Con più denunce-querele, sporte dinanzi ai Carabinieri della Stazione di Capurso in data 8.7.2010 e, da ultimo, 4.12.2010, la giovane C. A., nata a Bari il omissis, esponeva di: avere intrapreso, nel mese di agosto del 2007, una relazione sentimentale con S. F., nato il omissis, scoprendo, dopo pochi mesi, che il ragazzo, inizialmente apparso come una persona dolce, rivelava ben presto una duplice personalità, perché passava da un atteggiamento tenero ad uno aggressivo e violento, motivato soprattutto dalla gelosia nei suoi confronti, tanto da colpirla, talvolta, con schiaffi al volto, stringerle le mani alla gola in altre circostanze od, ancora, in differenti evenienze, spingerla per terra e colpirla a calci; avere, perciò, più volte cercato di interrompere tale relazione, ma di averla poi riallacciata, in quanto il S. minacciava di uccidersi; avere, in ogni caso, lasciato il fidanzato nel novembre 2009, per alcuni mesi, sino ad aprile-maggio 2010, anche se continuava a vederlo, perché i due giovani frequentavano amici comuni; essere stata vittima, nel periodo appena indicato, sia di chiamate mute provenienti da numero "anonimo" ma effettuate dal S., sia di numerosissimi SMS – circa 500 -, particolarmente offensivi, inviati dal telefono cellulare del giovane a quello della ragazza (il contenuto di detti SMS veniva, peraltro, acquisito dalla P.G. e risultava oltremodo offensivo, utilizzando di sovente il giovane epiteti del tipo "troia, puttana, bocchinara", con frequenti allusioni agli spostamenti della ragazza che lasciavano intendere alla medesima di essere pedinata dall’ex-fidanzato). Riferiva, inoltre, la C. che, nel maggio del 2010, mentre trascorreva una serata in una sala giochi di Bari, il S. l’aveva accusata di guardare gli altri ragazzi presenti, assumendo un tono minaccioso nei suoi confronti, per poi aggredirla, una volta rientrati in Capurso, nei pressi di un immobile in costruzione, allorquando il giovane, dopo averla insultata con parole del tipo "sei una stronza, una puttana, tu non mi ami, tu mi vuoi lasciare", le aveva stretto con forza la mano sulla gola, costringendo la ragazza, pur di farlo smettere, a dirgli che non lo avrebbe lasciato: al riguardo, la C. spiegava che, non essendosi recata in ospedale, non poteva esibire referti, ma mostrava un SMS, inviatole dal ragazzo il giorno dopo, vale a dire il 7 maggio 2010, in cui questi le scriveva "Cercherò di sistemare tutto mi sento una merda mi faccio schifo". La C. descriveva – fra gli altri – anche un episodio di aggressione fisica avvenuto in casa sua e, pur non riuscendo ad essere più precisa in merito alla data, ricordava che, mentre era nella sua stanza in compagnia del S., questi cominciava a picchiarla, gettandola sul letto e colpendola con schiaffi al volto, tanto che le sue grida avevano provocato l’intervento della madre.
In particolare, la C. indicava, nella querela dell’8.7.2010, un episodio consumatosi il precedente 5.7.2010, allorquando, mentre la ragazza si trovava all’interno della propria autovettura, assieme alla cugina C. A. e alla madre, B. M. A., veniva affiancata dal S., a bordo della propria auto, che le rivolgeva parolacce, del tipo "sei una troia, una puttana" e altre simili, sputandole contro; la denunciante cercava di proseguire, ma veniva ostacolata dal S. che le lanciava contro una bottiglia piena d’acqua, costringendola a fermarsi, quindi il giovane apriva con violenza lo sportello e la strattonava, indi colpiva, facendola rovinare per terra, anche la B., intervenuta in difesa della figlia. Quella stessa sera, dopo l’aggressione, il S. si aggirava nei pressi di casa della ragazza, lanciandole contro cocci di vetri del finestrino della sua auto ed una sua maglia strappata. A questa scena assisteva, secondo la giovane, oltre alla madre della denunciante, anche una zia del S., loro vicina, tale D. R.. Nella circostanza, la C. e la madre B. M. A. si recavano presso il Pronto soccorso dell’Ospedale "Fallacara" di Triggiano, dove veniva diagnosticata, alla denunciante, una "contusione polso sx. Abrasioni reg. dorsale. Distorsione alluce dx. Ansia reattiva" con prognosi di gg. 7 e alla B. una "Contusione escoriata ginocchio dx. Modeste abrasioni braccio ds. Algie post traumatiche spalla ds. Ansia reattiva" con prognosi di gg.7.; venivano acquisiti agli atti i relativi referti.
Inoltre la C. dichiarava che, in più occasioni, aveva trovato le gomme della sua auto tagliate e, in una circostanza, il S. aveva ammesso la sua responsabilità. A fine maggio del 2010, vista la condotta del S., la denunciante aveva cercato nuovamente di lasciarlo, pur continuando a incontrarlo come amico; infine, visto il persistente atteggiamento posto in essere nei suoi confronti dal S. ed il tenore dei messaggi inviatele per tutto il periodo di giugno-luglio 2010, dopo avergli scritto che non intendeva più saperne di lui, non rispondeva più ai tentativi di contatto del giovane. Evidenziava, tuttavia, la denunciante che dal mese di giugno 2010 sino ai primi di dicembre 2010, il S. aveva spesso seguito, anche in auto, la ragazza, generando in lei un forte timore, sino all’episodio avvenuto il 4 dicembre 2010, pure denunciato presso la Stazione Carabinieri di Capurso, allorquando la ragazza scorgeva il giovane che si allontanava dopo averle danneggiato, con un petardo, il cofano della sua "Lancia Y". Le dichiarazioni rese dalla giovane venivano confermate, anche in relazione alla travagliata vicenda sentimentale, dalla madre della denunciante, B. M. A. , e dalla cugina della stessa, C. A., escusse, da ultimo, a s.i.t., in data 12.1.2011, presso la sezione di Polizia Giudiziaria della Polizia di Stato della Procura della Repubblica di Bari. In particolare, in tale sede dichiarava C. A. (all. n. 5 all’informativa di P.G. del 4.2.2011) di frequentare la cugina, per cui usciva spesso con lei, avendo così modo di vedere che la relazione fra la C. e S. era caratterizzata da litigi quasi quotidiani, visto che il giovane assumeva spesso un atteggiamento minaccioso ed aggressivo, aggiungendo che tale relazione durava tuttavia per circa due anni e mezzo, fino al mese di maggio 2010, quando la cugina decideva di lasciarlo; quindi il ragazzo non accettava questa decisione e cominciava, secondo la C., ad ossessionare A., seguendola dappertutto, appostandosi sotto casa sua, come lei stessa aveva avuto modo di vedere quando era con lei. In particolare, la giovane ricordava che, nel periodo maggio-giugno 2010, aveva anche dormito a casa della cugina, per non lasciarla sola, visto che la madre era spesso in ospedale per dare assistenza alla nonna ed aveva paura: una di queste sere, la C., rientrando a casa assieme alla C., aveva visto il S. nei pressi dell’abitazione che profferiva all’indir. della cugina parolacce e cercava di entrare. Le due giovani cercavano dapprima di chiamare i Carabinieri, poi il padre della C., cosa che faceva allontanare il S..
In data 31.1.2011, presso la Stazione Carabinieri di Capurso, all’uopo sub-delegata, veniva escussa la zia del S., identificata per D. R. (all. 6), ma questa negava di aver assistito a litigi fra il nipote e la C..
In relazione alla vicenda del 5.7.2010, anche S. F., in data 13.7.2010, sporgeva querela, dinanzi ai Carabinieri della Stazione di Capurso, accusando la ex-fidanzata di averlo a lungo maltrattato, in ragione del suo carattere autoritario e violento, e di averlo inseguito, bloccato con la propria autovettura e picchiato, graffiandolo sul collo, in prossimità dell’incrocio stradale quello stesso giorno in cui i due si erano incontrati a bordo delle proprie auto. In proposito, il giovane consegnava alcune foto riproducenti i graffi riportati all’altezza del collo in seguito all’aggressione addebitata alla ragazza. Indi, i militari escutevano a s.i.t. R. A., P. V. e L. V., amici del S., i quali erano in grado di riferire di avere visto quest’ultimo poco dopo la riferita aggressione ad opera della ex-fidanzata e della madre di costei, notando che il giovane era sconvolto, aveva evidenti segni impressi sul collo e la maglietta strappata, mentre la sua autovettura "Renault Clio" presentava il vetro del finestrino anteriore destro in frantumi. In seguito alla proposizione di detta querela, i Carabinieri generalizzavano la C. e la B. come persone nei cui confronti si procede penalmente (in atti, fg. 33-34).
Rileva questo giudice la sussistenza, a carico di S. F., di gravi indizi di colpevolezza in ordine alla commissione dei fatti al medesimo ascritti nei capi A) e C) della rubrica (non si registra domanda cautelare del P.M. in relazione alla vicenda sub D). Deve, tuttavia, premettersi che, dagli atti del fascicolo di indagine, si evince, in seguito alla proposizione di querela da parte di S. F., lo status di indagati in procedimento collegato, ex art. 371, co. II, lett. b), c.p.p. di C. A. e B. M. A., venendo in luce reati commessi da più persone in danno reciproco; né il P.M. ha fornito elemento alcuno in ordine alla sorte della querela sporta dal giovane che, allo stato, non risulta archiviata. Ne consegue l’applicazione della regola di valutazione della prova dichiarativa scandita dall’art. 192, co. III e IV, c.p.p. e la necessità, per il giudice, di rinvenire riscontri individualizzanti alle propalazioni delle due donne (in termini Cass., Sez. Un., 30.5.-31.10.2006, Spennato).
Ciò posto, deve affermarsi, allo stato degli atti, la spontaneità, linearità e costanza delle dichiarazioni della C. e di sua madre che, dopo un lungo travaglio, in data 8.7.2010 sporgevano tempestivamente querela nei confronti del S..
Dette dichiarazioni rinvengono significativi riscontri:
quanto alla condotta persecutoria posta in essere dal S. di cui al capo A) di imputazione: nel contenuto inequivoco, ed oltremodo offensivo, dei circa 500 SMS inviati alla ex-fidanzata – che viene sistematicamente apostrofata con le parole maggiormente lesive per la dignità femminile (cfr. all. n. 1 alla menzionata informativa di P.G. del 4.2.2011) – e sicuramente partiti dall’utenza mobile del prevenuto; nelle dichiarazioni rese in sede di s.i.t. da C. A. che ha riferito anche di pedinamenti ossessivi attuati dal giovane, del clima di paura in cui viveva la C. A. in ragione della condotta del suo ex-fidanzato e del suo accompagnarsi alla cugina al fine di proteggerla e darle sostegno morale;
quanto alla aggressione in danno della C., in prossimità di un incrocio stradale, in data 5.7.2010, riflessa nel capo C) di imputazione e qualificata in termini di violenza privata: nei referti sanitari versati in atti e nelle dichiarazioni della medesima C.; d’altra parte, le dichiarazioni accusatorie rese dal S. nei confronti della ex-fidanzata, in relazione al medesimo episodio che si intende attribuire alla condotta della C., non risultano assistite da referto sanitario ed, in ogni caso, non rinvengono elementi di conferma nei verbali di s.i.t. rese dagli amici del giovane, non avendo assistito nessuno di questi ultimi al fatto storico.
Non si rinvengono, invece, in atti, elementi di riscontro alle dichiarazioni della C. in ordine all’episodio riflesso nel capo B) di imputazione.
Corretta appare la qualificazione giuridica impressa ai fatti riflessi nei capi A) e C) di imputazione.
Se nessun problema esegetico pone il delitto di violenza privata riflesso nel capo C), avendo il S. costretto con la forza la C. dapprima ad arrestare la marcia della propria autovettura, indi a scendere dall’utilitaria, è noto, quanto al delitto sub A), che il reato di nuova formulazione di "stalking" o "atti persecutori", previsto dal D.L. n. 11 del 23 febbraio 2009, convertito in legge n. 38 del 23 aprile 2009, che ha introdotto nel tessuto codicistico l’art. 612-bis c.p., è tipica figura di reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione di più condotte minacciose e moleste, tali da ingenerare nella vittima uno stato di ansia e timore per sé o per le persone care o tali da costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita. Perché sussista la fattispecie delittuosa è quindi necessario, in primo luogo, il ripetersi della condotta: gli atti e comportamenti volti alla minaccia o alla molestia devono essere reiterati. Inoltre, i comportamenti devono essere intenzionali e finalizzati alla molestia. Infine, perché la fattispecie possa dirsi perfezionata, occorre che i suddetti comportamenti abbiano l’effetto di provocare in capo alla vittima disagi psichici o timore per la propria incolumità e quella delle persone care ovvero pregiudizio alle abitudini di vita: trattasi di reato di evento e di danno, a fattispecie alternative, ciascuna delle quali è idonea ad integrarne gli estremi (in termini Cass., sez. V, n. 34015/2010).
Nel caso di specie, le menzionate fonti indiziarie convergono nel senso di riferire al S. condotte – consistite nell’invio di numerosi SMS offensivi e molesti, in pedinamenti morbosi nei confronti della sua ex-fidanzata ed in atteggiamenti violenti al fine di riallacciare la relazione sentimentale interrotta – tali da ingenerare in capo a C. A. uno stato di perdurante ansia e paura che induceva la ragazza ad accompagnarsi alla C. ed a modificare le proprie abitudini di vita.
Ricorrono, pertanto, a carico di S. F., elementi di fatto che, allo stato degli atti, fanno ritenere quasi con certezza che i reati contestati in rubrica cautelare sub A) e C) siano stati effettivamente commessi e che di essi si sia resa responsabile la persona indagata, nel che si risolve la nozione giurisprudenziale della gravità degli indizi la cui sussistenza, a norma dell’art. 273 c.p.p., appare indispensabile per l’emanazione di misure cautelari personali (cfr., ex plurimis, Cass., sez. VI, n. 1460/’95; Cass., sez. III, n. 1668/2002; Cass., sez. II, n. 18103/2003).
Sussiste, nei confronti del prevenuto, l’esigenza cautelare di cui all’art. 274, lett. c), c.p.p.
Ciò, in primo luogo, alla luce dell’evidente disvalore dei fatti posti in essere dal S. in danno della persona offesa, vittima di condotte moleste, minacciose ed, a volte, violente, in ragione delle quali questa era costretta a modificare il proprio stile di vita.
In secondo luogo, non si può ignorare che l’intera vicenda pone in luce la personalità connotata in senso deviante del prevenuto. E ciò ad onta del suo stato di formale incensuratezza. Trattasi, peraltro, di stato di incensuratezza da ritenere pressoché irrilevante, ai fini di una prognosi lusinghiera di astensione da manifestazioni criminali recidivanti, se solo rapportato all’oggettiva gravità dei fatti, alle accurate modalità di predisposizione del protocollo antigiuridico monitorato, all’assenza di sintomi di resipiscenza, alla condotta contemporanea e successiva alla commissione dei fatti in esame da parte dell’agente ed all’entità dei danni psichici e fisici cagionati alla vittima ed alla sua vita di relazione (cfr., quanto all’operatività dei parametri citati nella delibazione della personalità di incensurati, Cass., sez. III, n. 2439/’96; cfr., altresì, Cass., sez. III, n. 1703/’93, nonché Cass., sez. I, n. 35219/2002).
Ne discende il logico corollario dell’inevitabile formulazione di una prognosi sfavorevole di recidivazione criminogena specifica ex art. 274, lett. c), c.p.p.
L’esposizione che precede induce, pertanto, nell’esigenza di arrestare il protrarsi delle condotte persecutorie ed, in ogni caso, forme di imminente ulteriore degenerazione del descritto clima di rapporti conflittuali con la persona offesa creato dal S., a ritenere idonea, in quanto proporzionata al disvalore del caso di specie ed all’entità della pena irroganda ed adeguata ad arginare le concrete esigenze cautelari, la misura coercitiva, prevista dall’art. 282-ter c.p.p., del divieto di avvicinamento dell’indagato ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, con prescrizione per il predetto di mantenere da C. A., nata a Bari il 5.8.1985, una distanza non inferiore ai 100 mt. e divieto di comunicare con la ragazza attraverso qualsiasi mezzo. Trattasi di grado di pressione coercitiva sicuramente adeguato anche in relazione al contesto – di degenerazione di una relazione sentimentale intercorsa tra ragazzi – in cui è maturata la vicenda monitorata che fornisce, al contempo, idonea garanzia alla persona offesa, atteso che ogni eventuale violazione da parte del prevenuto comporterà conseguenze ben più gravi sulla libertà personale di quest’ultimo.

P.Q.M.
Visti gli artt. 273, 274, 282-ter, 291, 292 c.p.p.;
applica nei confronti di S. F., nato a …., la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati da C. A., nata a …., prescrivendo al predetto di mantenere dalla donna una distanza non inferiore ai 100 mt., con divieto di comunicare con la medesima attraverso qualsiasi mezzo.
Manda la propria Cancelleria per l’urgente trasmissione della presente ordinanza coercitiva al P.M. che ne ha fatto richiesta, affinché ché ne curi l’esecuzione e per gli ulteriori adempimenti di competenza.
Dispone che copia del verbale di esecuzione della presente ordinanza sia immediatamente trasmessa alla Cancelleria di questo Ufficio G.I.P. per procedere tempestivamente agli incombenti di legge.
Così deciso in Bari, il 16 febbraio 2011
Il Giudice Giovanni Abbattista