1. – M.L., con ricorso alla Corte d’appello di Genova, depositato il 25.7.2005, ha proposto una domanda di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo.
L’attore ha dedotto che un giudizio da lui iniziato davanti al TAR della Toscana con ricorso depositato il 13.3.1996, per il riconoscimento del diritto al computo di due ore di straordinario nell’indennità di buonuscita, era stato definito solo con sentenza del 9.6.2003.
La Corte d’appello, con decreto 12.12.2005, ha rigettato la domanda.
Ha ritenuto bensì superata la durata ragionevole di tre anni, ma ha escluso che il protrarsi del processo fosse stato causa per il ricorrente di un danno non patrimoniale e ciò in considerazione del fatto che s’era trattato di un ricorso collettivo, proposto su verosimile sollecitazione sindacale, da circa un centinaio di parti, ricorso le cui probabilità di successo dovevano sin dall’inizio apparire più che esigue, stante il costante atteggiamento contrario della giurisprudenza.
2. – M.L., con ricorso notificato il 23.1.2007, ha chiesto la Cassazione del decreto.
La Presidenza del Consiglio dei ministri non vi ha resistito.
Il pubblico ministero ha presentato conclusioni scritte.
Ha chiesto che il ricorso sia accolto.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. – Il ricorso contiene tre motivi.
La Cassazione del decreto vi è chiesta, con i primi due per il vizio di violazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 6.1. CEDU e L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2) e con il terzo per il vizio di difetto di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5).
Nel ricorso si chiede altresì che la Corte decida pronunciando nel merito.
2. – I tre motivi possono essere esaminati insieme e sono fondati.
La Corte ha già avuto occasione di esaminare più ricorsi contro decisioni pronunciate dalla Corte di appello di Genova su domande in tema di superamento del termine di durata ragionevole del processo, al quale ha dato origine un contenzioso, che si è sviluppato davanti al TAR della Toscana in tema di computo dell’indennità operativa di polizia in quella di buonuscita.
In decisioni recenti (Cass. 22 aprile 2009 n. 9921, 18 febbraio 2009 n. 3926) e meno recenti (Cass. 18 febbraio 2005 n. 3926) la Corte ha svolto questa considerazione, centrale e risolutiva anche ai fini della decisione del presente ricorso: "L’essere stata la lite promossa su sollecitazione di un sindacato è circostanza in sè priva, sul piano logico, di alcun valore ai fini dell’esclusione della sofferenza morale prodotta nelle parti dall’eccessivo protrarsi del processo. Inoltre, l’esito sfavorevole della lite non esclude il diritto all’equa riparazione per il ritardo, dato che a questo fine non rileva solo tale esito, appunto in quanto, ex se, è insufficiente ad escludere e a sovvertire la presunzione di danno non patrimoniale, mentre … del fatto che l’istante si sarebbe reso responsabile di lite temeraria, o comunque di un vero e proprio abuso del processo, non vi è congrua ed adeguata motivazione. A questo scopo è, infatti, insufficiente il riferimento alla pronuncia dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato n. 19 del 1996, contraria alla tesi del ricorrente, tenuto conto che essa da atto di pregressi contrasti giurisprudenziali e neppure è stato apprezzato in relazione alla data dell’atto introduttivo del giudizio presupposto (depositato nel 1995)".
Orbene, un analogo vizio di difetto di motivazione e violazione di norme di diritto inficia la decisione impugnata, perchè – col dire che le possibilità di successo dovevano apparire sin dall’inizio esigue – da un lato non si perviene ad affermare che il ricorso al giudice sia stato nella sostanza abusivo, dall’altro si giunge ad escludere ogni danno sotto l’aspetto non patrimoniale, mentre la rappresentazione di una speranza esigua giustifica se mai che si consideri di minore intensità il senso di frustrazione provocato dall’inutile attesa della decisione.
La sentenza va dunque cassata.
3. – Nelle più recenti decisioni prima richiamate la Corte ha ritenuto di dover rinviare la causa al giudice di merito per una nuova valutazione dei fatti, in vista dell’accertamento del diritto al risarcimento del danno e della sua liquidazione.
4. – La Corte considera, tuttavia, che il principio costituzionale di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost., comma 2) ed i vincoli che derivano all’ordinamento italiano dagli obblighi internazionali (art. 11 Cost. e art. 117 Cost., comma 2), le impongano di fare un uso il più lato possibile del potere di decisione in merito (art. 384 c.c., comma 2).
Nel caso, essendo accertati la protrazione del giudizio oltre il limite ordinario della sua ragionevole durata ed un ricorso non abusivo al processo, processo però sperimentato in una situazione di incertezza, successivamente evoluta in senso più marcatamente sfavorevole, ricorrono le condizioni essenziali per far uso del potere di decisione in merito.
5. – La Corte considera che, da parte del giudice di merito, uno scostamento rispetto al parametro di mille euro per anno di non ragionevole durata del processo, ma non al di sotto della soglia di Euro 750, sia giustificato quando ricorrano fattori, quali ad esempio la modestia della posta in giuoco ed una durata del processo che non abbia superato di oltre tre anni quella ordinaria, mentre per il periodo ulteriore uno scostamento da quel più alto parametro non si giustifichi.
A meno che la presenza di specifici tratti della concreta vicenda processuale valgano a rendere plausibile la valutazione, che per la parte un tempestivo esito del giudizio rivestisse una sostanziale diversa e minore o maggiore importanza, che non nella generalità dei casi.
Nel caso, all’elemento della posta in giuoco il giudice di merito non si è riferito e però ha valorizzato, come circostanza idonea a giustificare uno scostamento dal parametro minimo di Euro mille un altro elemento suscettibile di acquisire rilevanza, in particolare l’esigua ragionevole speranza di un esito favorevole della domanda (Cass. 5 maggio 2006 n. 10383).
6. – La Corte, alla stregua dei criteri appena enunciati, giudica pertinente al caso in esame, in considerazione degli elementi di fatto che il giudice di merito ha valutato come rilevanti ai fini della determinazione della entità del danno, una liquidazione di questo nella misura di Euro 3.500,00 in rapporto ad una irragionevole durata del processo di quattro anni e tre mesi.
Sulla somma così liquidata spettano gli interessi legali dalla data della domanda.
6. – Le spese del giudizio di merito sono liquidate in Euro 1.235,00 – di cui Euro 800,00 per onorari di avvocato e Euro 385,00 per diritti; quelle del giudizio di Cassazione in Euro 600,00, di cui Euro 500,00 per onorari di avvocato; tutte con l’aggiunta del rimborso forfetario delle spese generali e gli accessori di legge.
 
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e pronunciando nel merito condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri a pagare a M.L. la somma di Euro 3.500,00 con gli interessi dalla data della domanda; la condanna inoltre al pagamento delle spese del giudizio di merito, che liquida in Euro 1.235,00 – di cui Euro 800,00 per onorari di avvocato e Euro 385,00 per diritti; e di quelle del giudizio di Cassazione, che liquida in Euro 600,00 – di cui Euro 500,00 per onorari di avvocato; tutte con l’aggiunta del rimborso forfetario delle spese generali e gli accessori di legge.
Dispone che a cura della cancelleria siano eseguite le comunicazioni previste dalla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 5.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 30 settembre 2009.
Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2009