D.C.M. adiva la Corte d’Appello di Napoli, allo scopo di ottenere l’equa riparazione ex L. n. 89 del 2001 in riferimento al giudizio promosso innanzi al Tar per la Campania con ricorso del giugno 1998, avente ad oggetto il riconoscimento e la liquidazione del contributo economico previsto dalla L.R. Campania n. 11 del 1984, in favore delle famiglie che provvedono direttamente all’assistenza di soggetti non autosufficienti portatori di handicaps psico-fisici, non ancora definito alla data di presentazione del ricorso ai sensi della L. n. 89 del 2001.
Nel giudizio si costituiva la Presidenza del Consiglio dei Ministri, chiedendo il rigetto della domanda.
La Corte d’appello di Napoli, con decreto depositato il 29.7.04, osservava che il giudizio presupposto, in primo grado, non era stato ancora definito individuando in tre anni il tempo entro il quale avrebbe dovuto esserlo, perchè fosse esclusa la violazione denunciata. Tuttavia, la Corte territoriale affermava, richiamando un orientamento di questa Corte, che soltanto con la proposizione della cd. "istanza di prelievo" il decorrere del tempo diventa esclusivo parametro di valutazione del comportamento dell’organo di giustizia, ai fini dello scrutinio della ragionevolezza della durata del processo e, conseguentemente, considerava ai fini del calcolo della durata del giudizio soltanto quella successiva al 24.5.00, data del deposito di detta istanza. La Corte liquidava a titolo di equa riparazione per il danno non patrimoniale, in riferimento a detta durata (un anno), la somma di Euro 550,00, con condanna della resistente alle spese del procedimento, attribuite al procuratore antistatario.
Per la cassazione di questo decreto ha proposto ricorso la D. C., affidato ad otto motivi, "nonchè l’avvocato Alfonso Luigi Marra in proprio quale antistatario delle spese liquidate"; ha resistito con controricorso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1.- La ricorrente, con il primo motivo, denuncia erronea e falsa applicazione di legge, in riferimento alla L. n. 89 del 2001, art. 2, e L. n. 1034 del 1971, art. 23, nonchè insufficiente e incongrua motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5; peraltro, è indicato anche l’art. 112 c.p.c.) nella parte in cui il decreto ha ritenuto che, al fine del calcolo della durata del giudizio, non debba tenersi conto del tempo maturato anteriormente al deposito della cd. istanza di prelievo, la cui presentazione è invece, a suo avviso, ex se sintomatica di un ritardo ascrivibile ad una disfunzione dell’apparato giudiziario, occorrendo avere riguardo esclusivamente all’istanza di fissazione dell’udienza ex L. n. 1034 del 1971, art. 23. L’istanza di prelievo non è prevista da alcuna norma e l’obbligo del Giudice amministrativo di decidere il ricorso sorge con il deposito della domanda ex art. 23, cit., sicchè erroneamente la Corte territoriale non ha tenuto conto della durata del giudizio maturata anteriormente al deposito della succitata istanza.
Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia erronea e falsa applicazione di legge, in riferimento alla L. n. 89 del 2001, art. 2 e art. 6, p. 1 della CEDU ("violazione art. 360 c.p.c., n. 3 e 5"), in quanto la Corte territoriale: a) in contrasto con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha erroneamente tenuto conto soltanto della durata del giudizio eccedente quella ritenuta ragionevole, anzichè valutare la sua complessiva durata; b) ha erroneamente fissato in tre anni il termine di ragionevole durata del processo in primo grado, senza considerare che detto termine, a suo avviso, va individuato per i processi civili ordinari in due anni per il primo grado, un anno e mezzo per il secondo ed un anno per il grado di legittimità, mentre per le cause di lavoro e previdenziali – cui sarebbe sostanzialmente riconducibile la controversia in esame -, tenuto conto dei termini stabiliti dal codice di rito, dovrebbe ritenersi superato, per il primo grado, qualora il giudizio non sia stato definito dopo sei mesi dal deposito del ricorso introduttivo, ed a questo termine dovrebbe farsi riferimento anche per il giudizio amministrativo, strutturato in modo da essere svolto anche in un termine più breve di quello civile.
con il terzo motivo, la ricorrente denuncia erronea e falsa applicazione di legge, in riferimento alla L. n. 89 del 2001, art. 2, artt. 1 e 6, p. 1 della CEDU (art. 360 c.p.c., n. 3), deducendo che la somma liquidata (Euro 550,00) è esigua e la Corte territoriale avrebbe malamente disatteso il parametro che la Corte europea dei diritti dell’uomo, con principio vincolante per il Giudice nazionale, ha fissato in quello compreso tra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 per ciascun anno di durata della causa.
La ricorrente, con il quarto motivo, denuncia "errata, insufficiente e contraddittoria interpretazione data dalla Corte d’appello della sentenza Mennitto c/Italia (violazione art. 360 c.p.c., n. 3 e 5, L. n. 89 del 2001, art. 2, art. 6, p. 1, contrasto con giurisprudenza Corte E.D.U. e Cassazione)" lamentando che la Corte territoriale: a) ha erroneamente individuato la durata irragionevole, avendo riguardo all’istanza di prelievo; b) ha inesattamente interpretato la succitata sentenza del Giudice europeo, ritenendo che il parametro per la liquidazione sia stato fissato in L. 1.100.000 per ogni anno, e soltanto per quelli eccedenti la durata ragionevole; e) non ha considerato che la sentenza del Giudice europeo può anche essere, in parte superata, e che comunque il termine ragionevole di durata va, a suo avviso, fissato in sei mesi per il primo grado; d) non ha tenuto conto che per il danno non patrimoniale va liquidata una somma media di Euro 1.500,00 per anno, con riferimento all’intera durata del processo.
Con il quinto motivo, la ricorrente denuncia "erronea e falsa applicazione di legge, art. 360 c.p.c., n. 3 e violazione art. 6 p. 1" della CEDU, nonchè "contrasti con la normativa e giurisprudenza europea" e "motivazione incongrua e contrastante con gli indirizzi giurisprudenziali comunitari, art. 360 c.p.c., n. 5, art. 132 c.p.c., art. 112 c.p.c.", deducendo che il Giudice nazionale è vincolato dai principi enunciati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, in particolare da quelli contenuti "in alcune recenti sentenze tutte del 10.11.2004" e, quindi: a) deve ritenere che il danno non patrimoniale sussista sempre, una volta accertata la irragionevole durata del giudizio; b) deve liquidare il danno avendo riguardo all’intera durata del giudizio e non solo alla parte eccedente il termine ragionevole; c) deve liquidare, a titolo di danno non patrimoniale, la somma di Euro 1.500,00 per ogni anno di durata del giudizio; d) deve individuare il termine medio di durata del giudizio in materia di lavoro in quello di due anni per il primo grado, un anno e mezzo per il secondo grado ed un anno per il grado di legittimità e, in relazione alla causa de qua, in sei mesi per il primo grado; e) deve liquidare, a titolo di danno non patrimoniale, la somma di Euro 1.500,00 per ciascun anno di durata del giudizio, oltre "Euro 2.000,00, trattandosi di causa previdenziale".
La ricorrente, con il sesto motivo, denuncia "violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e 5, L. n. 89 del 2001, art. 2, art. 6, par. 1 CEDU, contrasto con la giurisprudenza della Corte E.D.U. e della Cassazione. Violazione e falsa applicazione della normativa in materie di tariffe professionali. Violazione art. 1 prot. add. conv.
europea", in riferimento alla statuizione sulle spese del giudizio, in quanto liquidate in maniera arbitraria ed in misura di gran lunga inferiore a quella stabilita dalla legge, realizzando in tal modo una sostanziale privazione del diritto dell’avvocato all’onorario, e avendo riguardo alle voci della tariffa stabilite per i procedimenti camerali, senza considerare che il procedimento ex L. n. 89 del 2001, come risulterebbe da alcune pronunce di questa Corte che richiama, ha natura sostanzialmente analoga al processo di cognizione ordinario.
Con il settimo motivo, la ricorrente denuncia "violazione e falsa applicazione di L. n. 1034 del 1971 e succ. mod. art. 360 c.p.c., n. 3 e 5", sostenendo che nel computo della durata del giudizio avrebbe dovuto farsi riferimento anche alla fase stragiudiziale relativa alla costituzione in mora della P.A., in quanto fase prodromica necessaria per l’instaurazione del giudizio innanzi al Tar.
La ricorrente, con l’ottavo ed ultimo motivo, denuncia "violazione e falsa applicazione di legge art. 6 par 1 Conv. Europea Diritti Uomo.
Violazione L. n. 89 del 2001", deducendo che le Sezioni Unite, con le sentenze n. 1338, n. 1339, n. 1340 e n. 1341 del 2004, hanno affermato che il danno non patrimoniale deve ritenersi presunto e va liquidato in una misura che deve essere rapportata a quella liquidata dal Giudice europeo in casi simili. A suo avviso, la CEDU, le sentenze della Corte europea e le norme comunitarie sono direttamente applicabili nel nostro ordinamento, sono sovraordinate rispetto alle norme nazionali e quindi vincolano il Giudice italiano ed i principi ricavabili da detto complesso di atti vanno applicati anche nel caso in esame.
2.- In linea preliminare, va rilevato che la mancanza del fascicolo d’ufficio della fase di merito, nonostante il rituale deposito da parte della ricorrente dell’istanza ex art. 369 cod. proc. civ., è irrilevante, stante la non indispensabilità del medesimo al fine della decisione (Cass., n. 10857 del 2003, in motivazione; cfr., anche Cass., n. 15996 del 2003; n. 3852 del 2002, sia pure in riferimento al caso di mancanza conseguente dall’omesso deposito dell’istanza dell’art. 369, cod. proc. civ.).
3.- Il ricorso proposto dall’avv. Alfonso Luigi Marra, in proprio, "quale antistatario delle spese liquidate", è inammissibile, perchè proposto da soggetto non legittimato.
Secondo l’orientamento di questa Corte, al quale va data continuità, la qualità di procuratore della parte nei cui confronti è stata pronunziata la sentenza impugnata non abilita il suo titolare alla proposizione dell’impugnazione in proprio, neanche quando si controverta unicamente sul punto delle spese processuali, salvo che lo stesso procuratore non ne sia dichiarato antistatario ed i motivi delle proposte censure attengano alla concessione della distrazione (Cass., n. 20321 del 2005; n. 4973 del 1993; n. 7597 del 1990).
In particolare, si tratta di una duplice condizione, non essendo sufficiente la qualità dichiarata di antistatario, per abilitare il procuratore, in proprio, al ricorso relativamente al profilo delle spese, sia che la contestazione attenga alla disposta compensazione delle medesime, sia che riguardi la loro quantificazione (Cass. n. 20321 del 2005; n. 4973 del 1993, n. 5695 del 1985; cfr. anche Cass., n. 11370 del 2004). In entrambe queste ultime ipotesi, nonostante siffatta dichiarazione, la questione concerne sempre l’esclusivo interesse della parte rappresentata, la quale rimane, per tale ragione, essa sola legittimata a proporre impugnazione sul punto avverso la sentenza che non disconosca il diritto alla distrazione, richiedendosi che detta qualità sia fatta valere per l’esclusivo fine di tutela dell’autonomo diritto del procuratore di ottenere la distrazione delle spese processuali anticipate per il cliente (Cass. n. 4973 del 1993; n. 1580 del 1986). Il difensore che ha chiesto la distrazione diviene, quindi, parte del giudizio solo nel caso in cui sorga controversia sul provvedimento che ha disposto la distrazione o se il Giudice a quo abbia omesso di provvedere sull’istanza (Cass., n. 20321 del 2005; n. 13290 del 2003; n. 12204 del 2003).
Nella specie, difetta, all’evidenza la seconda condizione, in quanto il ricorrente si duole non del disconoscimento di un suo diritto alla distrazione delle spese, ma dei criteri attinenti alla disciplina delle spese.
4.- Il primo, secondo, terzo, quarto, quinto ed ottavo motivo possono essere esaminati congiuntamente, sia in quanto logicamente e giuridicamente connessi sia in quanto alcune censure sono state reiterate più volte, in termini sostanzialmente ripetitivi, nei succitati mezzi.
I motivi sono soltanto in parte fondati e vanno accolti per quanto di ragione, entro i limiti di seguito precisati.
Le censure pongono le seguenti questioni: a) la prima richiede di stabilire se, nei giudizi amministrativi instaurati prima della legge n. 205 del 2000, il ritardo riferibile all’organo di giustizia e la connessa insorgenza del diritto ad equa riparazione siano configurabili soltanto dalla data del deposito della cd. istanza di prelievo; b) la seconda concerne l’individuazione del termine di ragionevole durata del processo; c) la terza riguarda l’accertamento e la liquidazione del danno non patrimoniale (conferentemente posta, tenuto conto del contenuto del decreto).
Relativamente alla questione sub a), le Sezioni Unite, con la sentenza n. 28507 del 2005, componendo un contrasto emerso nella giurisprudenza di questa Corte, hanno affermato, in adesione all’indirizzo espresso dalla Corte di Strasburgo, che "la lesione del diritto ad una ragionevole durata del processo va riscontrata, anche per le cause proposte davanti al Giudice amministrativo, con riferimento al periodo di tempo decorso dall’instaurazione del procedimento, senza che su di esso possa incidere la mancata o ritardata presentazione dell’istanza di prelievo". La sentenza ha, quindi, precisato "che la presenza di strumenti sollecitatori non sospende nè differisce il dovere dello Stato di pronunciare sulla domanda, nè implica il trasferimento sul ricorrente della responsabilità per il superamento del termine ragionevole per la definizione del giudizio, salva restando la valutazione del comportamento della parte al solo fine dell’apprezzamento dell’entità del lamentato pregiudizio".
Il decreto impugnato, in contrasto con questa interpretazione, che merita adesione e va ribadita, ha invece ritenuto che, al fine del computo del termine di ragionevole durata, possa essere preso in considerazione soltanto il tempo decorrente dal deposito della cd.
istanza di prelievo la cui mancata presentazione, in virtù del succitato principio, non può influire sul calcolo dei termini del processo, ma può costituire oggetto di valutazione nei termini sopra precisati. Il decreto, in questa parte, non è, quindi, immune dalla censura svolta con il ricorso.
In ordine alla questione sub b) occorre osservare che è erronea la tesi dell’istante nella parte in cui sostiene la possibilità di stabilire un termine di durata del giudizio rigido e predeterminato, identificato nella specie, con argomentazioni talora anche scarsamente chiare, in quello di sei mesi dal deposito del ricorso.
La nozione di ragionevole durata del processo, come questa Corte ha più volte precisato, non ha carattere assoluto, bensì relativo, e non si presta ad una determinazione in termini assoluti, poichè è condizionata da parametri fattuali strettamente legati alla singola fattispecie, che impediscono di fissarla facendo riferimento a cadenze temporali rigide. La L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2, dispone, infatti, che la ragionevole durata di un processo va verificata in concreto, facendo applicazione dei criteri stabiliti da detta norma la quale, stabilendo che il Giudice deve accertare la esistenza della violazione considerando la complessità della fattispecie, il comportamento delle parti e del Giudice del procedimento, nonchè quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o comunque a contribuire alla sua definizione, impone di avere riguardo alla specificità del caso che egli è chiamato a valutare (ex plurimis, Cass., n. 25008 del 2005; n. 21391 del 2005, n. 1094 del 2005; n. 6856 del 2004; n. 4207 del 2004).
In tal senso è orientata anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo alla quale occorre avere riguardo (tra le molte, sentenza 1^ sezione del 23 ottobre 2003, sul ricorso n. 39758/98), tenuto conto del dovere del Giudice italiano, chiamato a dare applicazione alla L. n. 89 del 2001, di interpretarla in modo conforme alla CEDU per come essa vive nella giurisprudenza della Corte europea, nei limiti in cui detta interpretazione conforme sia resa possibile dal suo testo e sempre che un eventuale contrasto tra le norme della stessa e la CEDU non ponga una questione di conformità della stessa con la Costituzione, ovvero non ne sia possibile un’interpretazione adeguatrice alla Carta fondamentale (Sez. un., n. 1338 del 2004; n. 1340 del 2004). Dall’interpretazione del Giudice europeo è, quindi, possibile discostarsi, purchè in misura ragionevole e sempre che la relativa conclusione sia confortata con argomentazioni complete, logicamente coerenti e congrue, restando comunque escluso che i criteri indicati nell’art. 2, comma 1, di detta legge permettano di sterilizzare del tutto la rilevanza del lungo protrarsi del processo (Cass., Sez. un., n. 1338 del 2004, in seguito, tra le molte, Cass., n. 18686 del 2005).
Nella specie, la constatazione che la Corte di Strasburgo ha già esaminato un caso concernente proprio un giudizio innanzi al Tar avente ad oggetto il contributo previsto dalla L.R. Campania n. 11 del 1984 impone, in virtù di detti principi, di avere riguardo alla relativa pronuncia (sentenza del 5 ottobre 2000, sul ricorso n. 33804/96), facendo quindi applicazione dei criteri stabiliti dalla L. n. 89 del 2001, art. 2. Peraltro, contrariamente alla deduzione svolta dall’istante, diretta a valorizzare al fine dell’individuazione del termine un processo ritenuto simile a quello in esame, quale quello del lavoro e di previdenza, e la rilevanza dei termini previsti dal codice di rito, va ricordato che, secondo l’orientamento di questa Corte, la violazione del principio della ragionevole durata del processo non può discendere in modo automatico dalla accertata inosservanza degli stessi, dovendo in ogni caso il Giudice della riparazione procedere a tale valutazione alla luce degli elementi previsti dalla L. n. 89 del 2001, art. 2 (Cass., 19352 del 2005; n. 6856 del 2004).
Sulla questione sub c), va ribadito l’orientamento, consolidatosi dopo gli arresti a Sezioni Unite, secondo il quale il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorchè non automatica, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di modo che va ritenuto sussistente, senza bisogno di specifica prova (diretta o presuntiva), in ragione dell’obiettivo riscontro di detta violazione, sempre che non ricorrano circostanze particolari che ne evidenzino l’assenza nel caso concreto (Cass. s.u. 26 gennaio 2004 n. 1338 e n. 1339). Una volta che questo danno non sia stato escluso, i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte europea non possono essere ignorati dal Giudice nazionale, che deve riferirsi alle liquidazioni effettuate in casi simili dalla Corte di Strasburgo, sia pure in senso sostanziale, non meramente formale, con la facoltà di apportare le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda, purchè motivate e non irragionevoli (Cass., Sez. un., n. 1340 del 2004; successivamente, per tutte, Cass., n. 1630 del 2006; n. 19205 del 2005; n. 8600 del 2005; n. 8568 del 2005). Il danno non patrimoniale deve dunque essere quantificato in concreto avendo riguardo alla natura ed alle caratteristiche di ciascuna controversia, potendo questi limiti essere anche superati – nel minimo o nel massimo – per le particolarità della fattispecie (quali: l’entità della "posta in gioco", il "numero dei tribunali che hanno esaminato il caso in tutta la durata del procedimento" ed il comportamento della parte istante; per tutte, Cass., n. 1630 del 2006; n. 1631 de 2006; n. 19029 del 2005; n. 19288 del 2005), restando escluso che le norme disciplinatrici della fattispecie permettano di riconoscere – come ha invece sostenuto l’istante – "una ulteriore somma a titolo di bonus", arbitrariamente indicata in una data entità, svincolata da qualsiasi parametro e asseritamente dovuta in considerazione dell’oggetto della controversia.
Nella specie, la considerazione che la Corte europea ha deciso un caso concernente proprio un giudizio avente ad oggetto il riconoscimento del contributo previsto dalla legge della Regione Campania n. 11 del 1984, fissando la somma dovuta a titolo di equa riparazione per il danno non patrimoniale, rende palese che a questa pronuncia deve aversi riguardo (sentenza del 5 ottobre 2000, sul ricorso n. 33804/96), peraltro puntualmente richiamata dal decreto impugnato, fermo il potere-dovere di apportare – nei limiti sopra precisati – variazioni, in diminuzione o in aumento, giustificate dalle circostanze concrete, nonchè dal tempo decorso dalla data di questa pronuncia e dai parametri successivamente stabiliti dal Giudice europeo in casi simili. Inoltre, come ha già affermato questa Corte, "l’accertamento dei casi simili e delle eque soddisfazioni del danno non patrimoniale in essi operate dalla Corte di Strasburgo, pur rientrando nei doveri d’ufficio del Giudice, può giovarsi della collaborazione delle parti, ed in particolare dell’attore, che ha interesse a fornire al giudicante ogni elemento utile alla determinazione del quantum del danno nella misura da lui chiesta, anche nelle ipotesi in cui non sia configurabile a suo carico un onere probatorio" (Cass., n. 19352 del 2005). Tanto comporta che "colui il quale si dolga della inadeguatezza del quantum rispetto alla giurisprudenza della Corte europea, ha comunque l’oneri di addurre al Giudice nazionale (…), da un lato i profili di fatto della vicenda sottoposta e dall’altro lato i casi consimili risolti dalla Corte europea con valutazioni adeguate" (Cass., n. 19638 del 2004; n. 19352 del 2005).
Infine, contrariamente a quanto sostenuto dall’istante, secondo l’orientamento espresso da questa Corte, al quale va data continuità, la precettività, per il Giudice nazionale, non concerne anche il profilo relativo al moltiplicatore di detta base di calcolo:
mentre, infatti, per la CEDU l’importo assunto a base del computo in riferimento ad un anno va moltiplicato per ogni anno di durata del procedimento (e non per ogni anno di ritardo), per il Giudice nazionale è, sul punto, vincolante la L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 3, lettera a), ai sensi del quale è influente solo il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole, non incidendo questa diversità di calcolo sulla complessiva attitudine della citata L. n. 89 del 2001 ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo (Cass., n. 8568 del 2005; n. 8852 del 2005; n. 13441 del 2005; n. 16514 del 2005).
Dall’accoglimento dei motivi esaminati entro i termini sopra precisati consegue l’assorbimento del sesto motivo, siccome concernente la pronuncia sulle spese.
5.- Il settimo motivo è infondato.
Questa Corte ha già affermato che l’ art. 6, p. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, richiamata dalla L. n. 89 del 2001, art. 2, stabilendo che ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, fa chiaro ed esclusivo riferimento all’esercizio della funzione giurisdizionale e non permette di tenere conto, come la parte vorrebbe, anche del procedimento di carattere meramente amministrativo, quantunque abbia avuto ad oggetto la stessa pretesa poi fatta valere in via giurisdizionale (Cass., n. 483 del 2004).
Inoltre, come è stato sottolineato in riferimento ad un giudizio avente natura ed oggetto diversi, ma con argomentazione che conserva piena validità nella fattispecie in esame, quando "la preventiva proposizione della domanda amministrativa costituisce (…) un presupposto dell’azione giudiziaria, ma non appartiene al processo, nè contribuisce alla definizione di questo, essendo invece preordinata a verificare la possibilità di comporre in sede amministrativa la pretesa" – ovvero, può aggiungersi è comunque pregiudiziale rispetto alla instaurazione del giudizio – la relativa fase non appartiene al processo (Cass., n. 5386 del 2004) e di essa non può quindi tenersi conto ai fini del computo della ragionevole durata del processo.
6.- In conclusione, l’accoglimento dei motivi sopra indicati – nei termini ed entro i limiti precisati – comporta la cassazione, in relazione, del decreto impugnato ed il giudizio deve proseguire in fase di rinvio, dato che, alla luce dei criteri dinanzi evidenziati, si rendono necessari ulteriori accertamenti circa i fatti influenti al fine del riscontro del superamento del termine di ragionevole durata e della sua puntuale individuazione, con i connessi riflessi sulla domanda d’indennizzo.
Il Giudice di rinvio, da designarsi nella stessa Corte d’Appello in altra composizione, procederà al riesame della causa, attenendosi ai principi sopra enunciati, provvedendo anche sulle spese di questa fase processuale.
Relativamente al ricorso proposto dall’avv. Alfonso Luigi Marra, in proprio, dichiarato inammissibile, non sussistono i presupposti per la pronuncia sulle spese di questa fase, dato che la controricorrente non ha svolto attività difensiva in riferimento a questo ricorso.

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso proposto dall’avv. Alfonso Luigi Marra, in proprio, quale antistatario, rigetta il settimo motivo, accoglie per quanto di ragione il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e l’ottavo motivo, dichiara assorbito il sesto motivo, cassa in relazione il decreto impugnato e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Napoli, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 13 marzo 2006.
Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2006