B.M. in qualità di "familiare" di C.A. proponeva ricorso alla Corte d’Appello di Napoli lamentando l’eccessiva durata del processo amministrativo presso il T.A.R. Campania in ordine alla richiesta di contributo in favore dei familiari che assistono invalidi non autosufficienti di cui allaL.R. Campania n. 11 del 1984, art. 26.
L’adita Corte territoriale rigettava il ricorso ritenendo nel caso in esame non superata la durata ragionevole del processo cui allaL. n. 89 del 2001.
Ricorre per Cassazione con cinque motivi la B.; resiste con controricorso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo si deduce violazione dellaL. n. 89 del 2001,art. 2e dellaL. n. 1034 del 1971, art. 23, e relativo difetto di motivazione, in quanto, premesso che nel caso di specie si tratta di silenzio-rifiuto e non già di un atto amministrativo sottoposto ad autotutela, la domanda di prelievo non è prevista in alcuna norma e si tratta di una prassi dettata dai tempi lunghissimi della giustizia amministrativa. Con il secondo motivo, sempre con riferimento alla violazione dellaL. n. 89 del 2001, art. 2, ed al relativo difetto di motivazione, si censura la decisione impugnata là dove fissa il termine ragionevole in questione in tre anni dal deposito dell’istanza di prelievo, tra l’altro dimenticando che il processo in esame si svolgeva davanti a un giudice amministrativo e non ordinario; si precisa che, nel caso di specie, sono state depositate due istanze di prelievo sulle quali non si è provveduto. Con il terzo motivo si afferma il diritto ad un equo indennizzo nella misura di Euro 1500,00 per l’intera durata del processo e non più solo per il periodo eccedente il termine ragionevole, con conseguente violazione dell’ art. 6 CEDU, par. 1. Si sostiene in proposito che il ricorrente ha diritto ad un’equa riparazione per i danni morali ed esistenziali, subiti per il ritardo nella procedura descritta, tenuto conto anche delle condizione psicofisiche, economiche e sociali ed al conseguente ed inevitabile stato d’ansia; si aggiunge che nel caso di specie, trattandosi di una causa previdenziale, deve liquidarsi anche un ulteriore somma di Euro 2000,00.
Con il quarto motivo si deduce violazione dellaL. n. 1034 del 1971, e relativo difetto di motivazione, in quanto, ai fini del periodo da considerare, deve tenersi conto anche della fase stragiudiziale della fase di costituzione in mora della Pubblica Amministrazione.
Con il quinto motivo si deduce violazione dell’ art. 6 CEDU, par. 1, in quanto quest’ultima è direttamente applicabile all’ordinamento giuridico italiano.
Fondato è il primo motivo di ricorso.
Sulla questione se, nel determinare la ragionevole durata di una causa pendente dinanzi a) giudice amministrativo, debba o meno tenersi conto del tempo anteriore alla presentazione da parte del ricorrente della cd. istanza di prelievo, si sono avute in passato nella giurisprudenza di legittimità indirizzi non univoci. Ritiene, però, il collegio condivisibile il più recente orientamento secondo cui la lesione del diritto alla definizione del processo in un termine ragionevole va riscontrata, anche per le cause davanti al giudice amministrativo, con riferimento al periodo intercorso dall’instaurazione del relativo procedimento, senza che una tale decorrenza (dalla data di proposizione della domanda) del termine ragionevole di durata della causa possa subire ostacoli o slittamenti in relazione alla mancanza dell’istanza di prelievo o alla ritardata presentazione di essa, salva restando l’eventuale influenza di tali circostanze sotto il diverso profilo della vantazione del comportamento delle parti, correlato alla complessità del caso ovvero all’apprezzamento dell’entità del pregiudizio derivante dal superamento di quella scadenza (tra le altre,Cass. n. 23187/2004).
Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si è più volte pronunciata in tal senso, ponendo in evidenza come la presentazione di detta istanza di prelievo (non contemplata da leggi ma prevista solo dalla prassi) non implica che sia sospeso o differito il dovere degli organi di giustizia dello Stato di provvedere sulla domanda della parte, nè dunque comporta il trasferimento sui contendenti della responsabilità per l’eventuale superamento del termine ragionevole entro cui deve essere data risposta alla loro domanda (vedi Corte europea in data 24/5/2001 in causa Vocaturo c. Italia).
L’adesione al principio di diritto sopra enunciato e perciò resa necessaria anche dalla considerazione che il giudice italiano, nei limiti exL. n. 89 del 2001, è tenuto a seguire gli orientamenti giurisprudenziali della Corte europea, in quanto inerenti alla determinazione del fatto costitutivo del diritto all’equo indennizzo, che a propria volta è individuato dalla legge nazionale tramite un espresso richiamo all’ art. 6 CEDU, par. 1, di cui detta Corte è interprete privilegiato (Cass. Sez. Un. n. 1341/2004).
Il terzo ed il quinto motivo di ricorso non meritano, invece, accoglimento.
In quanto non contengono censure riferibili in modo puntuale e specifico a quanto stabilito nel provvedimento impugnato e risultano, perciò, inammissibili. Anche infondato è il quarto motivo.
E’ ben vero che questa Corte ha riconosciuto la necessità, ai fini del computo della durata ragionevole del processo, postulata dal citato art. 6 CEDU, par. 1, di tener conto anche del comportamento di ogni autorità chiamata a concorrere al procedimento o, comunque, a contribuire alla sua definizione; e che nel novero di tali autorità ha ricompresso anche quella eventualmente chiamata a trattare una fase amministrativa necessaria, che preceda il giudizio ed il cui esaurimento sta condizione perchè il giudizio stesso possa poi aver luogo. Ma, enunciando tale principio, si è altresì, precisato che esso è destinato a trovare applicazione quando per detta fase amministrativa preliminare non sia prevista alcun termine di espletamento, con il conseguente rischio del suo protrarsi indefinitamente e con la conseguente indebita compressione del diritto della parte ad ottenere risposta ad un’istanza di giustizia in tempo ragionevole; non quando, viceversa, la fase amministrativa che precede il vero e proprio giudizio sia, a propria volta, regolata da uno specifico termine di durata, oggetto esso stesso di vantazione di inadeguatezza da parte del legislatore e peraltro ragionevole (Cass. n. 21045/2004). Ipotesi quest’ultima, nella quale va ribadito,invece, chela preventiva proposizione della domanda in sede amministrativa, ove richiesta non appartiene al processo, nè contribuisce alla sua definizione (Cass. n. 5386/2004); per cui essa non rileva ai fini della ragionevole durata del giudizio, dovendosi aver riguardo al tempo del processo celebratosi dinanzi al giudice e non a quello che la Pubblica Amministrazione abbia in precedenza impegnato per svolgere i propri compiti attraverso gli atti o i comportamenti della cui legittimità nel giudizio si discute.
Tale è, appunto, la situazione che si pone nel caso in esame. E’ infetti predeterminato dalla legge il termine al cui decorso serbato dalla Pubblica Amministrazione, a fronte di un’istanza del privato, è equiparato ad un provvedimento di rigetto dell’istanza, avverso il quale all’interessato è dato ricorrere al giudice. La ragionevole durata del conseguente giudizio deve essere vagliata quindi unicamente con riferimento al tempo occorso per la definizione del giudizio medesimo, indipendentemente da quello allo spirare del quale si è giuridicamente formato il provvedimento di rigetto impugnato dinanzi al giudice.
Resta, infine, assorbito in quanto detto Tesarne del secondo motivo che investe un punto della decisione in rapporto di necessaria dipendenza logica con quello già travolto dalle sopraesposte argomentazioni.

P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione; cassa e rinvia, anche per le spese della presente fase alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 5 dicembre 2005.
Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2006