1. – Con decreto pubblicato in data 15 aprile 2003, la Corte d’appello di Roma – pronunciando sulla domanda di equa riparazione proposta da C.R. per il ritardo ingiustificabile con cui era stata resa giustizia al padre, P.A., il quale, con ricorso alla sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte dei conti, aveva chiesto il riconoscimento di una pensione privilegiata militare, giudizio conclusosi con sentenza di accoglimento del 23 gennaio 2002, dopo che il 9 agosto 2001 il P. era deceduto – respingeva la domanda attrice, compensando tra le parti le spese.
Per quanto qui rileva, la Corte territoriale rilevava che il danno non patrimoniale per l’incertezza e per l’ansia circa l’esito del giudizio non era stato subito dalla ricorrente,, la quale, al più, ara stata parte del giudizio solo dalla morte dal suo dante causa, e perciò per un periodo di tempo assolutamente insufficiente a determinare stress o patema d’animo. Precisava, inoltre, che la C. non aveva dedotto di agire iure successionis, sicchè doveva ritenersi che la domanda fosse stata proposta iure proprio, non potendo il giudice qualificarla diversamente, stante il divieto posto dall’art. 112 cod. proc. civ..
2. – Avverso il decreto della Corte capitolina, con atto notificato il 24 febbraio 2004 C.R. ha interposto ricorso per Cassazione, affidato a due motivi di censura, al quale ha resistito, con controricorso, la Presidenza del Consiglio dei ministri.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. – Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 115 cod. proc. civ., nonchè omessa o illogica motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalla parte, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, numeri 3 e 5), la ricorrenti si duole che il decreto impugnato abbia erroneamente qualificato ed interpretato la domanda, avendo ritenuto che la C. non avrebbe subito alcun danno, per essere stata la sua partecipazione al processo pensionistico di breve durata, e per avere essa agito iure proprio. Contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, essa ricorrente non avrebbe mai partecipato al giudizio svoltosi dinanzi alla Corte dei conti, ma avrebbe agito esclusivamente iure successionis nella sua qualità di erede di P.A., facendo dichiaratamente valere, come unica erede, un diritto, quello di conseguire il ristoro del pregiudizio subito per la durata irragionevole del processo pensionistico, che risultava acquisito al patrimonio del de cuius.
La circostanza dell’avere esercitato il diritto all’equa riparazione nella esclusiva qualità di erede del P. emergerebbe dall’epigrafe e dal testo del ricorso introduttivo alla Corte d’appello di Perugia e del ricorso in riassunzione dinanzi alla Corte d’appello di Roma.
La Corte d’appello di Roma avrebbe omesso di accertare e di valutare il contenuto sostanziale della pretesa, agevolmente desumibile dal tenore letterale degli atti.
2. – Con il secondo mezzo (violazione e falsa applicazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, artt. 2, 3 e 6, nonchè omessa od insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, numeri 3 e 5), ci si duole che la Corte territoriale abbia negato alla C. il diritto ad ottenere l’equa riparazione sull’erroneo assunto che la ricorrente non sarebbe stata parte del giudizio pensionistico tenutosi presso la Corte dei conti se non per un breve periodo, laddove l’istante ha agito soltanto nella qualità di avente causa del Pazienza, in quanto al patrimonio del de cuius era stato acquisito il diritto di ottenere l’equa riparazione, per essere entrata in vigore la "Legge Pinto" nell’aprile del 2001, prima che il dante causa morisse (essendo il relativo decesso avvenuto il 9 agosto 2001).
Il P. – si afferma conclusivamente – è deceduto dopo l’entrata in vigore della legge costitutiva del diritto all’equa riparazione, sicchè questi aveva acquisito la relativa posizione soggettiva nella cui titolarità, al momento della morte, era subentrata l’unica erede testamentaria, C.R., la quale, dopo che il dante causa aveva adito il giudice internazionale denunciando la violazione del termine ragionevole di durata del processo, aveva potuto azionare il relativo diritto iure successionis, rivolgendosi al giudice italiano, secondo la facoltà stabilita dalla L. n. 89 del 2001, art. 6, che ha permesso a coloro che avessero già inoltrato ricorso alla Corte europea di presentare domanda di cui all’art. 3 della stessa legge qualora, come nella fattispecie, non fosso intervenuta una pronuncia sulla ricevibilità dall’istanza internazionale.
3. – Il primo motivo è fondato.
L’interpretazione che il decreto della Corte capitolina ha dato della domanda di equa riparazione proposta da C.R. non tiene conto nè della formulazione testuale nè del contenuto sostanziale dell’atto introduttivo, ed incorre pertanto nella denunciato vizio di motivazione.
Sia dal ricorso in riassunzione (ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 6)alla Corte d’appello di Perugia, sia – dopo la declinatoria di competenza territoriale – dal ricorso in riassunzione (ai sensi dell’art. 50 cod. proc. civ.) alla Corte d’appello di Roma, emerge che C. ha agito "nella qualità di unica erede di P.A." (così nell’epigrafe e nelle conclusioni), avendo essa precisato di voler "subentrare nella posizione creditoria di cui era titolare il dante causa", e di pretendere, "in qualità di unica erede testamentaria di P.A.", la liquidazione del danno nella misura richiesta e la corresponsione del relativo risarcimento (così nei motivi del ricorso).
A fronte di tali risultanze documentali, il decreto della Corte d’appello di Roma – che addebita alla C. di non avere dedotto di agire iure successionis, traendone la conseguenza che la domanda di equa riparazione sarebbe stata proposta iure proprio – non si sottrae alla censura sotto il profilo della correttezza della motivazione.
4. – Il secondo motivo e anch’esso fondato.
Chi ha subito un danno non patrimoniale per effetto della violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo, di cui all’art. 6, paragrafo 1, ha diritto a vedersi riconosciuta un’equa riparazione.
Il diritto a conseguire la corresponsione di questo indennizzo è trasmissibile ai successori a titolo universale, i quali sono legittimati iure hereditatis a proporre la relativa domanda per reclamare quanto, a titolo di danno non patrimoniale, sarebbe spettato al loro dante causa, parte nel processo presupposto.
Questa conclusione non solo è conforme all’orientamento di questa Corte, che, con riferimento all’illecito aquiliano, riconosce la trasmissibilità iure hereditatis del diritto al risarcimento del danno morale (Sez. 3^, 14 luglio 2004, n. 13066; Sez. 3^, 25 febbraio 1997, n. 1704); ma è anche in linea con il principio, recentemente espresso a Sezioni Unite (sentenza 23 dicembre 2005, n. 28507), secondo cui il diritto all’equa riparazione del pregiudizio derivato dalla non ragionevole durata del processo verificatosi prima dell’entrata in vigore della L. n. 89 del 2001 va riconosciuto dal giudice nazionale anche in favore degli eredi della parte che abbia introdotto, prima di tale data, il giudizio del quale si lamenta la non ragionevole durata (con il solo limite – nella specie non rilevante – che la domanda di equa riparazione non sia stata già proposta alla Corte di Strasburgo e che questa si sia già pronunciata sulla sua ricevibilità).
5. – Per effetto dell’accoglimento del ricorso, il decreto impugnato deve essere cassato e la causa va rinviata, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma, che la deciderà in diversa composizione.
 
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 9 maggio 2006.
Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2006