Con decreto emesso il 15 febbraio 2008 la Corte d’appello di Potenza rigettava il ricorso presentato da D.M.L. per ottenere l’equa riparazione del danno da violazione del termine ragionevole del processo intercorso con O.F. dinanzi al Tribunale di Lecce, avente ad oggetto la cessazione degli effetti civili del matrimonio: processo, introdotto con ricorso congiunto depositato in data 9 dicembre 2004 e deciso con sentenza emessa il 7 maggio 2007.
Motivava che la durata complessiva di due anni e cinque mesi non eccedeva il termine ragionevole, stimato in tre anni dalla giurisprudenza consolidata della Corte europea dei diritti dell’uomo per un processo di media complessità.
Avverso il decreto proponeva ricorso per cassazione la D.M. deducendo la violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6, comma 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, tenuto conto della particolare semplicità del processo presupposto, soggetto a rito speciale, ispirato alla semplificazione ed accelerazione dei tempi; nonchè la carenza di motivazione circa l’insussistenza del danno non patrimoniale.
Il Ministero della Giustizia non svolgeva attività difensiva.
All’udienza del 30 Settembre 2010 il P.G. precisava le conclusioni come da verbale, in epigrafe riportate.
 
MOTIVI DELLA DECISIONE
Il ricorso è infondato.
Come correttamente rilevato dalla corte territoriale, la durata in anni due mesi cinque del processo presupposto non eccede il termine ragionevole, costantemente valutato in anni tre per il primo grado di giudizio sia dalla giurisprudenza della Corte europea, sia dalla giurisprudenza nazionale.
Il rilievo che la struttura del processo, caratterizzata dal rito camerale, sia semplificata rispetto al processo ordinario di cognizione non vale, di per sè solo, a rendere esigibile una riduzione della durata ragionevole: da valutare non solo in senso atomistico, con riferimento alla complessità specifica del singolo processo in esame, ma anche su scala generale: tenuto conto, quindi, della domanda complessiva di giustizia in un determinato contesto nazionale (così come dell’offerta, in termini di maggiore o minore accesso ai gradi di impugnazione, latissimo nel nostro ordinamento), che rende incomprimibili, al di sotto del predetto limite ordinario, i tempi di definizione di una controversia non caratterizzata da particolare rilevanza ed urgenza.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma, il 30 settembre 2010.
Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2010