Con atto di citazione del marzo 1994 B.S.L. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Udine il coniuge separato C.S. e, premesso che l’esponente ed il marito erano proprietari di parte di un immobile sito in (OMISSIS), nelle rispettive quote di 1/3 e di 2/3, chiedeva procedersi allo scioglimento della comunione ed al riconoscimento in proprio favore di un equo compenso per l’uso in via esclusiva fatto dal C. del bene comune.
Si costituiva in giudizio il convenuto assumendo che i coniugi avevano già sciolto la comunione, considerato che alla B. era stato assegnato in proprietà l’alloggio al secondo piano dello stabile di (OMISSIS) come concordato nella convenzione scritta del (OMISSIS).
Il Tribunale adito con sentenza 24-8-1999 rigettava la domanda attrice, ritenendo già sciolta la comunione tra le parti con la convenzione del (OMISSIS), e privo di significato concreto il cenno al permanere della comunione, presente nel successivo atto notarile del (OMISSIS).
Proposto gravame da parte della B. cui resisteva il C. la Corte di Appello di Trieste con sentenza non definitiva del 24-8- 2002, in riforma della decisione di primo grado, dichiarava sciolta la comunione esistente tra le parti in relazione al suddetto immobile, piano terra, primo e terzo piano, disponeva procedersi alla divisione secondo le quote di 1/3 per la B. e di 2/3 per il C. come risultanti dall’atto per notaio F. del (OMISSIS), e con separata ordinanza rimetteva la causa in istruttoria per il prosieguo.
Successivamente la stessa Corte territoriale con sentenza definitiva del 14.1.2004 ha assegnato al C. la porzione del predetto immobile costituita dai locali al piano terra ed al primo piano, ed alla B. la porzione dello stesso immobile costituito dall’appartamento al terzo piano dello stabile di (OMISSIS), ha disposto il versamento a carico del C. ed in favore della B. a titolo di conguaglio della somma di Euro 27.800,00 con gli interessi legati dal 1-3-2003, ed ha condannato il C. al pagamento in favore dell’appellante a titolo di indennizzo dell’ulteriore somma di Euro 10.000,00 con gli interessi legali dal 1- 3-2003.
Per la cassazione di entrambe le suddette sentenze il C. ha proposto un ricorso affidato a quattro motivi illustrato successivamente da una memoria cui la B. ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Preliminarmente deve essere esaminata l’eccezione della controricorrente di inammissibilità del ricorso proposto nei confronti della sentenza definitiva del 14-1-2004 della Corte di appello di Trieste.
La B., premesso che con comparsa del 29-1-2003 si era costituito nel giudizio di appello per il C. il nuovo difensore avvocato Massimiliano Aita, presso il cui studio in Udine, Piazza San Cristoforo 7 la controparte aveva eletto domicilio, e che l’Aita era iscritto all’Albo degli avvocati presso il Tribunale di Udine, rileva che ai sensi del R.D. 22 gennaio 1934, n. 37, art. 82 il C. nel secondo grado di giudizio era domiciliato presso la Cancelleria della Corte di Appello di Trieste (atteso che in base a tale norma, se il procuratore assegnato fuori della circoscrizione del Tribunale ove ha sede l’autorità giudiziaria dinanzi alla quale svolge il suo ufficio non vi ha eletto domicilio, esso si intende eletto presso la Cancelleria del giudice adito); orbene la suddetta sentenza definitiva del 14-1-2004 era stata notificata il 18-2-2004 presso tale Cancelleria, cosicchè, essendo stato notificato il ricorso il 3-1-2005, la controparte era decaduta dalla impugnazione.
L’eccezione è infondata.
Questa Corte ritiene di dover aderire all’orientamento che sostiene che il richiamato art. 82 – secondo cui i procuratori che esercitano il proprio ufficio in un giudizio che si svolge "fuori della circoscrizione del tribunale" al quale sono assegnati devono, all’atto della costituzione in giudizio, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso e, in mancanza dell’elezione di domicilio, questo si intende eletto presso la Cancelleria della stessa autorità giudiziaria – si applica al giudizio di primo grado, come si evince dal riferimento alla "circoscrizione del tribunale", e trova applicazione al giudizio di appello solo se trattasi di procuratore esercente fuori dal distretto, attesa la "ratio"della disposizione, volta ad evitare di imporre alla controparte l’onere di una notifica più complessa e costosa se svolta al di fuori della circoscrizione dell’autorità giudiziaria procedente e ad escludere un maggiore aggravio della notifica ove il procuratore sia assegnato al medesimo distretto dove si svolge il giudizio di impugnazione; ne consegue che, qualora il procuratore sia esercente all’interno del distretto, la notifica della sentenza di primo grado effettuata presso la Cancelleria della Corte di Appello (come appunto si è verificato nella fattispecie), è inidonea a far decorrere il termine breve di sessanta giorni per l’impugnazione (Cass. 11-6-2009 n. 13587).
Venendo quindi all’esame del ricorso, si osserva che con il primo motivo il C., deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 1350 c.p.c., n. 11, artt. 1362 e 1376 c.c. censurano la sentenza non definitiva del 24-8-2002 della Corte territoriale per aver ritenuto che le parti, al momento di dare attuazione alla convenzione patrimoniale del (OMISSIS), avevano manifestato la volontà di modificarne il contenuto.
Il ricorrente sostiene che in realtà le parti con la scrittura del (OMISSIS) avevano espressamente definito i propri rapporti patrimoniali con l’attribuzione all’esponente della proprietà esclusiva delle porzioni di immobile di cui la controparte assumeva di essere contitolare (come dato atto in occasione dell’udienza di comparizione del 4-10-1989 dei coniugi dinanzi al Presidente del Tribunale nell’ambito del giudizio di separazione personale), cosicchè il richiamato accordo non necessitava di alcuna attuazione, con il conseguente superamento degli elementi presuntivi dai quali il giudice di appello ha tratto il convincimento che il C., sottoscrivendo il rogito notarile del (OMISSIS), avesse manifestato l’intendimento di ricostituire la ormai già disciolta comunione.
D’altra parte la mancanza di una qualsiasi volontà delle parti di revocare il precedente atto di divisione era confermato da un lato dalla missiva inviata il (OMISSIS) dall’avv. De Luca (legale della B.) all’esponente (nella quale, nell’invitare il C. a recarsi presso lo studio del notaio F. in data (OMISSIS), veniva richiamata la convenzione del (OMISSIS) senza contestarla in alcun modo), e/dall’altro lato da alcune affermazioni del notaio rogante (che aveva dichiarato di non ricordare se le parti avessero voluto superare il contenuto della convenzione del (OMISSIS) e se l’art. 5 del rogito corrispondesse ad un criterio di divisione sostanziale degli immobili).
Con il secondo motivo il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2721 c.c., rileva che, contrariamente all’assunto del giudice di appello, le parti nella già menzionta udienza presidenziale del 4-10-1989 avevano dato espressamente atto di aver definito i loro rapporti patrimoniali in data (OMISSIS);
quanto poi all’espressione stralcio divisionale contenuta nel rogito notarile del (OMISSIS), lo stesso notaio F. ne aveva chiarito il significato, riguardante la separazione dalla residua massa attiva di una porzione dell’immobile che veniva attribuita alla B..
Infine il C. censura l’ulteriore elemento presuntivo configurato dalla Corte territoriale riguardo ad un asserito inadempimento dell’esponente agli obblighi assunti e