibile al terzo avente causa dal convenuto soccombente, la ripetizione di statuizioni già contenute nel giudicato. E’ nulla la sentenza che, in difetto di domanda, condanni il convenuto a risarcire danni contenuti in un capo di altra sentenza, passata in giudicato, allo stesso non opponibile".
Il secondo mezzo del ricorso principale (violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 cod. civ., art. 111 cod. proc. civ., art. 2652 cod. civ., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5) rileva che, nella fattispecie, l’azione promossa in giudizio, nei confronti della parte venditrice, era di carattere personale e non reale; che gli attori agivano in giudizio nella loro veste di parti di contratti di cui si assumeva la nullità e di cui si chiedeva l’integrazione, disposta da norma imperativa, dell’oggetto di essi, mediante pronuncia costitutiva della servitù, e che i convenuti, a loro volta, erano legittimati passivi, in quel giudizio, in quanto parti di quei contratti, sicchè il rapporto giuridico in contestazione era quello di natura personale, derivante dall’essere parti dei contratti impugnati. Si assume pertanto che l’alienazione del diritto di proprietà sul bene, sul quale si assumeva dovesse gravare la servitù di passaggio, durante la pendenza del processo, non poteva determinare la successione del terzo acquirente nel diritto controverso. Di qui l’erroneità radicale della pronuncia nella parte in cui ha escluso la rilevanza, nella fattispecie, della trascrizione della domanda giudiziale degli attori. Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto: "Il conflitto tra il terzo avente causa dal convenuto soccombente e l’attore che ha ragione, in azioni di carattere personale, è risolto dalle norme dell’art. 2652 cod. civ., in base alla priorità della trascrizione della domanda giudiziale, rispetto alla trascrizione dell’acquisto del terzo, e non in base alle norme dell’art. 2909 cod. civ. che si applicano solo all’avente causa dal convenuto soccombente che abbia acquistato, dopo il passaggio in giudicato della sentenza, un diritto oggettivamente identico a quello oggetto del processo. In una fattispecie in cui il conflitto tra l’attore vittorioso e l’avente causa dal convenuto soccombente è da risolvere facendo applicazione dell’art. 2652 cod. civ., dica la Corte se la invalidità della nota di trascrizione della domanda giudiziale, prodotta in atti dai convenuti, attuali ricorrenti, sia decisiva in quanto dimostra un fatto che, di per sè, era idoneo a determinare, nel merito, una soluzione della controversia opposta a quella accolta dal giudice".
Con il terzo motivo del ricorso principale si prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 111 cod. proc. civ. e art. 2653 c.c., n. 1, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, ex art. 360 c.p.c., n. 5. Secondo i ricorrenti, in caso di successione a titolo particolare nel diritto controverso, l’avente causa non è soggetto alla efficacia diretta della sentenza se ha trascritto il suo acquisto prima della trascrizione della sentenza, ai sensi dell’art. 111 c.p.c., comma 4 e dell’art. 2653 c.c., n. 1.
La sentenza impugnata incorrerebbe nel vizio di omessa motivazione, avendo il giudice ritenuto la fattispecie assoggettabile alla disciplina dell’art. 111 c.p.c. ed avendo ritenuto irrilevante l’esame della questione in ordine alla trascrizione della domanda giudiziale dell’attore, senza pronunciare in ordine alla eccepita nullità di essa per assoluta indeterminatezza, rilevabile dalla relativa nota, di qualsivoglia indicazione in ordine al bene immobile al quale la domanda giudiziale si riferisce. La sentenza sarebbe affetta altresì da contraddittorietà, perchè la Corte d’appello ha dichiarato, nel dispositivo, di voler riformare la sentenza del giudice di primo grado che di quella disciplina aveva fatto applicazione, mentre, in motivazione, ha ritenuto che si tratti di successione a titolo particolare nel diritto controverso. Ad avviso dei ricorrenti, ci si troverebbe di fronte ad una motivazione apparente, che non consente all’interprete di rendersi conto delle ragioni della decisione.
Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2643 e 2644 cod. civ., dell’art. 2650 cod. civ., dell’art. 2652 cod. civ., dell’art. 111 cod. proc. civ. e dell’art. 2653 c.c., n. 1, nonchè omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia. Esso si conclude con il seguente principio di diritto:
"Il conflitto tra l’attore vittorioso e il terzo avente causa dal convenuto soccombente è risolto sulla base della priorità della trascrizione della domanda giudiziale, agli effetti di cui agli artt. 2652 e 2653 c.c.". Il vizio di motivazione sarebbe configurabile perchè il giudice d’appello, nel dirimere il conflitto tra l’attore ed il terzo avente causa dal convenuto soccombente, in fattispecie in cui la domanda deve essere trascritta, avrebbe ritenuto irrilevante la trascrizione della domanda giudiziale, omettendo di pronunciare sulla dedotta questione di invalidità della relativa nota di trascrizione, per radicale difetto di indicazione del bene sul quale la domanda era destinata a gravare.
Il quinto mezzo – sviluppando quanto già in parte prospettato con il primo motivo – denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 111 c.p.c. e, per altro verso, dell’art. 2909 c.c., nella parte in cui la Corte d’appello ha condannato gli appellanti ad eseguire le statuizioni deliberate con la sentenza passata in giudicato, esclusa quella di condanna alle spese. Il principio di diritto che i ricorrenti instano perchè sia affermato è che "il diritto controverso ed il diritto trasferito debbono coincidere perchè si abbia successione a titolo particolare nel diritto controverso:
ragion per cui non si ha successione dell’acquirente di un bene, in forza di contratti di vendita, in pretese di natura risarcitoria, ex art. 2043 cod. civ., contro il suo autore".
3. – L’eccezione di inammissibilità dei motivi del ricorso principale – sollevata nel controricorso sul rilievo che gli stessi si concludono con la formulazione, anzichè di quesiti di diritto, di principi di diritto – è infondata, giacchè, al di là del nomen "principio" anzichè "quesito", tutti i motivi si concludono con l’enunciazione di una regula. iuris diversa da quella posta a base del provvedimento impugnato e, perciò, tale da implicare un ribaltamento della decisione assunta dal giudice di merito: e tanto basta a ritenere rispettata la prescrizione dettata dall’art. 366 bis cod. proc. civ..
4. – Passando all’esame del merito delle censure, è infondata la doglianza, articolata con il primo motivo, là dove ci si duole che la Corte d’appello non abbia dichiarato inammissibile per difetto di interesse la domanda azionata dagli attori.
Risulta infatti dallo stesso svolgimento del processo che C. D. e gli altri acquirenti degli appartamenti dello stabile di via (OMISSIS) hanno promosso un’azione diretta ad accertare e dichiarare l’obbligo dei convenuti – che avevano proceduto all’acquisto in data posteriore dal comune dante causa di aree destinate al rispetto del vincolo pubblicistico imposto dalla L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 41 sexies, aggiunto dalla L. 6 agosto 1967, n. 765, art. 18 – a consentire l’uso gratuito, a fine esclusivo di parcheggio, delle aree stesse, con conseguente condanna al rilascio del bene e al risarcimento del danno per la mancata ottemperanza alla diffida.
Questa azione è stata promossa dopo che, nel corso del procedimento, ai sensi dell’art. 612 cod. proc. civ., per l’esecuzione forzata degli obblighi di fare contenuti nella sentenza n. 53 del 1996 del Tribunale di Campobasso, il giudice dell’esecuzione, con ordinanza in data 19 luglio 2001, aveva ritenuto la predetta sentenza azionabile limitatamente alle porzioni del piano terra rimaste in proprietà di La.Lu., escludendo che la stessa potesse costituire titolo nei confronti dei terzi proprietari che si erano resi acquirenti della restante porzione dell’area medesima nella pendenza del giudizio di cognizione sfociato nella predetta sentenza.
E’ evidente, pertanto, che gli attori non si sono limitati a proporre una domanda astratta di mero accertamento diretta ad interpretare il precedente giudicato e a fissare il significato di statuizioni ivi consacrate, ma si sono indotti ad agire per il riconoscimento del loro diritto d’uso nei confronti dei terzi ai quali l’originario costruttore aveva alienato le medesime aree destinate a parcheggio, in presenza di un’incertezza attuale ed obiettiva – acclarata dalla stessa ordinanza del giudice dell’esecuzione, adito ai sensi dell’art. 612 cod. proc. civ. – sui soggetti tenuti, in base al titolo, al rispetto del vincolo di destinazione.
Fondata è, invece, nei termini di seguito precisata, la doglianza – articolata con il quinto e in parte anticipata con il primo motivo – che addebita alla sentenza d’appello di avere condannato i convenuti a risarcire danni che la sentenza, passata in giudicato, del Tribunale di Campobasso aveva posto a carico dei La. per non avere costoro messo a disposizione degli attori i posti auto, Invero, l’acquisto, in pendenza del giudizio, da parte dei coniugi D.B.S. e M.P., di porzione dell’area gravata dal vincolo pubblicistico di destinazione a parcheggio in favore delle nuove costruzioni, non può comportare la loro successione da lato passivo in obbligazioni di carattere risarcitorio che la sentenza passata in giudicato ha posto a carico dei venditori, per effetto di comportamenti posti in essere esclusivamente da costoro nei confronti degli acquirenti degli appartamenti titolari del diritto d’uso. La Corte d’appello avrebbe potuto, così come in realtà aveva fatto il primo giudice, addebitare ai predetti coniugi esclusivamente la responsabilità derivante dal comportamento, da loro posto in essere, di inottemperanza alla diffida, valutandone le conseguenze sul piano risarcitorio.
Il secondo, il terzo ed il quarto motivo – i quali possono essere esaminati congiuntamente, data la loro stretta connessione – sono infondati.
La L. n. 1150 del 1942, art. 41 sexies, nel testo introdotto dalla L. n. 765 del 1967, art. 18, nel prescrivere che nelle nuove costruzioni e anche nelle aree di pertinenza delle costruzioni stesse devono essere riservati appositi spazi per parcheggi in misura non inferiore ad un metro quadrato per ogni venti metri cubi di costruzione, è norma imperativa inderogabile, come tale qualificata dall’interesse pubblicistico tutelato, e non opera soltanto nel rapporto tra l’autorità competente in materia edilizia e il costruttore o proprietario dell’edificio, ma incide anche nei rapporti di diritto privato inerenti agli spazi destinati a parcheggio, imponendo la permanente destinazione di essi all’uso esclusivo delle persone che stabilmente occupano l’edificio o ad asso abitualmente accedono. Il vincolo inderogabile che dalla norma è posto alla libera negoziabilità delle aree di parcheggio non si esaurisce, perciò, nel rapporto pubblicistico, ove esso soltanto si perfeziona, ma continua ad operare nella successiva fase dinamica dei rapporti privatistici d’uso e di scambio, in cui l’attività negoziale concorre, essa stessa, alla realizzazione dello scopo pratico della norma, ma, se diviene mezzo di elusione del precetto imperativo, incorre nella sanzione della nullità. Il vincolo in questione deve essere inquadrato nella categoria delle limitazioni legali della proprietà privata per scopi di pubblico interesse; come limitazione legale della proprietà, il vincolo medesimo si inserisce ope legis nel contenuto del contratto di compravendita dell’area ad esso soggetta e può essere fatto valere con la assolutezza tipica del diritto reale nei confronti dei terzi che ne contestino l’esistenza o l’efficacia (Cass., Sez. Un., 18 luglio 1989, n. 3363, e successiva giurisprudenza conforme).
Di qui il principio di diritto, costante nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui il vincolo a parcheggio stabilito dalla richiamata disposizione, costituendo, appunto, un limite legale della proprietà privata per scopo di pubblico interesse, si trasferisce con essa senza bisogno di trascrizione, al pari di ogni altra limitazione legale della proprietà, con la conseguenza che la domanda volta all’accertamento del diritto d’uso derivante da quel vincolo, ancorchè fondata sulla nullità delle clausole negoziali apposte in violazione del vincolo stesso, non è soggetta a trascrizione ai sensi dell’art. 2652 c.c., comma 1, n. 6, (Cass., Sez. 2, 14 novembre 2000, n. 14731; Cass., Sez. 2, 20 ottobre 2003, n. 15670; Cass., Sez. 3, 6 settembre 2007, n. 18691).
Correttamente, pertanto, la Corte di merito, ai fini dell’opponibilità, nei confronti del D.B.S. e della M.P., dei diritti dei proprietari degli appartamenti del complesso edilizio, ha ritenuto irrilevante lo scrutinio se la loro domanda giudiziale rivolta ad ottenere il riconoscimento del diritto d’uso dei parcheggi fosse stata validamente trascritta prima della trascrizione del contratto con cui La.Lu., nella pendenza del giudizio, aveva trasferito ai predetti D.B.S. e M.P. una porzione del sedime dell’immobile già destinato, ope legis, a tale utilizzazione in favore dei proprietari delle unità abitative dello stabile condominiale in virtù di acquisto anteriormente trascritto.
Non è pertinente il richiamo effettuato dalla difesa dei ricorrenti a Cass., Sez. Un., 12 giugno 2006, n. 13523, la quale, componendo un contrasto di giurisprudenza, si è occupata della diversa questione se sia soggetta a trascrizione la domanda diretta a denunziare la violazione della distanza legale da parte del proprietario del fondo vicino e ad ottenere l’arretramento della sua costruzione: quesito al quale le Sezioni Unite hanno dato risposta affermativa, sul rilievo che la predetta azione, tendendo a salvaguardare il diritto di proprietà dell’attore dalla costituzione di una servitù di contenuto contrario al limite violato e ad impedirne tanto l’esercizio attuale quanto il suo acquisto per usucapione, ha natura di actio negatoria servitutis, soggetta a trascrizione sia ai sensi dell’art. 2653 c.c., n. 1, applicabile anche alle domande dirette all’accertamento negativo dell’esistenza di diritti reali di godimento, sia del successivo n. 5, che dichiara trascrivibili le domande che interrompono il corso dell’usucapione su beni immobili.
5. – Il ricorso incidentale si articola in due profili. Il primo, relativo ai risarcimenti, si conclude con i seguenti quesiti di diritto: "i condomini, danneggiati dall’impedito uso dello spazio destinato al parcheggio, hanno diritto al risarcimento del danno per l’intera durata dell’impedimento?"; "costituisce o meno uso distorto del processo civile l’utilizzazione dello stesso esclusivamente a fini dilatori per realizzare un lucro, con detrimento degli altrui diritti ed in violazione del vincolo pubblicistico posto nell’interesse della viabilità urbana?". Il secondo, relativo alle spese, è affidato seguente quesito: "allorquando la sentenza di appello, pur riformando la sentenza di primo grado, nulla dispone in ordine alla condanna alle spese contenuta in quel giudizio, si intende confermata tale condanna?".
I motivi che sostanziano il ricorso incidentale sono inammissibili.
Essi infatti, in violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., n. 4, non indicano in alcun modo le norme di diritto o i principi ai quali i ricorrenti in via incidentale intendono riferirsi e che sarebbero stati violati nè le ragioni per i quali si chiede la cassazione, In parte qua, della decisione impugnata, finendo con il risolversi in una critica apodittica della sentenza della Corte d’appello. Sicchè, gli stessi quesiti di diritto con cui si concludono i motivi consistono in una astratta enunciazione di richieste e di domande di merito, conte se il ricorso per cassazione introducesse un terzo grado di giudizio, anzichè un giudizio di legittimità a critica vincolata.
6. – Del ricorso principale sono rigettati il secondo, il terzo ed il quarto motivo, mentre sono accolti, nei limiti e nei termini di cui in motivazione, sotto l’esclusivo aspetto del risarcimento del danno, il primo ed il quinto mezzo.
Il ricorso incidentale è rigettato.
Nei limiti dell’accoglimento della censura accolta la sentenza impugnata è cassata e la causa rinviata alla Corte d’appello di Campobasso, che la deciderà in diversa composizione.
Il giudice del rinvio provvedere anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.
La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta il secondo, il terzo ed il quarto motivo dal ricorso principale, mentre accoglie, per quanto di ragione, il primo ed il quinto motivo; rigetta il ricorso incidentale; cassa, in relazione alla censura accolta, la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, alla Corte d’appello di Campobasso, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte Suprema di Cassazione, il 15 maggio 2009.
Depositato in Cancelleria il 5 ottobre 2009