che il relatore designato, nella relazione depositata il 3 febbraio 2009, ha formulato la seguente proposta di definizione:
" P.A., D.F.D. e C.A.M. hanno proposto ricorso per cassazione il 14 maggio 2007 sulla base di tre motivi avverso il decreto della Corte d’appello di Roma, depositato il 30 marzo 2006, con cui la Presidenza del Consiglio dei mi­nistri veniva condannata ex L. n. 89 del 2001, al pagamento, in favore dei medesimi, di un indennizzo di Euro 7.000,00, per ciascuno, oltre interessi legali dal decreto della Corte d’appello al saldo e spese (per complessivi Euro 950,00), per l’eccessivo protrarsi di un processo svoltosi in primo grado innanzi al TAR Lazio ed avente ad oggetto l’accertamento del diritto all’adeguamento triennale dell’indennità giudiziaria ai sensi della L. n. 221 del 1998.
Il ricorso reca motivi seguiti da quesito di diritto, come imposto dall’art. 366 bis c.p.c.. La Presidenza del Consiglio non ha resistito con contro­ricorso.
Il decreto impugnato ha accolto la domanda di equo in­dennizzo per danno non patrimoniale nella misura dianzi specificata, avendo accertato (per un giudizio iniziato nell’aprile del 1993 e trattenuto in decisione nel di­cembre 2003) una durata irragionevole del processo di primo grado di sette anni, sulla base di una ritenuta durata ragionevole di anni tre.
Il primo motivo – con il quale ci si duole della deter­minazione del periodo di irragionevole durata del pro­cesso presupposto – appare manifestamente fondato, atte­so che, a fronte di un’eccedenza di sette anni ed otto mesi rispetto alla durata ragionevole di tre anni, la Corte territoriale considera, ai fini dell’equa ripara­zione, esclusivamente i primi sette anni, non computando l’ulteriore frazione di otto mesi.
Il secondo motivo – relativo alla decorrenza degli inte­ressi legali – appare del pari manifestamente fondato, giacchè, per costante giurisprudenza di questa Corte (Sez. 1^, 17 febbraio 2003, n. 2382; Sez. 1^, 27 gennaio 2004, n. 1405), gli interessi sulla somma liquidata a titolo di equa riparazione per superamento della ragionevole durata del processo ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, vanno riconosciuti dal momento della doman­da azionata dinanzi alla corte d’appello, non già a de­correre dal decreto della corte d’appello.
Il terzo motivo, concernente l’entità delle spese liqui­date dalla Corte territoriale, resta assorbito, dovendo­si procedere ad una nuova liquidazione per effetto dell’accoglimento del ricorso.
In conclusione, ove si condividano i teste formulati ri­lievi, il ricorso può essere trattato in Camera di con­siglio, ricorrendo i requisiti di cui all’art. 375 c.p.c.".

CONSIDERATO IN DIRITTO
che il Collegio condivide pienamente tale proposta e le considerazioni che di essa sono pre­supposto, le quali non hanno suscitato alcun rilievo critico;
che, quindi, accolto il ricorso e cassato, in rela­zione alle censure accolte, il decreto impugnato, ben può procedersi alla decisione nel merito del ricorso, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto;
che, pertanto, considerato il periodo di irragione­vole durata del giudizio presupposto in sette anni e otto mesi e determinato, in applicazione dello standard minimo CEDU, nella somma di Euro 1.000,00, ad anno il parametro per indennizzare la parte del danno non patrimoniale riportato nel processo presupposto, devesi riconoscere a ciascun istante l’indennizzo forfet­tario complessivo di Euro 7.700,00, oltre interessi legali dalla domanda al saldo;
che le spese, liquidate come da dispositivo, vanno poste a carico della soccombente Presidenza del Consi­glio dei ministri, con distrazione in favore del difen­sore antistatario.

P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso; cassa, il decreto im­pugnato e, decidendo nel merito, condanna, la Presidenza del Consiglio dei ministri a corrispondere a P.A., D.F.D. e C.A.M. la somma, per ciascuno, di Euro 7.700,00, oltre agli interessi legali dalla domanda al saldo, ed oltre alle spese processuali – distratte in favore dell’Avv. Ferdinando Emilio Abbate e dell’Avv. Giovanbattista Ferraiolo per il merito e del solo Avv. Ferdinando Emilio Abbate per il giudizio di cassazione – complessivamente liqui­date, quanto al giudizio di merito, in Euro 1.190,00, (di cui Euro 50,00, per esborsi, Euro 680,00, per onorari ed Euro 460,00, per diritti), e, quanto al giudizio di legittimità, nella misura di Euro 1.170,00, (di cui Euro 70,00, per esborsi), oltre a spese generali ed accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 19 marzo 2009.
Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2009