1. Pronunciando su domanda di equo indennizzo L. n. 89 del 2001, ex art. 2 – proposta da M.D., dirigente generale del Ministero dell’Interno in relazione ala eccessiva durata di un processo penale per abuso in atti di ufficio (iniziato nel 1990, con una iscrizione nel registro degli indagati e conclusosi solo nel maggio 2003 con sentenza assolutoria), in conseguenza della quale lamentava, tra l’altro, di essere stato escluso dagli scrutini per l’avanzamento in carriera che gli avrebbe consentito di assumere sin dal 1997 la qualifica apicale di Prefetto – l’adita Corte d’appello di Catanzaro, con decreto depositato il 18 gennaio 2005, ha respinto ogni istanza del M. escludendo la pretesa eccessiva durata del riferito processo (conclusosi nel 2003), avendone ritenuto computabile il termine iniziale di decorrenza solo dalla data (5 dicembre 2002) in cui, con la ricevuta notifica del suo rinvio a giudizio, il M. era venuto, per la prima volta, a conoscenza dell’indagine avviata a suo carico.
Da qui l’odierno ulteriore ricorso del M. affidato a due connessi motivi di cassazione.
Resiste il Ministero con controricorso.
2. Il riferito ricorso – con il quale si addebitano alla Corte di merito plurimi vizi di motivazione e violazione per più profili della L. n. 89 del 2001, art. 2, in relazione all’ art. 6, p. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – è fondato nei limiti che si diranno.
La Corte territoriale ha pur esattamente affermato, infatti, in premessa, che "il termine iniziale da cui far decorrere il computo della durata del processo penale agli effetti che qui rilevano è quello segnato dal momento in cui l’inchiesta ha una ripercussione importante sulla sfera del soggetto".
Ma ha poi errato nel desumere che tale momento si identifichi sempre "nella comunicazione all’indagato della informazione di garanzia o di qualunque atto equipollente".
Ciè è vero, infatti, nella generalità dei casi (cfr. Cass. nn. 1740/03; 15087/04), ma non anche, in assoluto, nella ipotesi particolare, nella specie ricorrente, in cui in ragione della qualità di pubblico dipendente dell’indagato, il P.M. procedente – prima e indipendentemente da qualsiasi comunicazione all’interessato – informi, dell’ipotizzata imputazione, l’Amministrazione da cui quegli dipenda, ai sensi dell’art. 129 disp. art. c.p.p..
In detta ultima ipotesi non può escludersi infatti che proprio da quella informazione derivino (per conseguenti comportamenti della stessa Amministrazione) "importanti ripercussioni sulla sfera del soggetto indagato" che egli percepisca nella loro oggettività ancorchè non sia inizialmente consapevole della correlativa dipendenza dall’indagine in corso.
In relazione alla vicenda in esame la stessa Corte di Catanzaro ha, del resto, riconosciuto esservi stata effettivamente una "perdita di credibilità", per il M. "da rapportare alla inchiesta penale".
Per cui, in applicazione del principio come sopra puntualizzato, quei giudici avrebbero dovuto coerentemente accertare – indagine, questa, cui si provvederà in sede di rinvio – se e da quale momento l’odierno ricorrente abbia psicologicamente iniziato a risentire di una siffatta sua perdita di credibilità nell’ambiente di lavoro, come manifestata nei suo confronti da comportamenti, non altrimenti spiegabili, dall’Amministrazione di appartenenza (all’uopo il M., aveva, tra l’altro, fatto riferimento al mancato rinnovo dell’autorizzazione al NOS e alla mancata inclusione in scrutini di avanzamento cui, per prassi, avrebbe dovuto partecipare in ragione di precedente trasferimento in altra sede).
In relazione a quel momento, dovendo, quindi, individuarsi il dies a quo del periodo di complessiva durata della procedura ai fini del computo dell’eventuale sua eccedenza rispetto al parametro, di ragionevolezza, agli effetti dell’indennizzo dovuto alla parte, L. n. 89 cit., ex art. 2, in dipendenza dell’eventuale correlativa violazione.
In tali limiti (e con assorbimento di ogni altra censura) il ricorso va pertanto accolto.
Il decreto impugnato va per l’effetto cassato con il conseguente rinvio della causa alla stessa Corte di Catanzaro, in diversa composizione, cui si demanda di provvedere anche in ordine alle spese di questo giudizio di legittimità.

P.Q.M.
LA CORTE accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa il decreto impugnato e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Catanzaro in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 7 novembre 2006.
Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2006