C.A., S.G. e C.R. adivano la Corte d’appello di Roma, allo scopo di ottenere l’equa riparazione ex L. n. 89 del 2001, in riferimento al giudizio promosso innanzi al T.a.r. del Lazio con ricorso dell’aprile 1993, avente ad oggetto il riconoscimento del diritto ad ottenere l’accertamento del diritto all’adeguamento triennale, ex L. n. 27 del 1981, dell’indennità giudiziaria percepita ai sensi della L. n. 221 del 1988, instaurato con ricorso depositato nell’aprile 1993, deciso con sentenza del 10.12.2003, e nel cui corso era stato sollevato incidente di costituzionalità.
La Corte d’appello di Roma, con decreto del 25 luglio 2006, accoglieva in parte la domanda.
In particolare, la Corte territoriale osservava che la durata ragionevole del giudizio avrebbe imposto di definirlo nell’ottobre 1997, tenuto conto della proposizione di una questione di legittimità costituzionale.
Il decreto, accertata la violazione del termine di ragionevole durata del giudizio, per il periodo eccedente, fissato in anni sette e mesi sette, liquidava a titolo di indennizzo per danni non patrimoniali la somma di Euro 7.583,00 in favore di ciascun ricorrente, pari ad Euro 1.000,00 per anno, oltre interessi legali dalla data del decreto, condannando la convenuta alle spese del giudizio.
Per la cassazione di questo decreto hanno proposto ricorso le parti sopra indicate affidato a tre motivi.
Non ha svolto attività difensiva la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Ritenute sussistenti le condizioni per la decisione in Camera di consiglio è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai ricorrenti, che hanno depositato memoria.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.- La relazione sopra richiamata ha il seguente tenore:
"1.- Le ricorrenti, con il primo motivo, denunciano violazione e/o falsa applicazione di legge (L. n. 89 del 2001, art. 2; artt. 6, 13, 35 e 41 CEDU), nonchè insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione, nella parte in cui il decreto ha liquidato Euro 1.000,00 per ogni anno di ritardo e, in sintesi, deducono che:
a) il provvedimento si sarebbe discostato dalle liquidazioni effettuate dalla Corte EDU in casi, a loro dire, omologhi (sono indicate tre sentenze);
b) il decreto sarebbe censurabile, in quanto non avrebbe tenuto conto che nel giudizio presupposto sarebbe stata tenuta una sola udienza;
c) questa Corte ha affermato che occorre avere riguardo alle liquidazioni effettuate dal giudice Europeo e quella qui in esame sarebbe irragionevole, poichè il giudizio presupposto era una causa di lavoro che, secondo la Corte EDU, comporta, di per sè, un risarcimento in misura superiore a quello altrimenti spettante, concernendo la controversia un diritto fondamentale;
d) nelle controversie di lavoro la disciplina del processo imporrebbe una maggiore celerità nella sua definizione;
e) l’indennizzo richiesto da esse istanti nella misura di Euro 10.000,00 era equo, avendo anche questa Corte indicato nel parametro compreso tra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 quello che deve essere osservato dal giudice nazionale;
f) la motivazione sarebbe contraddittoria, poichè da un canto ha fatto riferimento alla natura "non secondaria" della posta in gioco, senza desumerne le conseguenze necessarie e dare conto delle ragioni della fissazione dell’indennizzo in Euro 1.000,00 per ciascun anno di ritardo.
Le ricorrenti formulano, infine, il seguente quesito di diritto: Il giudice del merito, chiamato a determinare il danno ex L. n. 89 del 2001, deve riferirsi alle liquidazioni effettuate in casi simili, e di pari natura, della Corte di Strastaurgo, uniformandosi alla stessa, e motivando espressamente eventuali scostamenti, che comunque non debbono essere irragionevoli; in particolare egli non può ignorare, ai fini di detta determinazione, nè la particolare natura giuslavoristica della controversia nè i relativi precedenti specifici della Corte Europea, compresi quelli richiamati da parte istante?.
1.1.- Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di legge (L. n. 89 del 2001, art. 2; art. 1173 c.c.), in relazione al capo della sentenza che ha fissato la decorrenza degli interessi legali dalla data del decreto anzichè da quella della domanda e si conclude con quesito di diritto concernente tale profilo.
1.2.- Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di legge (artt. 90 e 91 c.p.c., D.M. n. 127 del 2004) e delle tariffe professionali, nella parte in cui il decreto ha liquidato le spese del giudizio, in violazione dei minimi di tariffa (il ricorso riporta le singole voci asseritamente spettanti in riferimento all’attività svolta ed allo scaglione applicabile). Il mezzo si chiude con la formulazione di quesito avente ad oggetto l’obbligo del giudice del merito di osservare i minimi stabiliti dalla tariffa forense.
2.- Le deduzioni sub b), e d) (e gli argomenti svolti nel ricorso per sostenerle) sono manifestamente inconferenti, in quanto rilevanti, in tesi, ai fini della fissazione del termine di ragionevole durata del giudizio, profilo non specificamente censurato dalle istanti.
Relativamente alla quantificazione dell’indennizzo, e cioè alle deduzioni sub a), c), ed e) (ed agli argomenti che le sostengono), vanno qui ribaditi i seguenti principi, ormai consolidati nella giurisprudenza di questa Corte:
i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte Europea non possono essere ignorati dal giudice nazionale, che deve riferirsi alle liquidazioni effettuate in casi simili dalla Corte di Strasburgo che, con decisioni adottate a carico dell’Italia il 10 novembre 2004 (v., in particolare, le pronunce sul ricorso n. 62361/01 proposto da Riccardi Fizzati e sul ricorso n. 64897/01 Zullo), ha individuato nell’importo compreso fra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 per anno il parametro per la quantificazione dell’indennizzo;
l’obbligo di conformarsi, per quanto possibile, alle liquidazioni effettuate in casi similari dal giudice Europeo, sia pure in senso sostanziale e non meramente formalistico, va riferito a detto paramento (Cass., S.U. n. 1340 del 2004, n, 1340; Cass. n. 23844 del 2007), ed è questo che segna l’ambito della valutazione affidato al giudice del merito, la cui osservanza esonera da una specifica motivazione, vieppiù in difetto della prospettazione di specifici elementi, concernenti la concreta fattispecie, dedotti dalla parte e ragionevolmente espressivi della sussistenza di circostanze che consentano di non osservarlo;
i giudici Europei hanno affermato che l’attribuzione di un indennizzo più elevato va riconosciuto nel caso in cui la controversia riveste una certa importanza ed ha quindi fatto un elenco esemplificativo, comprendente le cause di lavoro e previdenziali; tuttavia, ciò non implica alcun automatismo, ma significa soltanto che dette cause, in considerazione della loro natura, è probabile che siano di una certa importanza (Cass. n. 18012 del 2008);
il danno non patrimoniale deve, dunque, essere quantificato in applicazione del citato parametro, con la facoltà di apportare le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda (quali: l’entità della posta in gioco, il numero dei tribunali che hanno esaminato il caso in tutta la durata del procedimento ed il comportamento della parte istante; per tutte, Cass., n. 1630 del 2006; n. 1631 de 2006; n. 19029 del 2005; n. 19288 del 2005), purchè motivate e non irragionevoli (tra le molte, Cass. n. 6898 del 2008; n. 1630 del 2006; n. 1631 del 2006).
In applicazione di detti principi, è palese la manifesta inammissibilità, per inconferenza, del quesito di diritto – e degli argomenti di censura -, nella parte in cui hanno ad oggetto l’obbligo del giudice nazionale di fare riferimento al parametro della Corte EDU, per la semplice constatazione che nella specie è stato osservato, non avendo il decreto disatteso la soglia minima del medesimo.
L’osservanza del parametro e la collocazione dell’indennizzo all’interno della forbice fissata dal giudice Europeo, disvelano, sotto un differente profilo, la manifesta infondatezza delle censure, in quanto si risolvono in deduzioni astratte, prive di aderenza al caso di specie, poichè svolte appunto senza tenere conto che il parametro è stato osservato. Le istanti neppure deducono quali elementi – non desumibili, per quanto sopra precisato, dalla mera natura della causa – hanno evocato (e provato), per dimostrare di avere subito una stress di rilevanza tale da legittimare il discostamento dal parametro della Corte EDU, avendo riguardo all’entità delle somme controverse, all’esito della causa (non rilevante in sè per negare l’indennizzo, ma apprezzabile per la quantificazione del medesimo), alla particolare tensione ed attenzione per l’esito della stessa.
Manifestamente infondata è, infine, la censura concernente la motivazione (sub f), posto che l’indicazione offerta dalla Corte d’appello è coerente con l’applicazione del parametro della Corte EDU, nella misura inferiore della forbice indicata dal giudice Europeo, ed è stata esplicitata al fine di evidenziare l’inesistenza di ragioni per discostarsene, senza che le considerazioni svolte siano espressive dell’enfatizzazione della rilevanza della causa.
Il secondo motivo appare, invece, manifestamente fondato in virtù del principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, secondo il quale, dal carattere indennitario dell’obbligazione in oggetto discende che gli interessi legali decorrono dalla data della domanda di equa riparazione, in base alla regola che gli effetti della pronuncia retroagiscono alla data della domanda, nonostante il carattere di incertezza e illiquidità del credito prima della pronuncia giudiziaria (Cass. n. 8712 del 2006; n. 7389 del 2005; n. 1405 del 2004; n. 2382 del 2003; v. anche Cass. n. 2248 del 2007).
L’accoglimento del secondo motivo comporterà la cassazione del decreto limitatamente alla parte relativa alla decorrenza degli interessi legali e la causa potrà essere decisa nel merito, sussistendone i presupposti, mediante attribuzione degli accessori a far data dalla domanda.
Il terzo motivo resta assorbito, occorrendo comunque procedere alla riliquidazione delle spese del giudizio, che seguiranno la soccombenza, quanto alla fase di merito, mentre quelle relative alla presente fase potranno essere compensate per la metà, ricorrendo giusti motivi, in considerazione del parziale accoglimento del ricorsoo.
2.- Le argomentazioni svolte nella relazione sono condivise e fatte proprie dal Collegio, non avendo le ricorrenti sviluppato nella memoria deduzioni che possano farle rimeditare, tenendo conto che tale atto è destinato esclusivamente ad illustrare e chiarire le ragioni svolte nel ricorso ed in esso non è possibile specificare od integrare, ampliandolo, il contenuto delle originarie censure (Cass. S.U. n. 11097 del 2006; Cass. n. 18195 del 2007).
In particolare, relativamente alle considerazioni svolte in riferimento al primo motivo, è sufficiente osservare che esse involgono, sostanzialmente, la questione del termine di ragionevole durata, fissato dalla Corte del merito in tre anni, in conformità con il parametro della Corte EDU, senza che con il ricorso detta conclusione sia stata specificamente censurata. Il riferimento all’ord. n. 1824 del 2009 è inconferente, posto che, da un canto, essa ha deciso un ricorso con il quale era stata invece censurata la individuazione del termine ragionevole durata da parte del giudice del merito; dall’altro, nel caso deciso da detta pronuncia, questa Corte ha censurato la fissazione in cinque anni del termine di ragionevole durata del giudizio di primo grado, affermata, senza adeguata motivazione, mentre nella specie il termine è stato fissato in tre anni, nell’osservanza della giurisprudenza del giudice Europeo.
Pertanto, in virtù degli argomenti svolti nella relazione il primo motivo va rigettato ed il secondo motivo va accolto.
In relazione alle censure accolto il decreto deve essere cassato nella parte relativa alla decorrenza degli interessi e – assorbito il terzo motivo- la causa va decisa nel merito, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, mediante attribuzione degli accessori a far data dalla domanda.
Le spese della fase di merito seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo, così anche quelle della presente fase, nella misura della metà, dovendo la residua parte essere compensata, stante il parziale accoglimento del ricorso, con attribuzione al difensore antistatario.

P.Q.M.
La Corte rigetta il primo motivo, accoglie il secondo motivo – assorbito il terzo – cassa il decreto impugnato limitatamente al capo concernente la decorrenza degli, interessi e, decidendo nel merito, dichiara dovuti sulla somma liquidata dalla Corte d’Appello gli interessi legali dalla domanda; condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri a pagare le spese della fase di merito che liquida in complessivi Euro 1.112,00, di cui Euro 512,00 per diritti ed Euro 550,00 per onorario, nonchè la metà delle spese della presente fase (compensate la residua parte), che liquida in complessivi Euro 450,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge, con attribuzione al difensore, avv. Ferdinando Emilio Abbate, antistatario.
Così deciso in Roma, il 19 marzo 2009.
Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2009