M.N., dopo avere chiesto nel maggio 1999 analoga tutela alla Corte europea dei diritti dell’uomo, a seguito dell’entrata in vigore della L. 24 marzo 2001 n. 89 domandava alla Corte di appello di Roma di condannare il Ministero della Giustizia, ai sensi della citata legge, a corrisponderle l’equa riparazione dei danni subiti per l’irragionevole durata di un processo derivato dalla sua opposizione dell’11 gennaio 1995 a decreto ingiuntivo di pagamento emesso nel dicembre 1994 su richiesta dell’I.N.P.S..
Il decreto opposto le aveva ingiunto di pagare L. 6.096.433 e interessi a titolo di ripetizione della indennità di maternità da lei ricevuta ma che non le spettava per mancanza del requisito dell’iscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli; al giudizio di opposizione era riunito quello avente ad oggetto l’accertamento del diritto della opponente all’iscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli.
I giudizi riuniti erano definiti da sentenza del 19 marzo 2001 di rigetto dell’opposizione e, pur trattandosi di controversia previdenziale con applicazione delle norme del processo del lavoro, avevano avuto una durata di oltre sei anni per un solo grado, con violazione degli artt. 420 c.p.c., comma 12, artt. 430 e 420 c.p.c., comma 6, in ordine ai termini di fissazione dell’udienza di discussione e ai vari rinvii "meri", non consentiti dalla legge.
Il decreto dell’adita Corte del 5 agosto 2002 ha rigettato la domanda, con compensazione delle spese di causa, ritenendo non configurabile nel caso un danno non patrimoniale per la M., "attesi l’accertamento della infondatezza della sua pretesa e la circostanza che, in mancanza della prova che l’opposto decreto è stato posto in esecuzione provvisoria, il ritardo nella definizione del processo di fatto si è tradotto in un vantaggio per la stessa ricorrente che ha potuto procrastinare la restituzione all’INPS di quanto indebitamente percepito" (ultima pagina decreto).
Per la cassazione del decreto ricorre la M. con tre motivi, domandando di cassare il provvedimento impugnato e di pronunciare nel merito ex art. 384 c.p.c., con condanna della controparte a pagare l’equa riparazione di Euro 6197,48, oltre alle spese del giudizio, comprese quelle sostenute nel procedimento davanti alla Corte europea e il Ministero della Giustizia non si è difeso con controricorso.
Con ordinanza interlocutoria del 6 luglio – 4 settembre 2004, gli atti sono stati rimessi al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle S.U., in ordine alla questione particolarmente importante delle spese sostenute dinanzi alla Corte europea, di cui la ricorrente aveva chiesto il rimborso.
All’udienza di discussione del 15 dicembre 2005, alla quale ha partecipato anche il Ministero, depositando un atto scritto per svolgere le difese orali, le S.U. di questa Corte hanno emesso ordinanza che ha disposto la restituzione degli atti a questa Sezione, potendo rilevare eventualmente la questione delle spese nel giudizio sovranazionale solo in caso di pronuncia positiva per la M. ai sensi dell’art. 384 c.p.c., nel caso di accoglimento del ricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1.1. Il primo motivo di ricorso denuncia violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ratificata dalla L. 4 agosto 1955, n. 848, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.
La L. 24 marzo 2001, n. 89, non può che essere letta come attuazione della Convenzione citata e l’equa riparazione da essa disciplinata è stata erroneamente letta, dal decreto impugnato, come diritto esistente solo in caso di fondatezza dell’azione che si lamenta essere durata eccessivamente, mentre l’interesse tutelato dall’ art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo è quello della parte ad avere giustizia in tempi ragionevoli.
Riconoscere una abnorme durata del processo e negare l’equa riparazione sul presupposto della mancata prova del danno non patrimoniale, comporta la negazione del rimedio interno che la L. n. 89 del 2001 deve ritenersi abbia inutilmente predisposto.
1.2. Il secondo motivo del ricorso principale lamenta violazione e falsa applicazione della L. 24 marzo 2001 n. 89, in rapporto all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la Corte d’appello negato che la riconosciuta violazione dei termini ragionevoli di durata del processo abbia arrecato danno alla ricorrente di carattere non patrimoniale, da accertare anche in via presuntiva o in base a criteri di probabilità per il perdurare di una situazione di incertezza che ha portato all’interessata ansia, turbamento, o disagio.
Nel caso di specie, l’oggetto della causa era di semplice soluzione e il processo, come tutti quelli previdenziali, non avrebbe dovuto eccedere la durata di due anni; per il periodo eccedente tale biennio doveva pagarsi il chiesto indennizzo.
La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ritiene di regola che da una durata irragionevole di un processo derivi comunque un "pregiudizio morale in dipendenza dell’incertezza e dell’ansia circa l’esito del giudizio", rilevando la posta in gioco attinente a somme retributive, perchè comportante aspettative, attese e tensioni psicologiche della parte che vi aspira, integranti il danno non patrimoniale.
Da tali sofferenze è derivata la richiesta di indennizzo nella misura indicata e la stessa Corte d’appello di Roma, in casi simili, ha considerato detto danno e condannato il Ministero.
1.3. Con il terzo motivo di ricorso è dedotta la omessa o insufficiente e/o contraddittoria motivazione del provvedimento impugnato su un punto essenziale prospettato dalle parti, in rapporto all’art. 360 c.p.c., n. 5, avendo motivato il rigetto della domanda con la circostanza che "nessun danno l’istante può invocare in relazione al procedimento", per il fatto che la durata del giudizio di opposizione "si è tradotto in un vantaggio per la stessa ricorrente che ha potuto procrastinare la restituzione all’INPS di quanto indebitamente percepito".
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha invece riconosciuto l’equo indennizzo per danno non patrimoniale, indipendentemente dalla prova di esso e dall’esito del giudizio di merito, mentre i giudici della Corte d’appello non hanno dato rilievo agli interessi tutelati dalla normativa, motivando in modo insufficiente il rigetto della domanda.
Il danneggiato non deve provare il danno non patrimoniale sofferto, sussistendo comunque un patema d’animo da durata irragionevole del processo, e solo l’eventuale azione temeraria ex art. 96 c.p.c., può ostare al riconoscimento del diritto all’indennizzo. Pertanto la ricorrente ha chiesto di cassare il decreto impugnato e di condannare il Ministero all’equo indennizzo e alle spese dell’intero processo, comprese quelle sostenute per il giudizio intrapreso dinanzi alla Corte di Strasburgo non concluso a seguito dell’entrata in vigore della L. n. 89 del 2001 e della presente azione.
2. I tre motivi di ricorso possono esaminarsi insieme, perchè relativi tutti alla negazione dalla Corte di merito del danno non patrimoniale conseguente alla riconosciuta durata irragionevole del processo civile di sei anni per il solo primo grado.
Con l’opposizione a decreto ingiuntivo del 1995 e introducendo altra causa a questa riunita, la M. ha chiesto di accertare il suo diritto a ritenere le somme pretese dall’I.N.P.S. con il decreto ingiuntivo da revocare, spettandole la iscrizione all’elenco dei lavoratori agricoli che le dava titolo a ricevere quanto le si ingiungeva di restituire.
L’affermazione della eccessività della durata del processo contenuta nel decreto comporta che il decreto impugnato riconosce la violazione del diritto della M. al giusto processo di durata ragionevole, di cui all’ art. 6 della Convenzione dei diritti dell’uomo e che non vi è confusione in esso tra l’interesse tutelato da tale norma e la diversa questione della fondatezza della domanda a base del processo durato eccessivamente.
Il primo motivo di ricorso è quindi infondato.
La dedotta esigenza che il giudice nazionale si adegui alla interpretazione della Convenzione data dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in ordine all’accertamento del diritto e alla liquidazione dell’equa riparazione (S.U. 26 gennaio 2004 n. 1340, Cass. 23 aprile 2005 n. 8568, 16 febbraio 2005 n. 3118), non significa che il danno non patrimoniale che la giurisdizione sovranazionale ritiene effetto normale o ordinario della lesione del diritto, sia conseguenza automatica e necessaria di essa.
Come già chiarito da questa Corte (Cass. 3 0 marzo 2005 n. 6714) va comunque applicato, anche nei procedimenti camerali di cui alla L. 89 del 2001, il principio dispositivo, che costituisce l’essenza del processo civile interno, per il quale in materia di danni non patrimoniali la sentenza delle S.U. 24 gennaio 2004 n. 1338, se ha semplificato gli oneri probatori del danneggiato, comunque non ha escluso il dovere di allegazione dell’esistenza del danno, della sua natura e dei fattori della sua causazione.
Il secondo motivo di ricorso è infondato anche se la erronea motivazione che collega alla certa infondatezza dell’opposizione il rigetto della domanda comporta la esigenza di precisare e integrare le ragioni del decreto impugnato, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., in rapporto ai fatti in esso incontestatamente rilevati e non contestati dalle parti.
Nel caso la Corte ha ritenuto che la infondatezza della opposizione fosse evidente, ma non ha precisato che la circostanza aveva rilievo, facendo presumere la consapevolezza palese sull’esito della opposizione al decreto ingiuntivo nella M., che quindi non poteva subire danni per l’ansia o stress da incertezza su detto esito che ella conosceva come negativo, avendo anzi l’interesse rilevato nel merito a favorire il perdurare del giudizio per ritardare la restituzione di quanto doveva.
In sostanza la motivazione del decreto deve solo essere precisata ed integrata, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., in quanto, pur indicando le circostanze decisive della palese infondatezza dell’opposizione della M. e del vantaggio che ella ha avuto per la durata del giudizio di opposizione, non ha esplicato che da tali fatti doveva desumersi la conoscenza per la parte della percezione indebita degli assegni di cui le era chiesta la restituzione con l’ingiunzione e dell’esito negativo della sua opposizione.
Sul piano logico quindi nessuna ansia poteva avere la ricorrente dalla durata della causa presupposta dell’azione di equa riparazione, in mancanza della incertezza dell’esito del processo anche se durato eccessivamente e esattamente la Corte di merito ha negato la sussistenza del danno non patrimoniale che si identifica proprio nella tensione della parte che nel caso non poteva esservi (sulla consapevolezza dell’esito del processo come causa ostativa al riconoscimento del danno non patrimoniale cfr. Cass. 27 giugno 2005 n. 13754, 30 maggio 2005 n. 11364 e 27 marzo 2005 n. 5592).
Secondo la Corte di merito la ricorrente si è opposta infondatamente al decreto ingiuntivo dell’I.N.P.S. usando lo strumento processuale per ritardare il soddisfacimento del suo debito e quindi anche il secondo motivo di ricorso deve rigettarsi, dovendosi solo precisare la motivazione del rigetto della domanda che è comunque conforme a diritto, con conseguente assorbimento di ogni questione sul rimborso delle spese, comprese quelle sostenute davanti alla Corte europea di Strasburgo, che, per la soccombenza, restano a carico della M..
La motivazione del decreto ovviamente succinta ai sensi dell’art. 135 c.p.c., è sufficiente, sia pure con la integrazione e rettifica in diritto sopra enunciata e di conseguenza è infondato pure il terzo motivo di ricorso sui difetti motivazionali e l’intera impugnazione deve conclusivamente rigettarsi per ogni profilo, ponendo a carico della ricorrente le spese di questa fase del giudizio, da liquidare nei limiti delle sole difese orali svolte dal Ministero nella misura di cui al dispositivo.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare al resistente le spese di questa fase che liquida in Euro 600,00, oltre alle spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 22 marzo 2006.
Depositato in Cancelleria il 8 maggio 2006