1. Nel presente procedimento per equa riparazione il processo presupposto è rappresentato dal giudizio introdotto da A. N., con ricorso proposto in data 19.02.98 al TAR Campania, onde ottenere il riconoscimento e la liquidazione dei contributi di cui alla L.R. n. 11 del 1984, art. 26 quale familiare dell’invalida Z.A..
In data 24.05.00 e 17.10.03 la ricorrente presentava istanze di prelievo.
2. Detta causa non era stata ancora definita, allorchè con ricorso in data 3.10.05 la A. chiedeva alla Corte d’Appello di Napoli che la Presidenza del Consiglio dei Ministri fosse condannata al pagamento a titolo di equa riparazione relativa alla fase innanzi al TAR Campania, della somma di Euro 11.250,00 e di quella ritenuta equa dalla Corte. La Corte d’Appello di Napoli, con decreto depositato il 1.12.2005, condannava la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento in favore della ricorrente della somma di Euro 2.550,00 e al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 338,58.
Per la Corte napoletana vi era stata violazione del termine ragionevole del processo. L’inerzia successiva alla proposizione del ricorso, però, (ricorso nel 1998 e istanze di prelievo nel 2000 e nel 2003) era indicativa di un atteggiamento negligente, incidente ai fini della determinazione dell’equo indennizzo.
Tenuto conto dei criteri indicati dalla L. n. 89 del 2001 e dalla non complessità del caso, la Corte stabiliva che la sentenza sarebbe dovuta arrivare entro il 19.02.01. Premesso che la liquidazione del danno non patrimoniale doveva essere fatta oggetto di valutazione equitativa, ispirata ai parametri adottati dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, la Corte riteneva di liquidare Euro 600,00 a titolo di indennizzo per ogni anno di ritardo e, quindi, complessivamente Euro 2.550.
3. A.N. presentava ricorso davanti a questa Corte per la Cassazione del citato decreto, deducendo i seguenti motivi di censura:
Violazione e falsa applicazione dell’art. 6 CEDU e violazione della L. n. 89 del 2001 in relazione al rapporto tra normativa nazionale e soprannazionale.
Violazione del diritto all’equo indennizzo nella misura di Euro 1.500,00 per ogni anno di durata del processo.
Erronea e falsa applicazione dell’art. 6 par. 1 CEDU ex art. 360 c.p.c., n. 3, nel contrasto con la normativa e la giurisprudenza europea. Motivazione incongrua e contrastante con gli indirizzi giurisprudenziali comunitari ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione agli artt. 112 e 132 c.p.c..
Violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3.
Violazione dei principi sanciti dalla giurisprudenza europea in materia di equa riparazione e sua quantificazione. Incongruenza e insufficienza della motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione all’art. 132 c.p.c..
Errore nel non quantificare e liquidare Euro 1.000,00 – Euro 1.500,00 per ogni anno di durata del processo.
Violazione e falsa applicazione della normativa e della giurisprudenza della Corte EDU. Violazione del principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato, ex art. 112 c.p.c..
Omessa motivazione su un punto decisivo della controversia e mancato riconoscimento del bonus di Euro 2.000, dovuto rationae materice, espressamente richiesto e disatteso dal giudice di primae curae.
Violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001 e dell’art. 6, par. 1 CEDU ex art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione alla ritenuta rilevanza dell’istanza di prelievo ai fini della quantificazione dell’equo indennizzo.
Erroneità del giudizio espresso dal giudice di primae curae sulla scarsa rilevanza sociale dell’equo indennizzo, in rapporto sia alla materia (silenzio rifiuto) sia al soggetto.
Violazione della L. n. 11 del 1984 e dell’art. 132 c.p.c., il tutto in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.
Violazione e falsa applicazione art. 6 CEDU e art. 1 prot, Add. CEDU nonchè omessa motivazione in ordine all’insufficiente liquidazione delle spese ex art. 360 c.p.c., n. 5;
violazione art. 132 cod. proc. civ .
Errore nella liquidazione delle spese processuali e applicabilità delle tariffe professionali per i procedimenti ordinari davanti alla Corte d’Appello. Violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3.
Violazione della normativa in materia di tariffe professionali art. 6 CEDU e art. 1 Prot. add. CEDU. Motivazione incongrua e/o mancante ex art. 360 c.p.c., n. 5 in relazione agli artt. 112 e 132 c.p.c..
Omessa e insufficiente motivazione del decreto e violazione L. n. 89 del 2001 e art. 6 CEDU nonchè contrasto con la giurisprudenza della Corte EDU e della Corte di Cassazione.
Si associava al ricorso l’Avv. M.L.A. in proprio, censurando la statuizione riguardante la liquidazione delle spese processuali, richiesta in suo favore quale antistatario.
4. Il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, considerati gli elementi di fatto e di diritto, chiedeva il rigetto del ricorso per manifesta infondatezza sul rilievo che l’importo di liquidazione del danno era stato determinato in modo corretto e motivato, basandosi sui parametri fissati dalla Corte Europea.
La difesa dell’ A. depositava memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c., ribadendo l’illegittimità della liquidazione delle spese di primo grado.
5. Questa Corte ritiene innanzitutto che debba essere dichiarato inammissibile il ricorso in proprio dell’avv. M.A.L. in relazione alle spese processuali, non spettando al legale, ancorchè antistatario, una legittimazione diretta alla pronuncia sulle spese processuali.
Deve poi ritenersi che il ricorso proposto nell’interesse di A. N. sia manifestamente fondato con riferimento alle censure che attengono all’ammontare del risarcimento liquidato. Ed invero, la somma liquidata dalla Corte partenopea appare eccessivamente ridotta con riferimento alla somma liquidata per ciascun anno.
Quanto alla durata del giudizio presupposto ritiene la Corte che, ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, debba aversi riguardo al solo periodo eccedente il termine ragionevole di durata e non all’intero periodo di durata del processo presupposto.
A tale riguardo non appare risolutivo il contrario orientamento manifestato dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, poichè il giudice nazionale è tenuto ad applicare le norme dello Stato e, quindi, il disposto della citata legge, art. 2, comma 3, lett. a); non può, infatti, ravvisarsi un obbligo di diretta applicazione dei criteri di determinazione della riparazione della Corte europea dei diritti dell’uomo, attraverso una disapplicazione della norma nazionale, avendo la Corte costituzionale chiarito, con le sentenze n. 348 e n, 349 del 2007, che la Convenzione europea dei diritti dell’uomo non crea un ordinamento giuridico sopranazionale e non produce quindi norme direttamente applicabili negli Stati contraenti, essendo piuttosto configurabile come trattato internazionale multilaterale, da cui derivano obblighi per gli Stati contraenti, ma non l’incorporazione dell’ordinamento giuridico italiano in un sistema più vasto, dai cui organi deliberativi possano promanare norme vincolanti, "omisso medio", per tutte le autorità interne (in tal senso: sez. 1, sentenza n. 14 del 03/01/2008, rv. 601232; n. 1354 del 22/1/2008, rv. 601254; n. 23844 del 19.11.2007, rv. 601203).
Ciò premesso, questo Collegio ritiene che i tre anni considerati dalla Corte d’appello di Napoli come termine equo per lo svolgimento del processo presupposto siano congrui, in linea con le indicazioni della giurisprudenza di questa Corte, per un giudizio in primo grado davanti al giudice amministrativo. Tuttavia appare eccessivamente ridotto l’ammontare del risarcimento che è risultato attribuito per ciascun anno, dove si è fatto riferimento ad un parametro non consono rispetto alle indicazioni della Corte di Strasburgo e della giurisprudenza nazionale.
La liquidazione così operata dai giudici napoletani si discosta clamorosamente dai parametri indicati dalla giurisprudenza della Corte Europea di Strasburgo e di questa Corte di Cassazione in casi analoghi, cadendo così in una statuizione inficiata dalla irragionevolezza e pertanto dalla violazione di legge.
Nè può essere riconosciuta come ragione valida ad una simile riduzione l’indicazione dell’inerzia fra la proposizione del ricorso e le istanze di prelievo, posto che il rilievo dello scarso interesse manifestato dalla parte alla sollecita soluzione del procedimento, avrebbe semmai potuto ridimensionare la cifra solitamente liquidata (Euro 1.000 per ciascun anno; e ciò in base alla consolidata giurisprudenza di questa Corte Sez. U, sent. n. 1339 del 26/01/2004, rv. 569677; sez. 1, sent. n. 8714 del 13/04/2006, rv. 590628), ma non potrebbe giustificare una riduzione così drastica.
Deve, pertanto, procedersi alla Cassazione del provvedimento impugnato, ritenendosi che, a norma dell’art. 384 c.p.c., possa conseguire la decisione nel merito. Mantenendo quindi fermo il termine di ragionevole durata di tre anni per il giudizio svoltosi davanti al TAR della Campania, il periodo eccedente tale durata e pari a quattro anni e tre mesi.
Nessun profilo di danno patrimoniale è stato dedotto dalla difesa ricorrente, che si è limitata a chiedere il risarcimento del danno morale.
La sola voce di danno che può essere riconosciuta attiene al c.d.
danno non patrimoniale, da individuarsi in quelle sofferenze di tipo psichico che in via presuntiva può ritenersi derivino a chi, avendo proposto una domanda in giudizio, non veda in tempi ragionevoli intervenire una decisione sulle proprie istanze, positiva o negativa che sia.
Ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, l’ambito della valutazione equitativa, affidato al giudice del merito, è segnato dal rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, per come essa vive nelle decisioni, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, di casi simili a quello portato all’esame del giudice nazionale, di tal che è configurabile, in capo al giudice del merito, l’obbligo di tener conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte europea, pur conservando egli un margine di valutazione che gli consente di discostarsi, purchè in misura ragionevole, dalle liquidazioni effettuate dalla Corte europea, la quale (con ripetute decisioni adottate a carico dell’Italia) ha individuato nell’importo compreso fra Euro 1.000 ed Euro 1.500 per anno la base di partenza per la quantificazione di tale indennizzo, ferma restando la possibilità di superare tali limiti, minimo e massimo, in relazione alla particolarità delle fattispecie. La precettività, per il giudice nazionale, di tale indirizzo non concerne tuttavia anche il profilo relativo al moltiplicatore di detta base di calcolo: mentre, infatti, per la CEDU l’importo come sopra quantificato va moltiplicato per ogni anno di durata del procedimento (e non per ogni anno di ritardo), per il giudice nazionale è, sul punto, vincolante il L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 3, lett. a), ai sensi del quale è influente solo il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole.
Detta diversità di calcolo, peraltro, non tocca la complessiva attitudine della citata L. n. 89 del 2001 ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, e, dunque, non autorizza dubbi sulla compatibilità di tale norma con gli impegni internazionali assunti dalla Repubblica italiana mediante la ratifica della Convenzione europea e con il pieno riconoscimento, anche a livello costituzionale, del canone di cui all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione medesima (art. 111 Cost., comma 2, nel testo fissato dalla Legge Costituzionale 23 novembre 1999, n. 2).
6. Procedendo quindi alla liquidazione di tale danno, secondo le indicazioni di cui alla stessa L. n. 89 del 2001, necessariamente in via equitativa, e facendo riferimento ai criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte Europea di Strasburgo ed ai parametri utilizzati da questa Corte in casi analoghi, si ritiene di liquidare in favore di A.N. la somma di Euro 4.200,00 (e cioè Euro 1.000 per ciascun anno, oltre ad Euro 200,00 per gli ulteriori tre mesi), oltre interessi legali dalla domanda.
Va poi disattesa la pretesa alla liquidazione del bonus, in aggiunta al risarcimento del danno non patrimoniale, per la semplice ragione che si tratti di causa in materia previdenziale, posto che ciò non costituisce fondamento per un’automatica dazione ulteriore, che non trova alcun fondamento precipuo in un disagio maggiore per la durata del processo rispetto a quello connesso a simile situazione in altre fattispecie. Il risarcimento, infatti, non può essere ragguagliato alla tipologia dei diritti per cui si procede o alla situazione di minore o maggiore indigenza o necessità dell’accipiens, bensì al disagio avvertito in relazione al ritardo nella decisione, disagio che in relazioni a somme modeste non può certo essere sopravvalutato.
7. L’accoglimento del motivo di ricorso riguardante l’ammontare dell’indennizzo comporta l’assorbimento dei motivi inerenti la liquidazione delle spese processuali della fase di merito.
L’accoglimento della domanda determina la condanna della Presidenza del Consiglio dei Miniatri al pagamento della spese processuali per il primo grado (spese che vengono liquidate in dispositivo con riferimento al valore dalla causa determinato in relazione all’indennizzo accordato), oltre che per quelle del presente procedimento.
Tali spese sono liquidate come in dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Nel presente procedimento per equa riparazione il processo presupposto è rappresentato dal giudizio introdotto da A. N., con ricorso proposto in data 19.02.98 al TAR Campania, onde ottenere il riconoscimento e la liquidazione dei contributi di cui alla L.R. n. 11 del 1984, art. 26 quale familiare dell’invalida Z.A..
In data 24.05.00 e 17.10.03 la ricorrente presentava istanze di prelievo.
2. Detta causa non era stata ancora definita, allorchè con ricorso in data 3.10.05 la A. chiedeva alla Corte d’Appello di Napoli che la Presidenza del Consiglio dei Ministri fosse condannata al pagamento a titolo di equa riparazione relativa alla fase innanzi al TAR Campania, della somma di Euro 11.250,00 e di quella ritenuta equa dalla Corte. La Corte d’Appello di Napoli, con decreto depositato il 1.12.2005, condannava la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento in favore della ricorrente della somma di Euro 2.550,00 e al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 338,58.
Per la Corte napoletana vi era stata violazione del termine ragionevole del processo. L’inerzia successiva alla proposizione del ricorso, però, (ricorso nel 1998 e istanze di prelievo nel 2000 e nel 2003) era indicativa di un atteggiamento negligente, incidente ai fini della determinazione dell’equo indennizzo.
Tenuto conto dei criteri indicati dalla L. n. 89 del 2001 e dalla non complessità del caso, la Corte stabiliva che la sentenza sarebbe dovuta arrivare entro il 19.02.01. Premesso che la liquidazione del danno non patrimoniale doveva essere fatta oggetto di valutazione equitativa, ispirata ai parametri adottati dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, la Corte riteneva di liquidare Euro 600,00 a titolo di indennizzo per ogni anno di ritardo e, quindi, complessivamente Euro 2.550.
3. A.N. presentava ricorso davanti a questa Corte per la Cassazione del citato decreto, deducendo i seguenti motivi di censura:
Violazione e falsa applicazione dell’art. 6 CEDU e violazione della L. n. 89 del 2001 in relazione al rapporto tra normativa nazionale e soprannazionale.
Violazione del diritto all’equo indennizzo nella misura di Euro 1.500,00 per ogni anno di durata del processo.
Erronea e falsa applicazione dell’art. 6 par. 1 CEDU ex art. 360 c.p.c., n. 3, nel contrasto con la normativa e la giurisprudenza europea. Motivazione incongrua e contrastante con gli indirizzi giurisprudenziali comunitari ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione agli artt. 112 e 132 c.p.c..
Violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3.
Violazione dei principi sanciti dalla giurisprudenza europea in materia di equa riparazione e sua quantificazione. Incongruenza e insufficienza della motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione all’art. 132 c.p.c..
Errore nel non quantificare e liquidare Euro 1.000,00 – Euro 1.500,00 per ogni anno di durata del processo.
Violazione e falsa applicazione della normativa e della giurisprudenza della Corte EDU. Violazione del principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato, ex art. 112 c.p.c..
Omessa motivazione su un punto decisivo della controversia e mancato riconoscimento del bonus di Euro 2.000, dovuto rationae materice, espressamente richiesto e disatteso dal giudice di primae curae.
Violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001 e dell’art. 6, par. 1 CEDU ex art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione alla ritenuta rilevanza dell’istanza di prelievo ai fini della quantificazione dell’equo indennizzo.
Erroneità del giudizio espresso dal giudice di primae curae sulla scarsa rilevanza sociale dell’equo indennizzo, in rapporto sia alla materia (silenzio rifiuto) sia al soggetto.
Violazione della L. n. 11 del 1984 e dell’art. 132 c.p.c., il tutto in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.
Violazione e falsa applicazione art. 6 CEDU e art. 1 prot, Add. CEDU nonchè omessa motivazione in ordine all’insufficiente liquidazione delle spese ex art. 360 c.p.c., n. 5;
violazione art. 132 cod. proc. civ .
Errore nella liquidazione delle spese processuali e applicabilità delle tariffe professionali per i procedimenti ordinari davanti alla Corte d’Appello. Violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3.
Violazione della normativa in materia di tariffe professionali art. 6 CEDU e art. 1 Prot. add. CEDU. Motivazione incongrua e/o mancante ex art. 360 c.p.c., n. 5 in relazione agli artt. 112 e 132 c.p.c..
Omessa e insufficiente motivazione del decreto e violazione L. n. 89 del 2001 e art. 6 CEDU nonchè contrasto con la giurisprudenza della Corte EDU e della Corte di Cassazione.
Si associava al ricorso l’Avv. M.L.A. in proprio, censurando la statuizione riguardante la liquidazione delle spese processuali, richiesta in suo favore quale antistatario.
4. Il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, considerati gli elementi di fatto e di diritto, chiedeva il rigetto del ricorso per manifesta infondatezza sul rilievo che l’importo di liquidazione del danno era stato determinato in modo corretto e motivato, basandosi sui parametri fissati dalla Corte Europea.
La difesa dell’ A. depositava memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c., ribadendo l’illegittimità della liquidazione delle spese di primo grado.
5. Questa Corte ritiene innanzitutto che debba essere dichiarato inammissibile il ricorso in proprio dell’avv. M.A.L. in relazione alle spese processuali, non spettando al legale, ancorchè antistatario, una legittimazione diretta alla pronuncia sulle spese processuali.
Deve poi ritenersi che il ricorso proposto nell’interesse di A. N. sia manifestamente fondato con riferimento alle censure che attengono all’ammontare del risarcimento liquidato. Ed invero, la somma liquidata dalla Corte partenopea appare eccessivamente ridotta con riferimento alla somma liquidata per ciascun anno.
Quanto alla durata del giudizio presupposto ritiene la Corte che, ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, debba aversi riguardo al solo periodo eccedente il termine ragionevole di durata e non all’intero periodo di durata del processo presupposto.
A tale riguardo non appare risolutivo il contrario orientamento manifestato dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, poichè il giudice nazionale è tenuto ad applicare le norme dello Stato e, quindi, il disposto della citata legge, art. 2, comma 3, lett. a); non può, infatti, ravvisarsi un obbligo di diretta applicazione dei criteri di determinazione della riparazione della Corte europea dei diritti dell’uomo, attraverso una disapplicazione della norma nazionale, avendo la Corte costituzionale chiarito, con le sentenze n. 348 e n, 349 del 2007, che la Convenzione europea dei diritti dell’uomo non crea un ordinamento giuridico sopranazionale e non produce quindi norme direttamente applicabili negli Stati contraenti, essendo piuttosto configurabile come trattato internazionale multilaterale, da cui derivano obblighi per gli Stati contraenti, ma non l’incorporazione dell’ordinamento giuridico italiano in un sistema più vasto, dai cui organi deliberativi possano promanare norme vincolanti, "omisso medio", per tutte le autorità interne (in tal senso: sez. 1, sentenza n. 14 del 03/01/2008, rv. 601232; n. 1354 del 22/1/2008, rv. 601254; n. 23844 del 19.11.2007, rv. 601203).
Ciò premesso, questo Collegio ritiene che i tre anni considerati dalla Corte d’appello di Napoli come termine equo per lo svolgimento del processo presupposto siano congrui, in linea con le indicazioni della giurisprudenza di questa Corte, per un giudizio in primo grado davanti al giudice amministrativo. Tuttavia appare eccessivamente ridotto l’ammontare del risarcimento che è risultato attribuito per ciascun anno, dove si è fatto riferimento ad un parametro non consono rispetto alle indicazioni della Corte di Strasburgo e della giurisprudenza nazionale.
La liquidazione così operata dai giudici napoletani si discosta clamorosamente dai parametri indicati dalla giurisprudenza della Corte Europea di Strasburgo e di questa Corte di Cassazione in casi analoghi, cadendo così in una statuizione inficiata dalla irragionevolezza e pertanto dalla violazione di legge.
Nè può essere riconosciuta come ragione valida ad una simile riduzione l’indicazione dell’inerzia fra la proposizione del ricorso e le istanze di prelievo, posto che il rilievo dello scarso interesse manifestato dalla parte alla sollecita soluzione del procedimento, avrebbe semmai potuto ridimensionare la cifra solitamente liquidata (Euro 1.000 per ciascun anno; e ciò in base alla consolidata giurisprudenza di questa Corte Sez. U, sent. n. 1339 del 26/01/2004, rv. 569677; sez. 1, sent. n. 8714 del 13/04/2006, rv. 590628), ma non potrebbe giustificare una riduzione così drastica.
Deve, pertanto, procedersi alla Cassazione del provvedimento impugnato, ritenendosi che, a norma dell’art. 384 c.p.c., possa conseguire la decisione nel merito. Mantenendo quindi fermo il termine di ragionevole durata di tre anni per il giudizio svoltosi davanti al TAR della Campania, il periodo eccedente tale durata e pari a quattro anni e tre mesi.
Nessun profilo di danno patrimoniale è stato dedotto dalla difesa ricorrente, che si è limitata a chiedere il risarcimento del danno morale.
La sola voce di danno che può essere riconosciuta attiene al c.d.
danno non patrimoniale, da individuarsi in quelle sofferenze di tipo psichico che in via presuntiva può ritenersi derivino a chi, avendo proposto una domanda in giudizio, non veda in tempi ragionevoli intervenire una decisione sulle proprie istanze, positiva o negativa che sia.
Ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, l’ambito della valutazione equitativa, affidato al giudice del merito, è segnato dal rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, per come essa vive nelle decisioni, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, di casi simili a quello portato all’esame del giudice nazionale, di tal che è configurabile, in capo al giudice del merito, l’obbligo di tener conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte europea, pur conservando egli un margine di valutazione che gli consente di discostarsi, purchè in misura ragionevole, dalle liquidazioni effettuate dalla Corte europea, la quale (con ripetute decisioni adottate a carico dell’Italia) ha individuato nell’importo compreso fra Euro 1.000 ed Euro 1.500 per anno la base di partenza per la quantificazione di tale indennizzo, ferma restando la possibilità di superare tali limiti, minimo e massimo, in relazione alla particolarità delle fattispecie. La precettività, per il giudice nazionale, di tale indirizzo non concerne tuttavia anche il profilo relativo al moltiplicatore di detta base di calcolo: mentre, infatti, per la CEDU l’importo come sopra quantificato va moltiplicato per ogni anno di durata del procedimento (e non per ogni anno di ritardo), per il giudice nazionale è, sul punto, vincolante il L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 3, lett. a), ai sensi del quale è influente solo il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole.
Detta diversità di calcolo, peraltro, non tocca la complessiva attitudine della citata L. n. 89 del 2001 ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, e, dunque, non autorizza dubbi sulla compatibilità di tale norma con gli impegni internazionali assunti dalla Repubblica italiana mediante la ratifica della Convenzione europea e con il pieno riconoscimento, anche a livello costituzionale, del canone di cui all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione medesima (art. 111 Cost., comma 2, nel testo fissato dalla Legge Costituzionale 23 novembre 1999, n. 2).
6. Procedendo quindi alla liquidazione di tale danno, secondo le indicazioni di cui alla stessa L. n. 89 del 2001, necessariamente in via equitativa, e facendo riferimento ai criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte Europea di Strasburgo ed ai parametri utilizzati da questa Corte in casi analoghi, si ritiene di liquidare in favore di A.N. la somma di Euro 4.200,00 (e cioè Euro 1.000 per ciascun anno, oltre ad Euro 200,00 per gli ulteriori tre mesi), oltre interessi legali dalla domanda.
Va poi disattesa la pretesa alla liquidazione del bonus, in aggiunta al risarcimento del danno non patrimoniale, per la semplice ragione che si tratti di causa in materia previdenziale, posto che ciò non costituisce fondamento per un’automatica dazione ulteriore, che non trova alcun fondamento precipuo in un disagio maggiore per la durata del processo rispetto a quello connesso a simile situazione in altre fattispecie. Il risarcimento, infatti, non può essere ragguagliato alla tipologia dei diritti per cui si procede o alla situazione di minore o maggiore indigenza o necessità dell’accipiens, bensì al disagio avvertito in relazione al ritardo nella decisione, disagio che in relazioni a somme modeste non può certo essere sopravvalutato.
7. L’accoglimento del motivo di ricorso riguardante l’ammontare dell’indennizzo comporta l’assorbimento dei motivi inerenti la liquidazione delle spese processuali della fase di merito.
L’accoglimento della domanda determina la condanna della Presidenza del Consiglio dei Miniatri al pagamento della spese processuali per il primo grado (spese che vengono liquidate in dispositivo con riferimento al valore dalla causa determinato in relazione all’indennizzo accordato), oltre che per quelle del presente procedimento.
Tali spese sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso proposto dall’avv. M. A.L.i.p.; accoglie il ricorso di A.N. nei termini di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito ex art. 384 c.p.c., condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento in favore della ricorrente della somma di Euro 4.200,00 (quattromiladuecento) a titolo di equa riparazione, oltre interessi al tasso legale dalla domanda; condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri a pagare le spese processuali del giudizio di primo grado, liquidate in Euro 385,00 per diritti, Euro 800,00 per onorari ed in Euro 50,00 per spese, oltre al rimborso spese generali ed accessori come per legge; per il giudizio di legittimità in Euro 900,00, di cui Euro 800,00 per onorari ed Euro 100,00 per spese, oltre al rimborso spese generali ed accessori come per legge, attribuendo le somme predette per entrambi i gradi all’avv. Alfonso Luigi Marra, che ne ha fatto richiesta in quanto antistatario.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 giugno 2009.
Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2009